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Generazione “flat white”

di Vincenzo Latronico
illustrazioni di LUCA FONT
IL 70 24.04.2015

Come certe piccole fissazioni modaiole per apparenti perdigiorno si sono trasformate in un formidabile combustibile per l'economia

Ci abbiamo messo un quarto d’ora a capire che non era semplicemente un cappuccino. Ero in redazione col direttore e un collega, tutti e tre assiepati intorno a un monitor a googlare “flat white” e “flat white coffee”, ma la particolarità della bevanda ci sfuggiva. «Inventato in Nuova Zelanda negli anni 70. Espresso con aggiunta di latte molto schiumoso. Più scuro di un latte (“latte” nell’accezione anglofona del termine, a indicare il latte macchiato, ndr), più chiaro di un cortado. L’essenziale è che sia schiumoso e color nocciola». Niente da fare. Sembrava proprio un cappuccino.

Ci interessava capire cos’era un flat white coffee perché il noto economista inglese Douglas McWilliams, in un saggio uscito da poco (intitolato proprio The Flat White Economy), sostiene che la predilezione per quel drink permetta di identificare una fetta di popolazione che svolge un ruolo sempre più importante nell’economia e nella cultura di oggi. Da economista, McWilliams preferisce costruire le classi intorno alle preferenze di consumo anziché a un termine vuoto e un po’ peggiorativo come hipster, ma è chiaro che è di questo che sta parlando. Di cosa, cioè? Di persone che – appunto – hanno delle preferenze di una grana talmente fine da riconoscere la differenza fra cappuccino e flat white, fra birre artigianali a bassa fermentazione, fra le braciole di maiali felici morti dietro casa o di tristi suini schiavi d’allevamento. Persone che tengono alla loro capacità di mostrare discernimento al punto da poter discutere per una cena intera i meriti relativi di un marchio specifico di latte di mandorle (sempre che tu non te lo faccia a casa – «Dovresti! È facilissimo!»). Persone che passano ore a imparare a farsi in casa un pane umido e immangiabile, a scoprire come trapiantare l’alocasia che sta tanto bene in soggiorno, e non si sognerebbero neanche di considerare questa attività una perdita di tempo: è una manifestazione di gusto e quindi di valori interiori, è l’attività più profonda che sia dato fare. Persone come noi, appunto, che non ci capacitavamo che questa cruciale distinzione fra cappuccino e flat white potesse sfuggirci, perché questo non segnalava solo una mancanza di coolness, ma un malfunzionamento della nostra strumentazione interiore, definita dalla capacità di apprezzare le differenze.

 

In genere queste cose vengono nominate per prenderle in giro (è quello che fa Arianna Bonazzi proprio qui accanto, è quello che ho appena fatto io), e vengono prese in giro più che altro per smarcarsi dalla massa dei propri simili. Invece McWilliams con gli hipster non c’entra niente (è un sessantenne pacato e professorale, o lo sembrava fino a quando non è saltato fuori un video in cui si faceva di crack) e se ne parla è per elogiarli. Lo fa in modo un po’ strano. Per McWilliams gli hipster non sono eredi di questa o di quella sottocultura musicale (l’indie! il grunge! il rockabilly!) – cioè di un milieu più o meno politicizzato e più o meno marginale – bensì dei trader all’epoca del boom della finanza, quelli di American Psycho e di The Wolf of Wall Street e delle montagne di cocaina sopra brutti tavolini di acciaio e cristallo.

All’epoca i ventenni brillanti di tutto il mondo si trasferivano nella City o a Wall Street per fare i miliardi; oggi si trasferiscono a Shoreditch o a Brooklyn per fare pane col lievito madre. Ma il meccanismo è lo stesso. Una delle scene più memorabili di American Psycho è quella in cui i giovani rampanti confrontano i propri biglietti da visita. Si scambiano commenti da conoscitori su disegno del font e qualità della carta, ma è evidente che in realtà sono in competizione su quanto hanno speso per farseli fare – e quindi su quanto guadagnano. Oggi quella scena non si svolgerebbe al tavolo di cristallo di una sala riunioni, ma su una vecchia spianatoia di marmo; le persone sedute intorno non avrebbero cravatte, ma splendidi tatuaggi. Bevendo infusi Clipper getterebbero un occhio al dehors del locale, in cui fra volute di piante ornamentali si potrebbero intravedere le loro biciclette. «Pensate che fortuna», direbbe il primo aprendo la sfida con finta nonchalance, «l’altro giorno a un mercatino ho trovato due mozzi Miche a flangia alta. Per due lire!». L’invidia si spanderebbe come olio fra di loro, lentamente, interrotta solo da un’altra voce qualche secondo dopo: «Eh, non si trovano più quelli lì. Io li ho dovuti togliere dalla Bianchi di mio nonno, i Campagnolo anni 60». Silenzio. Ko.

Superficialmente i trentenni di oggi che discutono di metodi di panificazione naturale sono molto diversi dai trader di Bret Easton Ellis: non si preoccupano di avere (cose costose) ma di essere (sani e sostenibili); non competono sul denaro che è esclusivo, ma sulla conoscenza che è gratis. Sono animati da valori positivi: un ecologismo legato all’artigianato, una forma di raffinata semplicità, la fiducia nel piccolo-è-bello, la nostalgia di un passato visto soprattutto come un mercatino delle pulci pieno di cose belle (pettinature, oggetti, musica). Una società hipsterizzata è una società migliore, in cui le aziende ti parlano col cuore usando toni semplici, i lavori un tempo umili hanno una nuova nobiltà, e tutti vanno in bici per salvare il mondo. Di contro, il mondo implicito nel modello di American Psycho è una giungla di arrivisti sporchi di sangue, però una giungla in cui i baobab muoiono per i gas di scarico delle Bentley.

Queste differenze nascondono una forte affinità. Studiando l’evoluzione dell’economia di Londra, McWilliams si è reso conto che nell’ultimo periodo la zona di Shoreditch (quella delle micro-brewery e delle trattorie bio-local-vegane) ha vissuto una crescita vertiginosa il cui unico precedente è, appunto, la City in seguito alla deregulation finanziaria. Nel primo caso era evidente che la competizione spingeva i giovani trader a spendere tutto ciò che guadagnavano, alimentando l’economia della città. Ma gli hipster sono gli adulti della crisi, e i loro stipendi sono a stento un decimo; quindi devono pagare con un’altra valuta. Che cosa significa una magnum di champagne millesimato? Che hai speso un sacco di soldi. Che cosa significa una raffinata competenza sulle biciclette a scatto fisso, sui Tumblr porno-vintage più curati, sui metodi di cottura della quinoa? Che hai speso un sacco di tempo. In entrambi i casi si compete bruciando risorse limitate, e in entrambi i casi a beneficiare dalla gara non è tanto il vincitore (che dovrà continuare a correre), ma tutto il sistema intorno che ne respira il fumo.

La sfida a mostrarsi più aggiornati, oggi, non porterà forse tanti più soldi nelle casse cittadine (ce ne vuole di Blue Moon per bilanciare un Krug), ma quello che porta è una propulsione alla spasmodica, spietata ricerca della differenza; e cioè l’attenzione a cosa è nuovo; e cioè il combustibile delle industrie in maggior crescita nell’Occidente avanzato, marketing digitale e tecnologia. Quelle che possono sembrare piccole fissazioni modaiole, ossessioni maniacali buone solo per chi ha troppo tempo da perdere, si rivelano così un elemento fondamentale di crescita economica. La bici a scatto fisso è il surrogato scelto da una generazione troppo povera per la Ferrari; chi si danna per avere una barba perfetta, sotto sotto lo fa anche per te.

Il sito di Starbucks spiega che il cappuccino ha una concentrazione di caffè nel latte leggermente inferiore al flat white (e quindi un colore virato più sul nocciola chiaro). Dalle immagini sembra che la consistenza del flat white sia ancora più soffice e ariosa. Il metodo tradizionale per versare la schiuma nel cappuccino prevede che si formi uno strato superiore compatto, appena screziato dal ricircolo del caffè; nel flat white si predilige una consistenza più omogenea, con un singolo pallino di schiuma visibile da sopra al centro della tazza. In effetti, la differenza è abbastanza evidente.

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