Fenomenologia struggente, e anche un po’ mitomane, della rilevanza culturale, politica e sentimentale di Lorenzo Cherubini

Quand’è che Lorenzo Cherubini è passato da Brillante Promessa a Venerato Maestro? E soprattutto, che ne è della fase di transito nota come Solito Stronzo? (Prima di molte note a margine. Il Cherubini stesso dice che per lui le tre fasi arbasiniane non valgono: «Ho avuto il culo di non essere mai stato una promessa: ero semplicemente incomprensibile ai loro codici». Ma mica vorremo tenere in un qualche conto l’opinione dell’artista sull’artista stesso, no?)

Il passaggio è forse avvenuto nel ’94, con quel manifesto fondativo del Pd (altro che Lingotto) intitolato Penso positivo? O nel ’92, quando Monicelli lo mise dentro a un televisore guardato dalla più rappresentativa famiglia italiana, quella di Parenti serpenti (uno degli ultimi segni di vita della compianta commedia all’italiana)? O più di recente, nel 2012, quando diventa uno che riempie gli stadi, e non solo i palasport. O già nel ’99, quando Per te diventa la canzone per eccellenza scritta da un cantautore diventato padre, scalzando la Avrai di Baglioni. O magari Jovanotti, nomignolo da giovinastro se mai ce ne sia stato uno, diventa ufficialmente Venerato Maestro solo oggi, nel giorno del 2015 in cui fa uscire un doppio album in cui i fossatismi e i guccinismi sono nascosti dentro canzoni ballerecce (perché puoi togliere il dj dalla consolle, ma sempre dj resta: innanzitutto vuole farci ballare. Lui chiama questo mestiere «crooner elettronico» – ma abbiamo già stabilito che le definizioni che l’artista dà di sé contano meno di niente).

No, non accade oggi, giacché l’andazzo è quello da un bel po’: sono anni che Lorenzo Cherubini non ne sbaglia una, e chiunque abbia mai sfogliato un manuale di sceneggiatura pronostica come sia sempre più vicino e inevitabile il terzo atto, il contraccolpo, il momento in cui l’eroe cade. Sennò che arco narrativo è. Sennò di che parliamo. Sennò è troppo facile.

Il personaggio pubblico non è tale se non ottempera al nostro diritto alla Schadenfreude, a gustarci i suoi inciampi. Guarda Lena Dunham: non ne sbagliava una, e poi ha infilato una serie di disastri, polemiche su temi delicati, vendite scarse, goffaggini editoriali. Lorenzo no. Lorenzo riesce a non farsi impaludare neanche nelle polemiche sui social, che per un maschio adulto è quasi un miracolo, non me ne viene in mente un altro che prima o poi non abbia sbagliato tono, lessico, bersaglio, esasperato da un contesto in cui chiunque fa valere il proprio misero diritto a notificarti la propria superflua opinione.

Il secondo atto di Lorenzo, quello impeccabile, dura da tanto di quel tempo che prima di mettermi a scrivere questo articolo sono andata a controllare la data di un concerto durante il quale pensai che era da troppo che non ne sbagliava una: non poteva durare; e dopo il quale gli dissi «dovresti morire ora, al massimo della gloria» (mia nonna avrebbe detto: sempre una parola buona). Lui rispose ridendo che no, secondo lui un altro paio d’anni buoni li aveva. Ne sono passati quattro.

Mettiamo da parte per un attimo Jodie Foster: da Michael Jackson in giù, praticamente non esistono performer che siano diventati famosi da ragazzini e sui quali decenni di riflettori non abbiano avuto un effetto devastante. Oltretutto Lorenzo fa caso a sé: era Britney Spears in tempi in cui non lo era ancora nessuno, in cui non era normale essere famosi, ed esserlo prima di capirci qualcosa. Nell’epoca in cui non c’era YouTube, non c’erano i social, non c’era l’incubo della diretta permanente e della vita in vetrina. In anni in cui si sapeva che «a vent’anni si è stupidi davvero» (Guccini), e non si pretendeva che il ventenne rendesse conto della propria ventennitudine. A meno che il ventenne non fosse Jovanotti, cui intellettuali già adulti rinfacciavano d’essere un rapper col cappellino al contrario (un po’ come se oggi Ceronetti scrivesse elzeviri contro Justin Bieber). Il fenomeno dell’opinionismo sul primo Jovanotti ha negli anni preso due direzioni, entrambe interessanti non tanto per capire Lorenzo, quanto l’effetto che fa ai commentatori.

Da una parte ci sono gli allora adulti (che spesso sono critici musicali): sospirano che sì, l’hanno rivalutato, lo apprezzano, si sono arresi a esserne fan – ma è perché lui è molto cambiato, è cresciuto, è maturato, si è evoluto. Ma tu pensa. Un quarantottenne che è cambiato rispetto a quando aveva vent’anni. Ma certo che la vita è proprio imprevedibile, eh.

Dall’altra ci sono gli aspiranti critici adesso ragazzini. Hanno il problema di dimostrarsi duri e puri (problema che hanno spesso i ragazzini e spessissimo gli aspiranti qualcosa), e tengono a far sapere che a loro non la dà a bere: era quello col cappellino storto. Per fortuna la vita è più rispettosa dei termini di prescrizione di quanto lo siano loro: tra trent’anni non rinfaccerà, agli adulti che saranno diventati, quel che twittavano i ragazzini che erano.

Il fatto è che Lorenzo non doveva diventare un Venerato Maestro. Non doveva diventare neanche un Solito Stronzo. Non doveva diventare niente, non doveva passare la prima fase: doveva essere un Sandy Marton, un fenomeno stagionale, uno di quelli di cui vent’anni dopo dici «uh, ma ti ricordi quel singolo di quell’estate, com’è che si chiamava, sarà ancora vivo».

Anche se la critica culturale è un campo coltivato a senno di poi, e quindi adesso diciamo tutti che l’avevamo capito subito, che aveva una marcia in più. Sì, ci pareva un cretino, ma nel sottoscala della ragione lo sapevamo, che sarebbe diventato uno che tutti conoscono, che tutti stimano, quello nel quale si ripongono le aspettative più alte e che si dà per scontato supererà gli angusti confini di quella miseria denominata pop italiano. Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte per paura che qualcuno porti le prove di quel che dicevamo di lui alla fine degli anni Ottanta: siamo quelli che giurano d’aver intuìto immediatamente che sopra La mia moto c’era uno destinato a durare. Siamo gli svergognati, e sosteniamo senza metterci a ridere d’aver capito già allora che sarebbe diventato quello di oggi: un fenomeno pop così trasversale da non poterlo ignorare se non si vuol sembrare del tutto scollegati dal presente. Siamo quelli che si sentono furbissimi, e ci dichiariamo jovanottiani della prima ora, approfittando della magnanimità con cui il vincitore ci lascia salire sul suo carro (e scambiandola per fessa bontà quando è invece sorridente disinteresse, nonché consapevolezza che il più grave sgarbo che puoi fare a un detrattore è non tenere a mente la sua disistima).

Un buon criterio di misurazione della rilevanza di un fenomeno è la pseudologia fantastica, più correntemente detta «falso ricordo». Ovvero: se conti davvero qualcosa, ti attribuiranno vita opere e omissioni mai accadute, nei casi peggiori credendo davvero alle favole che raccontano. Quando, in Borotalco, Carlo Verdone diceva «Richard Burton m’ha vomitato sul tappeto», sanciva lo status di icona di Burton: più dei poster, contano le mitomanie. Su Jovanotti tutti hanno falsi ricordi. Nessuno, mai, dice «boh, non mi ero accorto esistesse».

Tutti gli adulti raccontano giovinezze in cui erano consapevoli della sua esistenza, che fosse per detestarlo o per preconizzarne la rilevanza, pranzi di famiglia durante i quali lo videro agitarsi in qualche programma televisivo ed esclamarono insofferenti «ma chi è questo fesso», disprezzo per il compagno di scuola cretino che ne comprava i dischi (con vendittiano senno di poi: cretino tu). Quelli che si dipingono retroattivamente come sprezzanti sono una categoria interessante (gente che a cinquant’anni ha bisogno di legittimarsi raccontando che già a venti aveva consumi culturali serissimi); ancora di più lo sono quelli che nel revisionismo storico sono jovanottiani della prima ora: i più svergognati arrivano a dire di preferire Jovanotti for President (1988) ai dischi recenti.

Accomuna le due categorie il bisogno di collocarlo comunque nel nostro passato, e quello che questo tic ci dice della percezione che abbiamo di Lorenzo: non possiamo ammettere di aver bucato la notizia, abbiamo la sensazione di dover dire che lo avevamo notato, che magari ci irritava ma non ci stava indifferente. Per anni, il mio vezzo è stato rimarcare che io veramente ai tempi di Ciao mamma neanche mi ero accorta esistesse: io ero di Bologna, io ascoltavo i cantautori. Per anni ho fatto quella che non aveva bisogno di taroccare il passato: io ero quella che ammetteva – sentendosi parecchio superiore a quelli che «lo detestavo quand’era scemo» – di essersi accorta di lui solo all’altezza di Lorenzo 1992.

Ho raccontato per una ventina d’anni lo stesso aneddoto: c’era una vacanza in barca; c’erano le ragazze che ascoltavano con struggimento le canzoni romantiche di quell’album lì; c’era il mio allora fidanzato che – quando Jovanotti arrivava ai versi «certe volte vorrei, lo sai, esser stato il primo, ma poi ci penso e alla fine è lo stesso perché, perché tanto non l’hai mai fatto come l’hai fatto con me» – troncava i nostri sospiri sbottando tra l’ammirato e l’invidioso «ammazza che paraculo questo». Senonché, me ne sono resa conto di recente, quel fidanzato, quella compagnia di cui ricordavo con tanta nettezza l’ascoltare l’album di Lorenzo uscito nel ’92, quella vacanza lì si svolse nel ’91. Mitomane anch’io, e Lorenzo ufficialmente Burton.

Alcune cose contenute in Lorenzo 2015 cc., in ordine sparso e con associazioni di idee che il cantautore non approverebbe (non approverebbe neanche la definizione di “cantautore”: ve l’ho detto, l’artista è quello che capisce meno la propria opera. Non è una mia opinione, è una valutazione tecnica, lo diceva anche un tal Cesare Pavese: «Il calzolaio fa le scarpe e il capomastro fa le case – meno parlano del modo di farle e meglio lavorano»).

La sua Culodritto. Quando Francesco Guccini scrisse: «Ma come vorrei avere i tuoi occhi, spalancati sul mondo come carte assorbenti, e le tue risate pulite, piene: quasi senza rimorsi o pentimenti», Teresa Guccini detta Culodritto aveva nove anni. Teresa Cherubini invece ne ha sedici, e Libera fa così: «Sei bella quando sorridi, quell’aria che puoi fare tutto quando lo decidi, le mani in tasca per il freddo che ti ghiaccia il naso, lo sguardo basso per far finta di non farci caso». Non so se Lorenzo l’abbia mai ascoltata, Culodritto: il cantautorame classico non è molto roba sua, e Guccini in discoteca non funzionava come riempipista. Però so che Libera espanderà la sindrome da litigio post-concerto: a dire «tu queste cose non me le dici mai» non saranno più solo le mogli rivolte ai mariti, ma anche le figlie ai padri. Nessuno, neanche Sex and the City, ha fomentato come Jovanotti la guerra tra i sessi.

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