(Manuel Valls si candida alla Presidenza francese, due anni fa scrisse per IL il suo manifesto politico)

Dalla fine degli anni Novanta – quando il dibattito sull’avvenire della sinistra è stato rilanciato in Europa dalla Terza via – sono cambiate molte cose. I progressisti hanno dovuto affrontare tre grandi rupture: la crisi economica e finanziaria del 2008-2009, l’avanzata dei Paesi emergenti e la gravità della crisi europea che fa tremare le fondamenta del progetto unitario

È sulla base di questa triplice posta in gioco che si devono definire le nuove frontiere del riformismo. La crisi economica e finanziaria del 2008-2009 ha sottolineato le debolezze della regolamentazione finanziaria internazionale e i rischi economici sistemici che derivano da una eccessiva finanziarizzazione dell’economia. È innegabile che in materia di vigilanza gli Stati si sono fatti cogliere impreparati. Però il loro ruolo si è rivelato decisivo nell’uscire dalla crisi perché senza l’intervento degli Stati il settore bancario si sarebbe potuto inabissare e con esso tutta l’economia. Per i progressisti, la crisi del 2008-2009 racchiude molte lezioni politiche.
La prima è che dobbiamo essere molto più attenti rispetto al passato per quel che riguarda i pericoli che le deregolamentazioni portano al sistema capitalistico in generale e a quello finanziario in particolare. Questo dovere di vigilanza ci deve portare a lavorare sull’indispensabile coordinamento delle politiche economiche e monetarie in seno al G20. Eppure, dopo una fase iniziale di cooperazione tra gli Stati, assistiamo a un indebolimento della dinamica collettiva per regolamentare l’economia mondiale. È necessario allora che i socialdemocratici facciano emergere una visione davvero comune sulle regole economiche e finanziarie per prevenire lo scoppio di una nuova crisi, da cui non possiamo dirci al riparo.
La crisi economica e finanziaria del 2008-2009 ha rivelato le fragilità del sistema capitalistico. Ma ha anche messo in evidenza i problemi sociali che ormai pone lo sviluppo di una economia mondiale che genera una crescita economica che è molto più flebile di quanto non fosse in passato e, allo stesso tempo, ridistribuisce molto meno bene le risorse che ha creato. Oggi, anche nei Paesi in cui riparte la crescita economica, possiamo osservare che il livello di vita delle classi medie continua ad abbassarsi in quanto la ricchezza creata è mal distribuita. Le disuguaglianze aumentano. Questo nel lungo termine non è sostenibile, perché nessun sistema economico può funzionare se non si fonda sul consenso delle classi medie. La legittimità sociale della crescita deve diventare oggetto di riflessione per i socialdemocratici. Il secondo cambiamento intervenuto in questi ultimi dieci anni riguarda l’avanzata dei Paesi emergenti che ormai giocano alla pari con i Paesi occidentali. Per questi ultimi, l’obiettivo non può essere quello di sottrarre al resto del mondo i benefici della crescita. I Paesi occidentali devono adattarsi alla nuova situazione, abbandonando definitivamente la logica del recuperare la posizione e adottando piuttosto la logica dell’innovazione. Questo cambiamento di paradigma ci obbliga a rivedere da capo a piedi le modalità di intervento dell’azione pubblica e i confini entro cui l’azione pubblica può intervenire. Durante gli anni Novanta, quando abbiamo iniziato a parlare della concorrenza dei Paesi emergenti, avevamo in mente le conseguenze che tale avanzata poteva avere nei nostri Paesi sui lavori non qualificati e non delocalizzabili. Oggi questo rischio non è scomparso, ma anzi ad esso si è aggiunta una nuova sfida: lo sviluppo di una concorrenza non soltanto per i salariati non qualificati, ma anche per quelli mediamente qualificati. Dobbiamo dunque organizzare le nostre economie in modo da proteggere il lavoro in due segmenti: quello dei lavoratori molto qualificati che per definizione resisterà meglio alla competizione internazionale e quello dei lavoratori non qualificati ma pure non delocalizzabili (servizi alla persona). Resta la terza posta in gioco: l’Europa. Il suo progetto collettivo è in grave pericolo. L’Europa rischia di uscire dalla Storia. Dall’inizio della crisi che ha quasi distrutto il continente c’è stato qualche progresso in termini di regolamentazione. Il più importante è probabilmente quello dell’unione bancaria, anche se i suoi risultati non sono spettacolari agli occhi dell’opinione pubblica. Ormai sono le banche – e le banche soltanto – che pagheranno per conto delle banche in caso di rischio sistemico. Ma se questo progresso non viene misurato nel suo giusto valore è perché le opinioni pubbliche europee si trovano globalmente a dover affrontare stagnazione economica e disoccupazione in aumento.
Per uscire da questa situazione sappiamo che esistono tre strumenti d’azione: la politica monetaria, la politica fiscale e le riforme strutturali. Ma l’articolazione di questi tre strumenti resta poco soddisfacente. La Banca centrale europea ha fatto molto per sostenere l’euro e rilanciare la crescita, ricorrendo anche a misure non convenzionali. Ma queste si rivelano ancora oggi insufficienti di fronte al rischio di un’inflazione troppo flebile. Bisognerà per esempio muoversi verso la raccolta diretta da parte della Bce dei debiti degli Stati e dei prestiti obbligazionari? È una strada che bisognerebbe prendere in esame. Nel dibattito europeo ci sono oggi ancora troppi tabù. Dobbiamo contribuire a toglierli di mezzo in nome di uno spirito di responsabilità. D’altronde è su questa capacità di far ripartire il progetto europeo che i socialdemocratici si giocano la loro credibilità.
Il secondo strumento concerne le politiche di finanza pubblica. Tutti ammettono che la stabilità dei conti pubblici a medio termine è indispensabile. In compenso sempre più analisti sono d’accordo nel dire che le politiche d’aggiustamento condotte congiuntamente dagli Stati europei hanno annullato la crescita. L’idea secondo cui si dovrebbe tutti insieme fare sacrifici, e dunque soffrire prima di ristabilirsi, si fonda su una visione morale che non ha nulla a che fare con il funzionamento concreto dell’economia. Certamente il rispetto di regole comuni è del tutto indispensabile in un’unione monetaria. Ma queste regole non possono costituire un principio intangibile estraneo alla realtà. Dobbiamo quindi ammettere che le scelte collettive operate in Europa da qualche anno non sono ottimali e che è necessario rilanciare collettivamente gli investimenti nell’insieme delle economie e in particolare in quelle che hanno eccedenze.
Restano le riforme strutturali. Sono assolutamente indispensabili se vogliamo adattare le nostre economie alla nuova situazione. Ma bisogna ammettere che l’avvio di riforme strutturali soprattutto in materia di lavoro sarà sempre difficile in un periodo di rallentamento. Pensare che le riforme strutturali possano sfociare naturalmente nella crescita è un’illusione. Dobbiamo al contrario avanzare con lo stesso passo su tre fronti. Quello della politica monetaria, quello della crescita e degli investimenti e quello delle riforme. Se non ci presenteremo pronti all’appuntamento su questi tre aspetti, allora la gente si rivolterà.

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