Magazine / Fogliettone

La crisi di coscienza del romanziere unico

di Andrea Minuz
illustrazioni di MARÍA CORTE
IL 69 20.03.2015

Scene dell’egemonia culturale prossima ventura, nel caso Mondadori comprasse Rcs Libri. I tormenti di Wu Ming, la ridotta della Bompiani e i timori di un ritorno dell’ecfrasi nelle copertine in imitlin del coltissimo catalogo Adelphi

Come sarà il mondo sottomesso all’egemonia culturale di Mondadori? Che cosa succederà dopo che avrà «ucciso le piccole case editrici», «esteso il dominio sulle librerie» e «minacciato la libertà d’espressione», come scrivono in un accorato #JeSuisRizzoli gli autori contrari alla vendita di Rcs Libri? Forse la fusione dei due grandi gruppi editoriali vi sembra un’operazione inevitabile o la solita trovata del capitalismo italiano. Ma se invece state in ansia, siete indignati, e soprattutto se avete letto almeno un Adelphi nella vita, quest’articolo vi riguarda. Perché qui stiamo per compiere un bel passo avanti verso il mondo immaginato da Bradbury in Fahrenheit 451. Mancano il reato di lettura e i roghi dei libri, ma chissà. Cominceranno a bruciare le copie invendute per rifilarci gli e-book, la polizia di Segrate ci interrogherà a bruciapelo sui best-seller, gli audio-libri avranno la voce di Giorgio Mastrota.

«Il colosso» si divorerà tutto, «sino a rendere prevedibili quelle competizioni che si chiamano premi letterari». Pensateci un attimo. Niente Strega o Campiello. Ci resterà solo Masterpiece. Sempre che Mondadori si impegni a pubblicare il libro del vincitore in «centomila copie di cui alcune in e-book», come ha fatto Bompiani con Vita migliore di Nikola Savic. Lascia stare che è andato così così. Era un esordio. E invece di dire «ci aspettavamo di più da un libro costruito in Tv» o «ovviamente quella cosa delle centomila copie era uno scherzo», Elisabetta Sgarbi ha giustamente osservato che «per essere un romanzo per nulla riappacificante sulla Belgrado degli anni Novanta, sta andando bene». Ma non abbastanza da innescare l’ennesimo aumento di capitale per salvare Rizzoli, e ora «non ci resta che confidare nell’Antitrust».

Per prepararci, abbiamo provato a leggere le novecentocinquanta pagine del Capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty, esposto prima in salotto e poi confinato nello scaffale più in alto, preso atto che se interrogati sarà sufficiente dire «una mole di dati incredibile», «parla anche degli Aristogatti», «a Krugman è piaciuto» (se qualcuno accenna alla crescita record del Pil americano, fulminatelo con un «semmai caro mio è cresciuta la diseguaglianza»). L’importante è che Piketty abbia firmato l’appello come «autore Bompiani». Così a parlare con l’Antitrust ci va lui, ché Enrico Ghezzi e Toni Servillo non è il caso, Umberto Eco non se la sente e Franco Battiato, vabbè.

Perché questo non è un appello qualsiasi. A dire il vero, non è neanche un appello perché manca Dario Fo (non si è mai visto un appello senza Dario Fo, in Mondadori si staranno chiedendo se è valido). Perché non ci preoccupano le prossime mosse di Jeff Bezos, non stiamo lì a badare agli oscuri progetti di Google, al cloud, alla Library, all’e-book, all’ultimo Kindle. Non abbiamo tempo per trastullarci con la scomparsa dei lettori (non è che si può pensare ai lettori quando si rischia di perdere l’integrità degli autori). A noi dal 1994 ci terrorizza solo Mondadori. E ora, con quest’offerta, «si configura oggettivamente il rischio di un’egemonia culturale» (Repubblica). È chiaro, la grande sfida che attende intellettuali e scrittori italiani nel XXI secolo è ancora quella messa a fuoco qualche anno fa dalla teologia negativa di Vito Mancuso: come posso fondare il mio pensiero sul Bene e farmi pagare da Segrate?

Altrove si potrà pure blaterare su Amazon & Co. Qui no. Qui c’era tutto un progetto di trasformazione della società italiana, l’avvento della borghesia einaudiana tirata su con l’Enciclopedia a rate immortalata da Edmondo Berselli, e ora tocca almeno resistere con Adelphi, Bompiani e la tessera Feltrinelli (fino a un certo punto, ché è pur sempre un megastore e, come vedremo più avanti, qui interessano le sorti della nicchia, del libro unico, “dell’impronta dell’editore”). Ma non vi azzardate a dire c’era l’egemonia o un filtro-Einaudi sulla cultura, ché subito Roberto Calasso vi zittirà spiegandovi che «semmai si trattava di una sottile ipnosi».

La vendita di Einaudi ci lasciò infatti a interrogarci sulla sua eredità. Cioè sull’ipnotico e inspiegabile diffondersi delle musiche di Ludovico, figlio di Giulio. Forse nel ripiegamento intimista del suo pianoforte c’è l’elegia per un’Italia paterna che non si fece e non si farà più. L’inesauribile lamento modulare di una perdita fatta di echoes, time-laps, divenire. Divenire sì, ma dove?

Per provare a capirlo, dobbiamo tornare al 1994, quando gli appelli si sottoscrivevano col fax. In quell’annus horribilis, Giulio Einaudi invitava gli scrittori a non lasciare “Lo Struzzo”. «Intendiamoci – disse – ognuno può prendere le proprie decisioni. Quel che posso consigliare agli autori è di continuare a lavorare, di continuare a consegnare i loro libri finché non ci saranno rifiuti ideologici o politici». «Meglio scrivere sui muri, se non troverò un editore libero», aggiunse Corrado Stajano. Ben Jelloun propose una colletta. Giulio Ferroni intuì il compimento di un disegno ancora imperscrutabile ma oppressivo: «La tradizione antifascista di Einaudi potrebbe dar fastidio al nuovo editore, è questa la mia paura».
Bisogna infatti ricordare che è in nome della tradizione antifascista di Einaudi che Bobbio posticipò di trent’anni la traduzione italiana de La società aperta e i suoi nemici di Karl Popper, perché non eravamo mica pronti per tutta quella «critica irriverente a Platone e Marx». Ma c’era comunque un pluralismo che ora rischia di scomparire per sempre. Vabbè, von Hayek, Mises e Nozick non si traducevano, non li trovavi manco nei sotterranei delle biblioteche, nessuno dei tuoi amici sapeva chi fossero, mentre l’Einaudi di Berlusconi continuava a rifilarti Adorno, Deleuze e le poesie di Brecht. Ma insomma c’era spazio per tutti. Pure troppo.

Eccola allora la crisi di coscienza. Tra le coscienze più tormentate ricordiamo almeno quella di Corrado Augias che, non trovando una risposta definitiva al dubbio di Mancuso, disse che avrebbe sollevato pubblicamente la questione al Festival di Mantova: «Presenterò il mio libro e ascolterò i lettori sul da farsi», e quindi lo immaginiamo andare a Mantova a chiedere al pubblico se vuole che lasci subito Mondadori o se magari può aspettare la ristampa dell’Inchiesta su Gesù. Ci fu poi il caso Saviano, troppo noto per tornarci su, se non per osservare col senno di poi che Vieni via con me era un chiaro invito a pubblicare con Feltrinelli. C’è infine la coscienza più lacerata di tutte, quella dei Wu Ming, pure perché sono tanti. Da anni preda di un bad trip post-operaista per difendere «questa posizione avanzata e scomodissima che abbiamo in Einaudi, tentando di muoverci nel territorio nemico perché ogni guerriglia deve valorizzare le quinte colonne e i soggetti interni al processo industriale facendo esplodere le contraddizioni del capitale in modo che» grazie, va bene così, mi raccomando le bozze a fine mese.

Ma se sui tempi lunghi – quelli in cui sappiamo come va a finire – la sfida è «resistere un minuto in più del padrone», adesso l’imperativo è uno solo. Anzi due. «Salvaguardare il grande lavoro culturale sul catalogo», come ricorda il filosofo Emanuele Severino, e vegliare sull’identità editoriale di Bompiani, cioè sui progetti di Elisabetta Sgarbi, editor e anima della casa editrice. Per chi non lo sapesse, quando si dice «Il Catalogo» si sta parlando di Adelphi.

Il Catalogo Adelphi è il bene supremo che ci resta dopo l’esplosione innescata dall’espansione incontrollata dell’Enciclopedia Einaudi. Un pulviscolo preziosissimo. Un residuo opaco rilegato in imitlin, «il nostro imitlin», come dice Calasso. Nella sua purezza residuale, il catalogo Adelphi è diventato l’unità di misura dell’intellettuale italiano. Il maschio Adelphi, letture tenaci, caparbie, ostinate, ostentate. Verranno a chiedervi di Vita e destino di Vasilij Grossman e Austerlitz di W. G. Sebald e auguratevi di essere pronti (non è che si può bluffare come con Michel Houellebecq, assimilato guardando «Il punto di Paolo Pagliaro»). L’impronta dell’editore è il saggio scritto in occasione dei cinquant’anni di Adelphi, in cui Calasso ci ha lasciato le istruzioni per difendere Il Catalogo. Tanto più utile rileggerlo ora, con l’avvicinamento del Colosso e il pericolo di contaminazione. Non lo direste mai, ma anche Calasso giudica i libri dalla copertina, anche se non come noi. Per fare una copertina Adelphi spiega che «bisogna individuare certi pittori che sembrano aver sentito, in qualsiasi epoca siano vissuti, una sorta di vocazione a diventare copertine». Per essere più precisi, «la copertina deve essere il rovescio dell’Ecfrasi».

Dice Calasso che «sussistono scritti, come quelli di Filostrato, dedicati soltanto all’ecfrasi», andataveli a leggere. Ma a parlare di copertine si finisce prima o poi sulle dolenti note. Calasso lo sa. Arriva un punto in cui «i migliori e i più infimi mi pongono una sola domanda: ma quell’immagine vende o non vende?». Riepiloghiamo. Uno ha trovato il pittore che aveva la vocazione Adelphi, ha riletto Filostrato, ha rovesciato l’Ecfrasi e gli si chiede se vende o no? «Se la si osserva da vicino», spiega con grande calma Calasso, «questa domanda è più affine a un Kōan che a qualsiasi altra cosa». Sì, un Kōan. Non fate quella faccia. «Vendere indica qui un processo alquanto oscuro» perché non si può «suscitare desiderio per qualcosa che è un oggetto composito, in larga parte sconosciuto e in altrettanto larga parte elusivo». Vabbè, ma allora cosa pubblichiamo? Semplice. Il Libro Unico.
E qui bisogna fare qualche passo indietro. «Quando stavamo a Bracciano con Roberto Bazlen e Ljuba Blumenthal a chiederci cosa avremmo pubblicato», racconta Calasso riavvolgendo i nastri del tempo, «quando cioè ci chiedevamo cosa avrebbe tenuto insieme i classici tibetani come Milarepa e i trattati sul teatro Nō, cosa che per me non era chiarissima, Bazlen, per farsi intendere, si mise a parlare di libri unici». E, a Bracciano, Bobi Bazlen comincia col dire che il libro unico è «il libro che molto ha rischiato di non diventare mai un libro» (non è chiaro perché Calasso cambi improvvisamente sintassi quando rievoca Bazlen, facendolo parlare come il Maestro Miyagi). Oppure, che il libro unico è «simile al residuo», ma «non lascia tracce».

Se vi sembrano indicazioni generiche, sappiate che «l’asse visibile e invisibile verso cui la flottiglia dei libri unici orienta la sua rotta è il Monte Analogo» (cosa volete, che ve lo mettano su Foursquare?). Bello. Ma oggi? Oggi che «le case editrici, soprattutto le più grosse, tendono a presentarsi come ammassi informi» come si fa? Mondadori vi pare pronta per il libro unico à la Bobi Bazlen? Questi vi rifilano Bruno Vespa che pubblica il Kōan nell’Italia della seconda Repubblica in imitlin Adelphi e sceglie pure la copertina con il più sputtanato dei disegni di Escher rifatto da Forattini. Sarà mica il caso di puntare alla difesa di progetti un filo meno ecfrastici ma più sicuri? Quello di Elisabetta Sgarbi, per esempio. La sua Bompiani è un’ottima «pratica residuale», ma pure residenziale, insomma mainstream. Con le collane che si chiamano «pasSaggi» e «asSaggi», o «Grandi pasSaggi» e «Grandi asSaggi», i documentari sul Po, i libri-intervista ai Momix, gli sguardi sull’aldilà dei cofanetti di Battiato (una versione upper class del libro di Pippo Franco sull’inesistenza della morte), e poi saggi sulla resistenza birmana di Carmen Lasorella, foto di Stanley Kubrick, cantici di Carmelo Bene e un numero indescrivibile di risvolti di copertina con  la «rarefazione dello sguardo». Con la collana di poesia «inVersi» affidata a Aldo Nove, uno che non ci sta a relegare la poesia nella nicchia e da un po’ si interroga sull’«ingresso di paurosi neologismi come Milf» sui «siti hard che ormai travalicano le frontiere linguistiche» e sulle «pulsioni più segrete che ormai si soddisfano in pochi secondi mentre il concetto di osceno si è spostato altrove». Altrove dove, scusi? «Per esempio, nell’economia». Chiaro.

Quello di Elisabetta Sgarbi è un progetto culturale totale e però accessibile, identitario e però contaminato, col catalogo di voci “altre”, di Abdellah Hammoudi, Serdar Ozkan, Mohammed Hanif, Amin Zaoui e un audio-libro di Malika Ayane. Ma il cuore del progetto Bompiani sta tutto nel look sgarbiano da personaggio Disney abbandonato da piccolo in un mercatino etnico. Sta nella frangetta, sta in quella bakelite coloratissima e un sacco post-ideologica, sta in quel ciondolo da cui non si separa mai che pare la croce celtica di Alemanno e invece «viene dalla Sicilia, ma forse dall’Africa». In una parola: “etnopop”. In due: Paulo Coelho. Il guru, l’alchimista, la svolta da dieci milioni di copie. Praticamente un trofeo da portare in giro per red carpet e milanesiane.

Giustamente, con la Betty Wrong, la sua casa di produzione, Elisabetta Sgarbi ha realizzato un documentario sulla transiberiana con Paolo Coelho che guarda fuori dal finestrino per quarantacinque minuti. Non c’è bisogno di scomodare Filostrato, a Elisabetta Sgarbi basta fuori orario di Ghezzi, il suo maestro, il suo Bazlen. «Mi piacerebbe scrivere come lui, saggismo con fughe nella narrativa». Come la fuga dalla sua vita di farmacista a Tamara, provincia di Ferrara, «il paese di Govoni poeta che amavo molto», innescata da quelle visioni di «cinema diverso» su Rai3, altro che I Bellissimi di Rete4. Ancora oggi «di notte faccio i corti. Con la telecamera mi sento libera. Dal mercato e dal padrone».

Va bene, direte voi. Ammettiamo pure di riuscire a tenerci Adelphi e Bompiani coi libri unici, i cofanetti spirituali e i «film pittorici». Ma le piccole librerie, l’odore della carta, i consigli del libraio, quel magnifico “non c’è, ma se vuole possiamo ordinarlo”?
Su questo si è già espressa la buonanima di George Orwell che negli anni Trenta lavorò per un po’ in una piccola libreria di Camden Town. Un’esperienza decisiva per avvicinarsi alla letteratura e allontanarsi da quei posti pieni di «mosche con la tendenza a morire sul taglio superiore dei classici, con la polvere più malsana di quella prodotta da qualsiasi altro oggetto inventato dall’uomo e ricolmi di clienti paranoici».

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