Titolo originale: ”A Most Violent Year”. Il film del nuovo genio di Hollywood J.C. Chandor esce adesso in Italia, ma un anno fa è stato ingiustamente escluso dalla corsa alle statuette. Un falso gangster-movie ambientato nella Brooklyn dei primi anni Ottanta.

Il gangster movie è il più americano dei generi. L’horror l’ha codificato Murnau, europeo. La commedia Lubitsch, europeo. I film con gli spari, come direbbe Lorenzo Jovanotti, sono roba born in the Usa. È una mitologia esatta, con le sue formule e i suoi archetipi, e di lì non si scappa, né quando si operano riletture piacione (American Hustle, David O. Russell, 2013), né quando la filologia conduce a un codice nuovo. Appartiene alla seconda categoria A Most Violent Year, terzo film scritto e diretto da J.C. Chandor, uscito negli Stati Uniti in limited release il 31 dicembre 2014. Era giusto in tempo per correre agli Oscar del 2015: avrebbe meritato un posto in ognuna delle cinquine, non ha ricevuto nemmeno una candidatura. Il cinefilo grida allo scandalo, e c’ha ragione: perché è uno degli oggetti più interessanti della stagione. Sulla carta è un gangster movie ambientato nella Brooklyn dei primi Ottanta, tra investimenti facili e gentrificazione spinta. In realtà, il percorso di Chandor muove su direttrici diverse. Da un lato, riprende le atmosfere già scarnificate di Sidney Lumet (Rapina record a New York, Il principe della città, pure Serpico e Quel pomeriggio di un giorno da cani) e, se possibile, le destruttura ancora di più. Dall’altro, guarda al filone più scopertamente pop del genere: il protagonista Oscar Isaac sembra replicare il Michael Corleone/Al Pacino del Padrino – Parte II, nel ritratto trattenuto e febbrile del maneggione che vuole passare per pulito. Il suo Abel Morales, origini da immigrato, ha una società che macina soldi nel ramo benzina, una moglie (Jessica Chastain) erede di uno storico clan a cui lui lascia tutti gli atteggiamenti mafiosetti e, soprattutto, avidità e voglia di riscatto, le due leve che valgono implicitamente come risposta alla domanda dell’avvocato che gli controlla i conti:

Perché fai tutto questo?

 

Con due anni di ritardo

 

Il terzo film di Jeffrey C. Chandor è del 2014, arriva in Italia solo ora. Nel cast: Oscar Isaac, Jessica Chastain, David Oyelowo, Albert Brooks, Alessandro Nivola, Andrew Walsh

E tu, Chandor, perché fai tutto questo? «Volevo accantonare il ricordo dei film di gangster che conosciamo», ha detto al New Yorker. Ha messo tutto tra le righe, Lumet e Coppola, e i membri dell’Academy si sono sentiti traditi nella loro mitologia.

Alla prima proiezione per il pubblico a Los Angeles, la platea ha esultato quando Jessica spara al cervo: finalmente qualcuno che spara a qualcosa!

Il colpo di pistola arriva al quarantesimo minuto circa: troppo tardi per un gangster movie, insegnerebbero a un corso di sceneggiatura. Secondo i manuali sarà anche sbagliato, ma A Most Violent Year ha il passo dell’instant classic. «Tutti abbiamo delle ambizioni», dice il pm che sta indagando sui bilanci di Morales. L’altro replica: «Sì, ma c’è un sentiero più giusto dell’altro per perseguirle».
Chandor, fin dall’inizio, ha scelto quello più accidentato. La prima dichiarazione d’intenti e poetica arriva per bocca di Jared Cohen, personaggio minore di Margin Call:

In situazioni difficili come questa, ciò che è giusto può avere interpretazioni multiple.

Margin Call, l’opera prima del 2011, è la storia di una truffa finanziaria, ma soprattutto una delle più precise commedie umane degli ultimi anni. Racconta l’eterna gara tra maschi a chi ce l’ha più lungo, in un gioco delle parti tra mostri di bravura (tra gli altri: Kevin Spacey, Jeremy Irons e Stanley Tucci, mica Lillo e Greg). Quell’anno, non c’è sceneggiatura più perfetta, e Chandor ottiene anche una nomination agli Oscar. Vince Woody Allen con Midnight in Paris. Da quel momento, Chandor inizia a fare di testa sua, e lui e l’Academy prendono sentieri diversi.
Nel 2013 scrive e dirige All is Lost, apparentemente un tradizionale survival movie. C’è un uomo (Robert Redford) che ha un incidente su una barca a vela nell’Oceano Indiano, dove si trova per ragioni imprecisate. (Interpretazioni multiple). Non c’è una parola di dialogo in tutto il film, a parte il prologo iniziale in voce off e un «Fuck!» più o meno a metà. Il cinema d’avventura classico serve a dire altro: che a essere perduta è una certa idea di cinema, l’artigianato della regia e della scrittura. Quello che faceva, guarda caso, Redford; quello che oggi fa Chandor. È passata alla storia delle pagine culturali di New York Times e affini una scena: prima ancora di correre ai ripari (letteralmente) e capire che fare della sua vita (della sua morte), l’uomo solo in mezzo al mare si mette davanti allo specchio e si fa la barba. Si ferma.

Come Abel Morales quando si siede sugli scatoloni pieni dei suoi bilanci corrotti. La polizia gli sta perquisendo casa, lui si nasconde in giardino. Guarda il bosco davanti a sé, nel modo in cui avrebbe fatto Corleone/Pacino. Si ferma. Anche il cinema di Chandor prende tempo, mette in pausa quello che abbiamo già visto, ci riflette sopra, e fa ripartire un nastro nuovo.

Può dirmi che cosa sta succedendo? E, per favore, parli come se lo spiegasse a un bambino piccolo. O a un golden retriever.

È un’altra battuta di Margin Call. Chandor non ce lo spiegherà mai, non ci renderà mai le cose facili. Le nostre interpretazioni multiple valgono più di mille premi Oscar.

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