Siamo sicuri che le fanfaronate, le promesse messianiche e il donchisciottismo politico non siano in realtà una buona cosa?

Le nostre campagne elettorali ricordano in modo sempre più inquietante il viaggio a Courmayeur sulla decappottabile di Calboni, quello in cui il vanitoso geometra spara balle così mostruose che, a quota 1.600, Fantozzi è colto da allucinazioni competitive e proclama di essere stato, in gioventù, azzurro di sci. Lo scopo è far colpo sulla signorina Silvani, che in questa allegoria alla buona starebbe per l’elettorato. Si dirà che non è un problema soltanto italiano, che funziona così un po’ dappertutto, ma come sempre è questione di misure. Lo si è visto nella campagna per le europee di maggio: solo in Italia era in azione l’infaticabile macchina lanciapalle del MoVimento 5 Stelle, più frenetica di quelle con cui si allenano i tennisti, ed era fatale che nell’imminenza del voto Renzi fosse colto da allucinazioni competitive. Il guaio, dicono in molti, è che dopo le elezioni non ne è uscito, e che una volta al governo ha continuato a fare l’azzurro di sci, in un crescendo di fanfaronate, grida spagnolesche, promesse messianiche, cronoprogrammi fantascientifici e soprattutto una girandola di annunci. Ormai i commenti degli editorialisti più scettici – i gufi, per intenderci – hanno per tema ricorrente lo scarto tra questi annunci e i risultati, e a settembre la pagina web della Treccani ha dovuto censire l’ennesimo neologismo del gergo politico-giornalistico italiano: “annuncite”. Vedete bene che, con queste premesse, è piuttosto azzardato tessere un breve elogio della millanteria politica, che rischia di essere inteso come un elogio delle balle in un ambiente che ne è già saturo. Ma quella che qui difendo è una menzogna di tipo molto particolare, che si potrebbe definire “menzogna donchisciottesca”. Dove l’aggettivo conta più del sostantivo.

L’eroe di Cervantes è stato evocato più volte in questi anni per ironizzare sulla temerarietà di Renzi, e lui stesso sembra essersi calato nell’archetipo del cavaliere errante. Forse anche troppo: «Ha una sciabola in mano, Matteo Renzi, e la brandisce muovendosi da un capo all’altro della stanza nel suo ufficio a Palazzo Chigi. Il fido portavoce, Filippo Sensi, a un certo punto, teme che, tra un roteare e l’altro, venga giù un pezzo di lampadario. Guardavo entrambi e pensavo se avevo davanti un novello condottiero o un Don Chisciotte e, soprattutto, in quel lampadario per un attimo ho visto l’Italia e il suo rischio di una caduta fragorosa». Così Roberto Napoletano, sul Sole 24 ORE, presentava a settembre un Renzi spadaccino. Certo, quella sciabola gliel’aveva regalata due mesi prima la nazionale di scherma (dandogli un buon appiglio per millantare, fra qualche decennio: «Sono stato azzurro di fioretto»), ma l’autoidentificazione con Don Chisciotte viene da più lontano. L’anno prima, ospite al festival Popsophia di Pesaro, alla domanda se si sentisse più affine a Batman o a Don Chisciotte, Renzi aveva risposto senza esitazioni: «Don Chisciotte, anche se mi sarei stufato di perdere». Le primarie di dicembre erano di là da venire, e Renzi si augurava di diventare «un Don Chisciotte a cui vanno meglio le cose». A dirla tutta, non dava l’impressione di aver letto il libro. Citava con enfasi una frase sulla libertà («Il bene più grande che i cieli abbiano donato all’uomo») molto cara a Comunione e Liberazione che ne fece il titolo di un meeting, per poi aggiungere: «Credo che ciascuno di noi debba munirsi di un po’ di spirito donchisciottesco, magari stando attento a distinguere quali sono davvero i mulini a vento e qual è invece l’esercito degli invasori». Il modello, a prima vista, non è dei più raccomandabili per un’impresa politica. Non sarà un caso se, nel capolavoro di Cervantes, l’unico ad avere l’occasione di esercitare l’arte del comando è il più saggio e concreto Sancho Panza, nominato per burla governatore dell’Isola di Baratteria. Il meglio che resta da fare a Don Chisciotte è istruire il suo scudiero sui modi in cui deve comportarsi nel nuovo incarico, e comporre a suo beneficio un piccolo trattato politico in forma epistolare, pieno di sagge raccomandazioni che suonano ben poco renziane: «Non far tanti decreti, ma se li fai, guarda che sien giusti, e soprattutto che siano osservati ed eseguiti. Perché i decreti che non sono osservati, è lo stesso che se non esistessero; anzi, fanno credere che il principe che ebbe senno ed autorità per emanarli, non abbia poi avuto la forza necessaria per farli rispettare». Attento all’annuncite, insomma. Ma sono consigli tutti astratti e libreschi, e non valgono certo a riscattare la fama di esemplare inettitudine che accompagna Don Chisciotte, spirito sognante poco versato nell’amministrazione delle cose terrene. Donchisciottismo, quando si parla di politica, è poco meno che un insulto, e come tale viene usato da secoli per stigmatizzare idealisti inconcludenti, rivoluzionari senza divisioni armate, arringatori strepitanti ma innocui che spesso fanno pure un vanto della loro estraneità al potere. Un dizionario di politica lo definisce come «atteggiamento spavaldo e vanaglorioso di chi vanta capacità rivoluzionarie e di lotta, ma è sostanzialmente impotente».

Che farsene, allora, della pur generosa allucinazione di Don Chisciotte, che prende mulini a vento per giganti, catini di barbiere per elmi e, in definitiva, fischi per fiaschi?

Tutto sta a intendersi su quale tipo di rapporto questa allucinazione, o menzogna, intrattenga con la realtà. Il filologo Cesare Segre suggeriva di far caso a una formula che Don Chisciotte usa proprio nel capitolo dei mulini a vento: Yo pienso, y es así verdad. Lo penso, dunque è vero. La fede di Don Chisciotte, spiegava Segre, è prima di tutto volontà di credere. La sua pazzia è consapevole, calcolata, qualcuno potrebbe insinuare che è perfino larvatamente cinica. Ai mercanti toledani che gli chiedono le prove della bellezza sovrumana di Dulcinea, la contadinotta che il delirio cavalleresco di Don Chisciotte ha trasfigurato in Dama cortese, il cavaliere risponde: «L’importante è questo, che senza vederla, lo dovete credere». Un invito all’inganno collettivo e consensuale. Peggio ancora, direte voi. Se Don Chisciotte è un realista mascherato da sognatore che ha deciso di abbindolarsi fino alla follia e che aspira a contagiare gli altri con le sue visioni strampalate, la sua eredità politica non diventa ancor più velenosa? La fede in una menzogna riconosciuta come tale – una fede intrisa di malafede – è stata l’essenza del rapporto dei totalitarismi con la verità, e trova il suo manifesto ispiratore in uno dei libri più sciagurosi del Novecento, le Riflessioni sulla violenza (1908) di Georges Sorel, dove l’uso politico dell’affabulazione mitologica era teorizzato apertamente. Thomas Mann, nel 1950, ancora tramortito dalla grande ubriacatura hitleriana, lo rievocava così: «Come? Leggende, se riconosciute dal mondo, possono diventare verità; miti, fiabe, contraffazioni, falsificazioni, menzogne diventare la base della realtà storica? E questa sarebbe la vera e propria ed essenziale opera della storia? Ma allora è un’odiosa specie di poesia, la poesia della violenza».  A questo si approda, proclamando Yo pienso, y es así verdad? Il rischio esiste, ma esiste pure l’antidoto. Il fatto è che se si vuole prendere a modello Don Chisciotte bisogna prenderlo per intero, perché la sua volontà di illudersi, potenzialmente molto losca, è riscattata dalla nobiltà d’animo, dall’inflessibile dedizione ai princìpi cavallereschi, dalla limpida sprezzatura di hidalgo, che sta appunto per figlio di qualcuno, hijo de algo, gentiluomo. Quello che dobbiamo aver caro è insomma il donchisciottismo liberale, nel senso più pieno che si può dare all’aggettivo, che indica magnanimità («Il liberalismo è la generosità suprema», diceva Ortega y Gasset, peraltro grande interprete del Chisciotte). Tanto più che in Italia la storia del liberalismo è in buona parte storia donchisciottesca, modo aggraziato per dire che ha un duraturo legame con la follia, le cui ultime convulsioni si sono viste con il caso di Oscar Giannino. Di donchisciottismo fu spesso accusato il Partito d’Azione, che favoleggiava un’Italia troppo moderna e civile, impossibile da estrarre dalla materia prima di un Paese arretrato. Donchisciottesca fu tutta l’impresa politico-giornalistica del Mondo. Che cosa c’è di più cavalleresco di questo incipit di Gaetano Salvemini? «“Prego, chi siete voi?”. Noi siamo una mezza dozzina di pazzi malinconici (o innocenti), ultimi eredi di una stirpe illustre, che si va rapidamente estinguendo; massi erratici, abbandonati nella pianura da un ghiacciaio che si è ritirato sulle alte montagne. È il ghiacciaio che si chiamò “liberalismo”, “democrazia”, “socialismo”». E che cosa di più cervantesiano della pagina troppo citata di Mario Ferrara, che sempre sul Mondo invocava per i liberali uno di quei matti che «cominciano con il farsi ridere dietro dai savii e farsi ascoltare da altri pazzi come loro e, alla fine, si tirano dietro il grande esercito dei savii e ben pensanti»? Il caso di Marco Pannella, in questo, è istruttivo. Solo un pazzo donchisciottesco poteva vivere per decenni nell’illusione che gli ideali liberali fossero sempre sul punto di ottenere successi plebiscitari, salvo che i media ingannatori lo impedivano, proprio come Don Chisciotte era convinto che fosse un mago a generare i suoi fallimenti: è un incantesimo di Frestone che «ha cangiato questi giganti in mulini a vento, per togliermi la gloria di vincerli». Ma proprio questa singolare follia ha fatto sì che Pannella non mollasse per sessant’anni, in condizioni che avrebbero consigliato la resa; e, quel che più conta, è anche grazie a questa cocciuta volontà di prendere abbagli che ha potuto ottenere le sue vittorie.

Eccolo, infine, il grande arcano: il donchisciottismo paga più del sanchopanzismo. Ma questo ha poco a che vedere con la mitologia compiacente del sognatore coraggioso, del pazzo ispirato, dell’idealista dal cuore puro e altre svenevolezze sentimentali. Ci sono ragioni più prosaiche, e un trattato donchisciottesco sull’arte del governo dovrebbe esporle a una ad una, illustrandole con argute metafore secentiste, massime di autori classici ed esempi tratti dalla storia universale. Chi un giorno volesse scriverlo, a uso di Renzi o di un futuro principe, presti attenzione a queste mie imbeccate.

Anzitutto, travisare deliberatamente la realtà è, in alcuni momenti, la forma suprema del realismo politico. Ed è probabile che l’Italia stia vivendo uno di quei momenti. Serve un prolungato periodo di manutenzione straordinaria, ha scritto sul Corriere della Sera Michele Salvati in un ritratto politico di Renzi; le resistenze saranno fortissime e il primo ministro lo sa: «Come poi un politico consapevole della difficoltà del compito che si è addossato riesca ad essere (o a sembrare credibilmente) così ottimista – un aspetto fondamentale della sua immagine pubblica – è problema che sfugge alle mie capacità di comprensione». Dove non arriva il politologo, arriva d’un balzo il letterato, che in quel «sembrare credibilmente» accostato all’«essere» sente un’eco familiare: Don Chisciotte e la sua pazzia volontaria. Ci sono circostanze in cui le richieste irragionevoli sono le uniche a ottenere ragione, in cui la sola speranza di successo è agire e pensare «come se» gli ostacoli non fossero insormontabili, «come se» un governo, nell’affrontarli, avesse più potere di quanto ha, «come se» l’Italia fosse alle soglie di una palingenesi e non aspettasse altro. La vecchia battuta di Vitaliano Brancati secondo cui, in Sicilia, per essere liberali bisogna essere «almeno comunisti» conteneva, in questo, una profonda verità donchisciottesca, che Leonardo Sciascia proponeva di estendere a tutte le regioni d’Italia. Viste le sconsolanti condizioni di partenza, sono proprio il realismo e il disincanto a suggerire di farsi megalomani, radicali, folli e cavallereschi per raggiungere banalissimi traguardi moderati. Gli osservatori che commisurano annunci e risultati dimenticano una cosa: lo spericolato Renzi ha promesso molto, troppo, e ha ottenuto poco; l’assennatissimo Letta ha promesso poco e non ha ottenuto nulla. Un Sancho Panza vede il nemico all’orizzonte e soccombe ancor prima di sguainare la spada. Un Don Chisciotte sa che, allucinando un campo di battaglia in cui le forze sono disposte a suo vantaggio e contagiando altri con questa sua allucinazione, riuscirà a guadagnare qualche metro, qualche spazio d’azione – e a guadagnarlo nella realtà, dove le percezioni qualcosa pur contano.

Yo pienso, y es así verdad. L’arte del donchisciottismo politico prescrive però di capovolgere le traveggole dell’eroe. Non si tratta di vedere dei mulini a vento e convincersi che sono dei giganti leggendari ma, al contrario, decidere che i giganti sono un po’ meno invincibili se li si tratta da mulini a vento. Poi però tocca andare alla battaglia armati fino ai denti, altrimenti si rischia la stessa fine di Don Chisciotte a cospetto del leone. Racconta Cervantes che l’ardimentoso cavaliere, smontato dal suo ronzino, imbracciò lo scudo e la spada; ma l’animale, «non badando a ragazzate né a bravate, dopo aver guardato, come s’è detto, di qua e di là, si rivoltò indietro, mostrò il deretano a Don Chisciotte, e con gran flemma e lentezza tornò a sdraiarsi in fondo alla gabbia». È grosso modo quel che è accaduto a Renzi e al suo fido ministro della Giustizia dal cognome così cavalleresco, Orlando, quando si sono trovati davanti il deretano dell’Associazione Nazionale Magistrati, che non si fa impressionare da una sciabola da schermidore dimenata un po’ a vanvera nell’aria. Da qui l’ultima imbeccata, nonché la più ovvia: ogni Don Chisciotte ha bisogno del suo Sancho Panza, di uno scudiero e consigliere ben piantato nel mondo, che fornisca alle sue follie un contrappeso di ragionevolezza e buon senso contadino. Pare un’ovvietà, ma è proprio l’assenza di un Sancho che ha fatto capitolare molti cavalieri erranti del liberalismo italiano. Sancho non è il senno meschino che schernisce la follia; è semmai il compagno fedele che dà spago alle fantasie eroiche del suo signore, salvo correggerne il tiro quando sono troppo temerarie e rovinose. Ruolo rischiosissimo; perché accade il più delle volte che lo scudiero si lasci prendere la mano e diventi non meno stralunato dell’hidalgo, pur sotto le apparenze della saggezza (e anche qui l’archetipo romanzesco si potrebbe proiettare sulle cronache). D’altronde, ci sarà una ragione se Cervantes li ha creati in coppia. Senza Don Chisciotte, il terreno Sancho Panza rischia di avvitarsi in un delirio d’impotenza. Ma senza Sancho, lo spirito cavalleresco di Don Chisciotte è destinato a far disastri, e la sua volontà d’illudersi e d’illudere a fin di bene lo rende indistinguibile dal comune sparaballe che si spaccia per azzurro di sci. Perché è davvero molto sottile il confine che separa un hijo de algo da un hijo de puta.

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