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Carrère sulla religione, che delusione

IL 63 22.08.2014

“Il Regno” è un libro su Gesù, san Luca, san Paolo. Meno riuscito dei suoi precedenti

Studiando i capolavori di Agostino e Rousseau, la filosofa spagnola María Zambrano ha indicato la confessione («l’azione massima che è dato attuare con la parola») come l’origine dell’autobiografia. Se c’è un autore che negli ultimi anni non solo ha imposto la scrittura autobiografica all’attenzione del pubblico internazionale ma l’ha spinta verso un allargamento inedito dei suoi confini tradizionali, questo è Emmanuel Carrère. L’astuzia dello scrittore francese è stata quella di trasformare se stesso in un crocevia di altre vite: un soggetto aperto, attraversato da correnti centrifughe, riflesso da eventi e personaggi apparentemente distanti che nel flusso del racconto finiscono sempre per tornare al centro, all’autore, al suo ego così discreto e così ingombrante. Il suo nuovo libro, Le Royaume (Il regno) è stato il grande atteso della rentrée letteraria del 2014 (in Italia è stato pubblicato da Adelphi nella primavera del 2015).

Con questo libro massiccio (650 pagine fitte), ambizioso, risultato di un lungo e ponderoso lavoro di scrittura e documentazione che ha accompagnato per anni la stesura delle altre sue opere, Carrère esegue un ulteriore, duplice, passo in avanti. Che affascina, sorprende, lascia perplessi: torna alle radici del genere da lui così abilmente promosso riallacciandosi a una millenaria tradizione di testimonianze religiose e spirituali; deforma e corrompe gli schemi attraverso cui siamo abituati a identificare un libro in maniera ancora più decisa che nelle opere precedenti. La materia principale di cui è fatto Le Royaume è la storia: storia romana, ebraica, storia del cristianesimo: con puntigliosa cognizione di causa Carrère mette in scena le vite di Paolo e Luca, il primo un personaggio carismatico, fanatico, colui che ha universalizzato la parola di Cristo, il secondo l’evangelista che accompagnandolo ne ha raccontato le gesta negli Atti degli apostoli, medico greco istruito, discreto, curioso, ragionevole, sentimentale, moderato, nel quale Carrère tende a riconoscersi (originariamente il libro doveva intitolarsi Indagine su Luca). Sullo sfondo Pietro, Giacomo e Giovanni, Flavio Giuseppe, Nerone, ovviamente Gesù Cristo, e moltissimi altri. Il racconto di come la predicazione di Paolo si è radicata nei primi insediamenti cristiani in Macedonia, tra i primi greci vicino all’ebraismo, i suoi conflitti con i rabbini ufficiali, i viaggi in Asia e nei porti del mediterraneo, le prime pratiche di preghiera, la glossolalia, la trance, tutto ciò è introdotto da un lungo preambolo riguardante una parte della vita dell’autore mai prima pubblicamente “confessata”: la sua conversione al cattolicesimo nei primi anni Novanta durante un momento di depressione.

Allora, davanti allo stupore accondiscendente della sua compagna, Carrère si è voluto sposare in chiesa, è andato a messa ogni giorno, ha battezzato suo figlio, ha commentato quotidianamente il Vangelo producendo una quantità di appunti utilizzati come pezze di appoggio in questo libro che in ultima istanza è un’inchiesta disincantata sul perché della fede, su come si possa credere, e allo stesso tempo, secondo un motivo caro allo scrittore, su come si possa cambiare, diventare altro da sé, sull’identità e i suoi punti ciechi.

Carrère affronta la (sua) fede dal punto di vista di una doppia conversione, perché dopo qualche anno di religiosità dogmatica e fervente è tornato a indossare i panni dell’ateo agnostico illuminato e scettico che sempre è stato. A questa premessa personale seguono pagine e pagine di documentatissima narrazione storica, non un romanzo storico tuttavia, non ci si aspetti una rievocazione in stile peplum: quello di Carrère è quanto di più vicino, senza esserlo, a un saggio di microstoria, o di storia culturale della religione. Al di là degli strumenti tradizionali del ricercatore Carrère si avvale però, ed è forse l’aspetto più interessante, del suo armamentario specifico: legge i testi sacri come un romanziere, gli snodi narrativi, i sottintesi, i caratteri dei personaggi, la personalità degli autori, tutto è sentito con il fiuto di uno scrittore («sono un scrittore che cerca di capire come ha proceduto un altro scrittore»), alla ricerca, tra le altre cose, di quelli che lui chiama «accenti di verità», luoghi dove si percepisce la testimonianza, il fatto flagrante, al di là delle manipolazioni e delle stratificazioni esegetiche.

Restano innumerevoli e continue le intromissioni autobiografiche, le digressioni sul presente: Carrère è bravissimo a famigliarizzare, a proiettare e trasporre le gesta degli apostoli attraverso similitudini, paragoni con la propria esperienza, l’attualità, la letteratura e mille altre connessioni che forse faranno storcere il naso ad alcuni (la più a rischio: un’analisi di un filmato porno). Tuttavia, giunti un po’ faticosamente alla fine del libro, la sensazione è che manchi qualcosa. Lo sforzo di osservare la fede da un punto di vista esterno ma comprensivo, empatico e spregiudicato è certamente interessante, come lo era quello di raccontare un individuo irriducibile come Limonov nel libro precedente; manca però la forza concreta di un personaggio-specchio esemplare e vivo come il militante russo o come J.C. Romand, il protagonista dell’Avversario: non è Paolo, non è Luca, non è neppure Gesù. Nessuna personalità erompe violentemente da queste pagine, e di riflesso neppure quella dell’autore. Il percorso di autocoscienza non ci appassiona, non avvince fino in fondo. Non si percepisce lo scandalo della fede, non si assume l’ostilità del miscredente, non si trema davanti alla possibilità di cambiare la vita e il risultato, a tratti, sembra quello temuto dal narratore a un certo punto del libro:

Mi dicevo: ho imparato molte cose scrivendo, chi lo leggerà ne imparerà anche lui molte: ho fatto bene il mio lavoro.

Un buon lavoro, anzi eccellente, ma tiepido, un po’ esangue, piuttosto lontano da quello che chiediamo alla letteratura, comunque si voglia intenderla. D’altronde questo rischio Carrère l’ha corso continuamente, cercando altrove, in «vite che non sono la sua» il modo di esorcizzarlo. Questa volta, nel regno della fede, non sembra riuscirci del tutto.

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