Magazine / Prologo

L’islamismo jihadista e noi

IL 68 20.02.2015

La minaccia all'Occidente, le affinità tra nazismo e Isis e quelle parole coraggiose del presidente Mattarella

Quando ho raccontato ai miei conoscenti americani – intellettuali liberal e di sinistra come l’autore della storia di copertina di questo numero, Paul Berman – il primo atto politico del nostro nuovo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ho ricevuto congratulazioni, in quanto italiano, per un capo dello Stato così coraggioso e preciso nell’individuare le sfide più urgenti di quest’epoca.

Peccato, però, che di questo straordinario gesto di Mattarella nessuno in Italia ne abbia saputo nulla, perché è vero che lo abbiamo visto andare alle Fosse Ardeatine in Panda grigia a omaggiare le vittime della strage nazista di settant’anni fa, ma che cosa abbia detto davanti al monumento ai martiri è stato trascurato, se non omesso. Eppure Mattarella alle Fosse Ardeatine ha detto un’unica frase, potentissima. Questa: «L’alleanza tra nazioni e popolo seppe battere l’odio nazista, razzista, antisemita e totalitario di cui questo luogo è simbolo doloroso. La stessa unità in Europa e nel mondo saprà battere chi vuole trascinarci in una nuova stagione di terrore».

C’era di che riempire i giornali e i talk show per mesi, altro che interviste al simpatico barbiere palermitano, sul primo atto di un presidente, noto per essere riservato e di poche parole, che va nel luogo emblematico della barbarie totalitaria a collegare la lotta contro il nazifascismo a quella contro il terrorismo islamista che dal Medio Oriente alla Francia, e dalla Nigeria all’Australia, insanguina il mondo. E invece niente. Il primo atto politico di Mattarella non ha ricevuto la dignità di trasmissioni, di commenti, di titoli. Tanto che, un paio di giorni dopo, parlando di qualcun altro e non del presidente, Michele Serra su Repubblica si è domandato «se la forzatura retorica» di chi definisce lo Stato islamico come il nuovo nazismo «abbia senso, data l’enorme distanza storica e culturale dei due fenomeni».

Magari un giorno il presidente Mattarella tornerà sull’argomento, ma sul tema della «distanza storica e culturale tra i due fenomeni» è appena uscito in Gran Bretagna e in America un formidabile saggio scritto da un giovane e apprezzato storico inglese dell’Università di Cambridge, e recensito da tutti i grandi media internazionali (ignorato, invece, in Italia). Si intitola Islam and Nazi Germany’s War. L’autore è David Motadel.

Il libro documenta il ruolo dell’Islam nella costruzione della macchina da guerra nazista. Tra mondo islamico e Terzo Reich, intanto, ci fu una straordinaria convergenza di interessi geopolitici, alimentata dalle spinte anticoloniali dei Paesi arabi, dal comune antibolscevismo e dall’antica convinzione dei tedeschi di aver perso la Prima guerra mondiale anche per non essere stati capaci di mobilitare i musulmani contro le potenze alleate. I nazisti, racconta il libro, hanno cercato di non ripetere lo stesso errore e, per questa ragione, hanno progettato con metodo e rigore una strategia ideologica, propagandistica e militare per sfruttare, sul fronte meridionale e nei Balcani, l’unità politica e religiosa del mondo islamico.

Non che avessimo bisogno di una nuova ricerca storica per sapere che in quegli anni il Medio Oriente vibrava di colpi di stato di ispirazione nazista, che il Gran Muftì di Gerusalemme viveva a Berlino a libro paga del Führer che Mussolini si autonominava «Spada dell’Islam» e che nazismo e un certo Islam militante condividevano l’idea della sottomissione dei sudditi e dei fedeli, la servitù o lo sterminio dei nemici, una visione totalitaria della società e un’incontenibile ossessione antigiudaica. Sulle affinità millenariste, poi, ha scritto tutto proprio Paul Berman in Terrore e liberalismo, il più importante libro sulle radici ideologiche dell’11 settembre 2001.

Ma nonostante sapessimo queste quattro cosette – e, visto che ci siamo, anche della presenza di reggimenti islamici in fez tra i ranghi delle SS (dall’altra parte, dalla parte giusta della storia, combatteva invece la Brigata ebraica) – la puntigliosa ricostruzione del ricercatore di Cambridge lascia senza fiato. Non sapevo, per esempio, che le SS di Heinrich Himmler tentarono di mobilitare alcuni studiosi di Islam per far circolare l’idea che dall’interpretazione di alcune sure del Corano si sarebbe potuto individuare Hitler come il nuovo Profeta, autorizzato quindi a completare il lavoro di Maometto. Alcuni mesi dopo, gli esperti di Islam convennero che no, nel Corano non c’erano appigli per spacciare Hitler come il nuovo Profeta, tuttavia spiegarono alle SS che l’avvento del Führer poteva passare come «il ritorno di Isa», cioè di Gesù.

Il più entusiasta dei gerarchi era Himmler, ma anche Hitler era un appassionato cultore della mascolinità della cultura musulmana rispetto alla mollezza di quella cristiana che non prometteva il Paradiso a chi moriva in combattimento. Ad Albert Speer, Hitler diceva che se nel 732, a Poitiers, Carlo Martello non avesse sconfitto i musulmani il mondo sarebbe stato islamico e la Germania ne avrebbe beneficiato, perché i tedeschi sarebbero diventati seguaci di una religione perfetta per lo spirito e il temperamento germanico. Anche perché, spiegava Hitler all’architetto di regime, i conquistatori arabi non sarebbero resistiti a lungo alle rigidità del clima nordico, naturalmente a causa della loro inferiorità razziale, e quindi sarebbe finita che alla guida dell’impero maomettano non ci sarebbero stati gli arabi, ma i tedeschi islamizzati.

Il delirio era a cinque stelle, ma negli ultimi anni della guerra la macchina della propaganda nazista non lasciava nulla di intentato: dalla promozione attiva del jihad ai corsi per addestrare i mullah (Mullah Lehrgang) all’interno della Wehrmacht, fino a elaborate discussioni teoriche per escludere gli arabi e i musulmani dai “popoli inferiori” in modo da non intaccare la purezza ideologica del razzismo del Terzo Reich. Il Gran Muftì di Gerusalemme, poi, si sbracciava per sottolineare i tratti in comune tra nazismo e Islam, non solo quelli citati prima, ma anche la condivisione degli stessi ideali di comunità, famiglia, procreazione, maternità, istruzione dei figli ed etica del lavoro.

L’Islam non è nazista, ovviamente. Intanto perché esistono diversi tipi di Islam e poi perché il nazismo è stato solo una parentesi della storia. Ma non si può ignorare che sia anche un’ideologia politica. L’islamismo politico salafita e wahabita e anche lo sciismo rivoluzionario degli Ayatollah sono dottrine politiche totalitarie, violente e razziste. Per non parlare della furia genocida dello Stato Islamico cui Maurizio Molinari ha appena dedicato un imperdibile libro, Il Califfato del terrore (Rizzoli), che analizza nascita, strategia e obiettivi politici del successore di Maometto, il Califfo Abu Bakr al-Baghdadi. In un altro nuovissimo saggio della Yale University Press, Nazis, Islamists and the Making of the Modern Middle East, Barry Rubin e Wolfgang Schwanitz raccontano come gli anni dell’intensiva propaganda tedesca in Medio Oriente, e quelli dell’alleanza tra nazi e nazionalisti arabi basata sulla comune base ideologica antidemocratica, antiliberale e antigiudaica, abbiano avuto un effetto profondo sul pensiero panarabo e islamista odierno.

Ogni volta che assistiamo alla furia assassina dei jihadisti ci diciamo che non rappresentano l’Islam, come un tempo si diceva che le Brigate erano «sedicenti rosse», mica sul serio comuniste. Al netto dell’ignoranza e delle ultime scorie ideologiche del terzomondismo anticapitalista, lo diciamo perché nessuno si augura lo scontro di civiltà e perché con un pizzico di presunzione occidentalista crediamo che tutti condividano gli stessi valori universali, magari senza sapere che alcuni Paesi come l’Arabia Saudita non hanno mai firmato la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e che i Paesi islamici ne hanno stilata una alternativa che inizia invocando per tutti la «sottomissione a Dio» e continua con il divieto di sopprimere la vita umana «tranne che per una ragione prescritta dalla Sharia».

Quando, dopo che Isis ha arso vivo un pilota giordano, arriva finalmente la condanna teologica da parte del cosiddetto “Islam moderato”, paradossalmente la preoccupazione aumenta: secondo il Grande Sceicco della millenaria Università al-Azhar del Cairo, infatti, lo Stato Islamico è un’organizzazione «satanica» i cui seguaci, come prescritto dal Corano, dovranno essere uccisi, crocifissi e mutilati degli arti. Sia i moderati sia i radicali citano il Corano, e non è che ci sia molta differenza.

Nel lungo periodo sarà problematico contare su questo tipo di “Islam moderato”. Serviranno altri interlocutori. Dopo le Fosse Ardeatine, del resto, a nessuno venne in mente di affidarsi al “nazismo moderato”.

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