Yolo / Musica

Cari mammina e patrigno

IL 69 20.03.2015

Emmanuel Afolabi

Arriva il nuovo album di Sufjan Stevens, un’opera intimista che affronta i nodi cruciali della vita del cantautore americano. La relazione con la madre fragilissima e tossica, le interruzioni dei rapporti e i modi per uscirne indenne (per quanto possibile). Un disco solenne e spietato

Dopo averci affascinato con la sua musica, la sua creatività, la sua visione angolare, ironica e postmoderna dell’America d’oggi, Sufjan Stevens arriva allo snodo essenziale della sua carriera e della sua biografia. Carrie & Lowell è l’album con cui l’artista ci permette (viene da dire «finalmente», per quanti sono gli interrogativi che qui trovano risposta) un accesso approfondito alla sua vicenda di formazione, al dove si siano formati la sua sensibiltà, il suo gusto per certi temi e certe forme e il suo straniato atteggiamento contemplativo del mondo circostante.

Carrie & Lowell, in 11 canzoni dense d’implicazioni psicologiche, connesse tra loro come foto d’un album di famiglia, racconta la storia di sua madre Carrie, donna fragile, instabile e viziata da debolezze d’ogni genere ma dolcemente adorata da Sufjan, e quella di Lowell, il suo patrigno, con cui Carrie va a vivere quando lui ha solo un anno di vita, abbandonandolo al primo marito Rasjid. Carrie è l’eroina del melò, con la sua patente di schizofrenia connessa a tossicomanie multiple, con la sua eterna lontananza e con la parvenza immaginaria che Sufjan coltiva di lei durante l’infanzia, fino a farne un’ossessione latente. Che trova sbocco nelle tre estati in cui, tra i 5 e gli 8 anni, Sufjan viene spedito dal nativo Michigan nell’esotico Oregon, a Eugene, dove vivono Carrie e Lowell. Lì il contatto si stabilisce, le ferite si rimarginano, il rapporto interrotto assume la percorribilità che lo conduce fino a oggi, trent’anni più tardi, quando Carrie è morta da poco e Lowell, ultrasessantenne, è uno dei principali collaboratori di Sufjan negli uffici della Asthmatic Kitty, la sua etichetta discografica.

Il tempo è passato, il cast si è dissolto e la carismatica protagonista ha preso commiato, lasciando dietro di sé una voragine emotiva e l’inquietudine per la mancanza d’una salvifica pacificazione. Ed è a questo che Stevens lavora, coi suoi mezzi espressivi e il suo linguaggio, compilando un disco. Che prima di tutto è un racconto per frammenti: solenne e spietato, con le nervature emotive, i punti di sofferenza, le rivelazioni ben esposte, sotto forma di canzoni. Un’opera impegnativa, che sublima in suadenti composizioni il mistero delle relazioni, delle reciproche interferenze e dei condizionamenti che sono l’architettura di una famiglia – anche una disfunzionale, come la sua.

 

Emmanuel Afolabi

Ed è stupefacente come, per raccontare Carrie, Lowell e gli altri, per rievocare cosa significasse osservarli e intanto cercare di sopravvivere, un disco possa diventare uno strumento straordinariamente sofisticato – a patto di avere la forza artistica che Sufjan esprime nell’occasione.
Una sfida che affronta quasi disarmato: solo una chitarra acustica, trattata con maestria madrigalistica, assieme ai rari tasti di un pianoforte e a qualche coloritura d’atmosfera, allestita smanettando sui sequencer del suo computer. Affidando tutto alla voce, al fraseggio, alla sua poderosa e delicatissima capacità evocativa, al contributo dei vocalizzi, dei contrappunti, delle doppiature. Ma soprattutto, contando sulla lucidità assoluta del progetto: Sufjan, nell’intimità del suo studiolo casalingo e nella canicola brooklynese, sapeva perfettamente cosa scrivere, cosa trasporre in musica, cosa trasmettere per permetterci di condividere la solitudine della sua esperienza.

Il risultato è un disco di una lucidità severa, senza un singolo cedimento, di un’unitarietà sbalorditiva, della stessa nettezza e consequenzialità che, nel corso del tempo, abbiamo trovato in altre grandi opere dell’America più ipersensibile e stupefatta: in Wednesday Morning, 3 A.M. di Simon & Garfunkel, in Scimmie di Susan Minot, nei Cinque pezzi facili di Bob Rafelson, anche nel recente Boyhood di Richard Linklater. Carrie & Lowell possiede la stessa capacità di esternare e poi racchiudere, nella più elegante e rivelatrice delle forme, fino al lungo vortice strumentale con cui si conclude, risucchiando ricordi e personaggi e proiettandoli nella quiete del memoria.

Solo in America può succedere che una rievocazione di questo genere assuma la forma di canzoni, una per l’altra mirabili e che, tutte insieme, diano vita a una rappresentazione compiuta e importante. Un fenomeno che mantiene vivo il valore espressivo del formato long playing, ossia dell’album come composizione narrativa per capitoli, complementari e risonanti. Di cui Sufjan, con Carrie & Lowell, rivela di conoscere i segreti, oltre al saperne manipolare alla perfezione la dirompente artisticità e la forza espressiva.

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