Magazine / Cover Story

Là dove c’era l’erba, ora c’è una città d’arte

di Michele Masneri
fotografie di GIOVANNI HÄNNINEN per IL
IL 70 24.04.2015

Una vecchia distilleria trasformata in una straordinaria galleria-museo. Dentro la nuova Fondazione Prada, simbolo della Milano che cambia

Un palazzetto vecchiotto tutto d’oro che si staglia nel cielo milanese, con quattrocento operai che si muovono freneticamente per finire la costruzione entro la data dell’inaugurazione: il 9 maggio. Accenti che sono dell’Est, ma anche del Nord-Ovest: e le tante targhe di macchine BG non significano Bergamo ma Bulgaria, e RO è Romania e non Rovigo, e però tanti camion di ditte della Val Brembana e di Lecco e di Crema e di Seriate, e maestranze contente mangiano il loro panino su una trave nella pausa pranzo, non sospesa come nelle foto d’epoca newyorchese ma per terra, fumando sigarette, condividendo però entusiasmi edificatori.

La nuova Fondazione Prada sembra un film di Sergio Leone, e comunque America dei pionieri, con quel palazzo tutto d’oro che si erge incongruo, e sembra la banca di un western verso le praterie: da queste parti infatti si arrivava a Milano dalla provincia, da Lodi, dalla Bassa; grazie a quelle praterie le armate napoleoniche sfamarono le loro truppe e conquistarono la Lombardia. C’è un’aria di epica calvinista in questo cantiere, e non sembra davvero di stare in Italia: c’è un’aria da corsa all’oro, New York anni Venti, sembra di stare dentro una Lehman Trilogy, l’opera di Stefano Massini portata a teatro da Luca Ronconi, con la costruzione di fortune partite da un palazzetto-banca di Montgomery, Alabama, dove la scritta Lehman viene prima su fondo giallo e poi a lettere d’oro. E l’oro qui è vero, ci sono cartelli con scritto «foglia d’oro appena posata, non toccare», in questo palazzo che, corpo e volume unico, conteneva il grande alambicco di una Società Italiana Spiriti, produttrice di primari liquori d’epoca come il brandy Cavallino Rosso.

 

Le foto in esclusiva della nuova sede della Fondazione Prada in Largo Isarco 2 a Milano.

Un grande alambicco, scatolone anche alchemico che trasforma abiti e borsette sempre nel metallo aureo, e poi oro in arte per la città. Qui, in questo regno calvinista-alchemico, una specie di Rockefeller Center o Getty Museum, Miuccia Prada e Patrizio Bertelli stanno costruendo il loro epicentro milanese-americano, probabilmente mettendo in atto la più grande operazione culturale realizzata da un privato in Italia: non si sanno né si potranno sapere i costi, però i quattrocento operai, i centodiciannovemila metri quadri tra spazi recuperati e nuove costruzioni opera dell’archistar della Real Casa, Rem Koolhaas, costituiranno probabilmente un’opera keynesiana in grado di far salire Pil milanesi e non solo più di qualunque quantitative easing di banche centrali lontane.

Con tante edificazioni nuove e brutali accanto a palazzine del più squisito operaismo lombardo del Novecento: accanto al palazzetto aureo ecco l’Ideal Museum, al centro del complesso; due grandi parallelepipedi uno sull’altro tutti rivestiti di aluminium foam, una schiumona di alluminio che sembra una grande spugna marina però metallica e rigida. È un materiale mai usato prima a livello civile, spiega il capo progetto, Federico Pompignoli, e invece molto in uso nell’ambito militare, serve a fare da sandwich tra due lastre di acciaio nelle blindature di mezzi e scafi. Qui verrà usata sia all’interno che all’esterno in questo grande spazio espositivo che sembra un lingottone d’argento. Quindi oro e argento, però, spiega sempre l’architetto, accanto al cemento e intonaco tradizionali delle palazzine esistenti e recuperate, la distilleria e un deposito di zuccheri che costituivano le stratificazioni commerciali di questo sito molto labour intensive. Non infatti la solita riconversione di spazi industriali né il classico mammozzone hi-tech dell’archistar, che a Koolhaas e ai committenti debbono parere un po’ cafone e ovvie, ma invece citazioni di citazioni, ristrutturazioni, nuove costruzioni.

Ed ecco quindi questi volumi impressionanti nuovissimi e rigorosi rivestiti di schiuma di alluminio (però di forme regolari, siam pur sempre nell’Occidente razionale e calvinista, la roba va esposta bene e gli spazi devono essere sfruttabili al massimo) e insieme il restauro filologico delle palazzine di un Novecento lombardo tenero di piccoli e grandi commerci: la palazzina degli uffici, con intonaci scuri e i suoi corrimano di ferro battuto e i suoi pomoli di ottone e i suoi decori a finto marmo e i suoi termosifoni di ghisa.

 

Un caffè da Wes

«La bellezza del progetto di Largo Isarco è che non obbliga a una scelta. Il complesso ha un’insolita varietà di condizioni spaziali». Così Rem Koolhaas, a capo dello studio Oma che firma la sede milanese della Fondazione Prada, descrive il suo lavoro. La combinazione di edifici vecchi e nuovi ben si abbina alla variegata offerta del luogo: arte, cinema, teatro, spazio bimbi, il bar ideato da Wes Anderson, l’archivio di Prada e gli uffici. Un’evoluzione rispetto alla trentina di mostre di arte contemporanea, che la Fondazione, nata nel 1993, ha organizzato a Milano fino al 2011 e poi nella sede Veneziana di Ca’ Corner della Regina. E anche un sostanziale rilancio della zona. È proprio qui che Beni Stabili costruirà Symbiosis: una decina di nuovi edifici (di classe A certificati Leed) per 100mila metri quadrati di uffici. E una piazza: la Piazza delle Arti, confinante con la Fondazione.

Fondazione Prada, largo Isarco 2
fondazioneprada.org

1. Torre Gallerie
2. Stage Spazio performance polifunzionale
3. The Haunted House Galleria privata
4. Ideal Museum – Beam Arte classica
5. Ideal Museum – Podium Mostre temporanee
6. Archivio Prada
7. Uffici Fondazione Prada
8. Entrata, biglietteria, caffé, bookshop
9. Foyer
10. Canopy
11. Installazioni
12. Galleria
13. Great Hall Magazzino

Accanto, una torre di nove piani, costruzione aggressiva koolhaasiana, unico edificio orientato direttamente verso il centro di Milano, guardando – si suppone – senza complessi alla Velasca, alla Madunina; tutta in cemento bianco, con falsi piani e false prospettive trapezoidali e l’aria di una grande cassettiera Olivetti by Sottsass, perché al centro della grande epica lombarda c’è sempre un lavoro-guadagno-pago-pretendo.

Anche con un grande ascensore-monolocale tutto vetri che andrà su e giù, e che è abbastanza grande per fare da sé da mini-museo itinerante e basculante, che si appoggia a un deposito enorme, alto sedici metri e per duemila metri quadrati complessivi, era il deposito degli zuccheri Eridania.

E il dialogo antico-moderno, e la volontà di giocare e di irridere anche forse un po’ fondazioni e istituzioni e gusti un po’ meno fichi e liquidi, si rivela poi anche nella prima grande mostra che verrà ospitata qui, che non è di artisti molto contemporanei e frou-frou ma invece una Serial Classic a cura di Salvatore Settis: una grande mostra archeologica dedicata alla copia e alla serialità del classico, che sfotte l’idea tutta contemporanea dell’opera unica e insostituibile; dunque uno studio molto divertito e colto sulle copie nella Roma della tarda Repubblica e dell’Impero e sulle tecniche dell’opera «nell’epoca della sua riproducibilità tecnica», e anche prima. Tanti masterpiece come la Venere accucciata e il Doriforo e il Discobolo di Kassel, in tante copie e sequel e prequel delle più svariate misure, e tutorial con tutte le tecniche per rifarli. Insomma un’archeologia smontata e rinfrescata come una gonna a pieghe piatte da liceale rivista e approvata da Prada, uno Schliemann rivisto pronto per apparire sexy in una pubblicità Miu Miu.

Altri giochi: tutti gli edifici, vecchi e nuovi, si guardano poi tra loro, come in una casa di ringhiera o caseggiato globale e in un grande e unico piano sequenza: dalle vetrate dell’Ideal Museum si guarda a un grande cinema, ove verrà realizzata una rassegna sui film preferiti di Roman Polanski, e un documentario sul regista. E il cinema, enorme parallelepipedo con porte che si aprono tipo bocche di balene o C130, che può anche, grazie a una platea che può essere abbattuta e portata in piano, trasformarsi in ulteriore spazio espositivo, avrà pure un tetto vegetale. Dunque una grande fattoria-modello come quelle qui più a Sud, coi suoi depositi, le sue stalle, gli uffici, con le sue bizzarrie e tutto gestito da una rezdora globale ma che rimane sotto sotto molto lombarda.

E poi ancora altri enormi e sterminati locali: una cisterna, un deposito, una galleria Sud. E la grande cascina calvinista con al centro il deposito aureo tirerà naturalmente “su” anche questa parte di città meridionale un po’ sfigata. Via Ripamonti e Corso Lodi, verso la Bassa, appunto.

L’oro della palazzina aurea Prada si riflette già sui palazzoni intorno; c’è un grande ecomostro tipo le Vele di Scampia, i cui condomini forse tipo Clan Savastano beneficieranno gratis di questa nuova vista; ma accanto, un nuovo complesso sta sorgendo, opera del gruppo Beni Stabili. Più sotto, venendo dalla fermata della metro, un quartiere a timida gentrificazione, che beneficerà velocemente del nuovo fortino Prada: tanti negozi cinesi a Largo Isarco, ma anche laboriose botteghe milanesi: negozi di modellismo Al soldatino, il circolo operaio Porta Romana, una caffetteria Pausa Caffè e il suo grande magazzino di idrosantitari con primarie marche nazionali ed estere di idromassaggi; e anche dei gran camper Laika e Adria con famiglie forse rom. Le sue prostitute, sedute con la seggiola, e però anche palazzoni in costruzione con «finiture prestigiose», e tanti annunci di vendesi molto sotto i duecentomila euro, forse ancora un ottimo investimento, e pubblicità di paste artigianali di Gragnano, segno inequivocabile di nuove utenze in arrivo.

 

Ma non è poi più una periferia, qui hanno già aperto sedi di Aquascutum e Burberry (un distretto dell’impermeabile?) e Bottega Veneta, e la Fondazione «non è un gesto urbanistico che ridefinisce la zona. Qui non è come la Bicocca, che sta a cinque sei chilometri dal centro. Qui siamo a poco più di due chilometri dal Duomo», fa notare la responsabile della Fondazione, Astrid Welter.

C’è questa barriera costruita dalla ferrovia che separa da Viale Isonzo già aspirazionale e dalle residenze dei bocconiani e dai condomini che si chiamano Viale Isonzo 51. Questa ferrovia in disuso, con l’erba alta, dice sempre la Welter, nei progetti comunali dovrebbe diventare un giorno un parco. Per ora i binari giacciono qua, tipo Ghirri, con le loro sterpaglie, citati nei soffitti della nuova cascina aurea con neon infiniti e paralleli che si rincorrono.

Tutto dialoga con tutto: e però dialogherà benissimo poi col “contesto” anche il bar “milanese” di Wes Anderson: un locale indipendente e aperto sempre, concepito dal maestro della nostalgia sartoriale. I disegni e i rendering sono segretissimi, qui sul cantiere una architetta dall’accento bresciano misura e dirige, righello in mano, un gruppo di decoratori che stanno applicando tappezzerie verde acqua al soffitto; mentre il pavimento, ce lo mostra un tecnico, è un seminato veneziano come nelle case-bene milanesi. Pare antico ma è nuovo di zecca, appena colato posato.

E chissà i rapporti e i dialoghi tra le maestranze bresciane e bergamasche e il maestro perfezionista americano. Ci vorrebbe un documentario.

Però, intorno alla cascina calvinista di Milano Sud, ecco già pronti ristoranti per classi proletarie e microborghesie antiche con orecchie di elefante e saghe di mala forse già ricicciate da Strehler-Vanoni; e una trattoria Tajoli Cucina Casalinga-ristoro, con «melodie all’italiana» e «risotto alla boscaiola» nel menu, e lettering antichi che devono piacere molto all’autore di Grand Budapest Hotel. Piaceranno tantissimo anche alle nuove borghesie che andranno ad abitare proprio accanto al palazzo dell’oro.

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