Yolo / Cinema

A valanga sulla borghesia

IL 70 24.04.2015

Ecco “Forza maggiore”, quarto lungometraggio dello svedese Ruben Östlund, un’interessante riflessione sui ruoli di genere, le apparenze, le aspettative sociali, la quotidianità

Che cosa succede a un perfetto quadro familiare quando viene messo di fronte a circostanze estreme e inaspettate? Se lo chiede Forza Maggiore, quarto lungometraggio del regista svedese Ruben Östlund, che dopo aver vinto il Premio della giuria della sezione Un Certain Regard allo scorso Festival di Cannes esce in Italia il 7 maggio. Una coppia con due bambini passa una vacanza in un resort sulle Alpi francesi: all’inizio del film i due coniugi si urtano con i caschi da sci mentre si abbracciano goffamente su invito del fotografo locale, subito dopo c’è il silenzio imbarazzato di lei davanti alla stampa di quello scatto; solo alcuni tra i tanti presagi invisibili della catastrofe imminente.
A tavola su una splendida terrazza affacciata sulle montagne, assistono prima incuriositi e poi terrorizzati all’avanzare di una valanga, che poi si scoprirà essere soltanto un’esplosione controllata. Nella confusione generale, il papà impaurito si dà alla fuga abbandonando la famiglia, non prima però di aver recuperato il suo iPhone dal tavolo del ristorante. Una volta che la valanga si è risolta in una momentanea foschia bianca la famiglia si riunisce, ma niente sarà come prima. La donna accusa il compagno della fuga, lui prima nega, poi crolla in una regressione infantile in cui piange istericamente per tutti i propri difetti che non riesce a cambiare.

 

Östlund ha realizzato una commedia nera sulle apparenze borghesi, una riflessione sul peso dei ruoli di genere e delle aspettative sociali in cui né l’uomo né la donna del racconto escono vincitori. Trionfa soltanto la paura di perdere il senso del proprio esistere, il crollo del teatrino della propria quotidianità armoniosa. Le scene sono quasi tutte quadri fissi estremamente eleganti, dove il crescente disagio dei protagonisti è incorniciato dal design chic degli interni del resort o da piloni di funivie e altre amenità da turismo di alta montagna; l’immagine si muove solo quando esplora il paesaggio lunare dei rilievi alpini, spesso di notte, occasionalmente attraversato dal volo dell’ultimo gadget che il papà benestante si è regalato, un piccolo drone radiocomandato.

Diversi registi hanno dedicato la loro carriera allo scavo delle più profonde e rimosse pulsioni umane: Michael Haneke e Bruno Dumont sono maestri del determinismo antropologico, raccontando storie crudeli e inappellabili e ambientandole in scene altrettanto finemente composte come quelle di Forza maggiore; Lars
von Trier sceglie una strada più esuberante, sopra le righe, utilizzando spesso il sarcasmo analogamente a Östlund nel suo dramma alpino. L’estetica di Forza maggiore ricorda anche il formalismo di un altro regista scandinavo, il danese Nicolas Winding Refn, il poeta dell’ultraviolenza stilizzata di Drive, omaggio metafisico al cinema statunitense degli anni 80. In una scena di Drive vediamo l’eroe protagonista inquadrato di spalle che tiene in braccio il figlio piccolo della sua vicina, il viso del bambino addormentato che poggia sulla sua spalla, la ragazza con lo sguardo sognante che cammina dietro di loro; nel film di Östlund c’è un momento analogo, ma il bambino dorme in braccio alla madre e il padre cammina davanti a loro. È la sera dopo l’incidente della valanga e il disagio regna sulla famiglia, non ci sono visi felici, vediamo soltanto le nuche irrigidite e il passo nervoso dei due genitori.
Non c’è nessun “real hero”, come dice la canzone che accompagna la scena cavalleresca di Drive; in Forza maggiore gli eroi non esistono, e non esistono volti: ci sono solo le maschere sorridenti che vengono offerte al mondo ogni giorno della propria vita, e cadute quelle restano solo le lacrime e l’angoscia di non sapere che cosa si deve fare, o cosa si vuole essere.

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