Yolo / Musica

“Louie Louie”, The Kingsmen (1963)

IL 70 24.04.2015

«È la pìù bella canzone di tutte, e la peggiore. Un pezzo rock ’n’ roll, un calypso e un canto marinaresco, la storia del rock in miniatura e la più fetente spazzatura nel mondo del trash». Così scrive Dave Marsh nel libro che ha dedicato a Louie Louie, la canzone che vanta più cover dopo Yesterday, la quintessenza della hit pop e la nonna di tutte le deliziose atrocità punk. È stato lo stesso Marsh a raccontarmene la storia mentre consumavamo la cena nel ventre dello Stadio Meazza, in attesa di un concerto di Bruce Springsteen (Marsh, oltre a essere una superstar della critica musicale è il biografo ufficiale del Boss): «Hai presente quel “duh duh duh, duh duh” afro-latino? Ti entra in testa e non va più via» mi dice Marsh col suo marcato accento cot-caught merger da ex ragazzo del Michigan. «Non è più un cha cha cha del cazzo. È un fottuto rock ‘n’ roll!».
Louie Louie è stata scritta nel 1955 da Richard Berry, che la registrò con i Pharaohs due anni più tardi. Era un r&b con più di una venatura giamaicana. Diventò un torrido rock ’n’ roll nella versione che nel 1960 incise Rockin’ Robin Roberts. «Ma il pezzo non sarebbe mai entrato nella storia del rock se nel 1963 cinque ragazzotti di Portland non ne avessero fatto il loro cavallo di battaglia» mi spiega Marsh davanti a un bicchiere di vino. Al tavolo, intanto, si è aggiunto Steve Van Zandt, il chitarrista della E Street Band divenuto una leggenda televisiva per la sua interpretazione di Silvio Dante nei Soprano. Uomo dal multiforme ingegno, Stevie ha anche una sua trasmissione radiofonica, dove può dare libero sfogo alla sua passione per il garage-rock degli anni Sessanta. «Louie Louie?» dice, mentre si divora un tiramisù. «La mia modesta opinione è che senza di lei non sarebbero esistiti i Kinks e gli Yardbirds, gli Animals e gli Who, e probabilmente nemmeno i Beatles e gli Stones. Hai presente la voce di Jack Ely, quella sua inaudita voce che sembra buttata là per caso? Ray Davies ci arriverà due anni più tardi. E poi, quell’incredibile batteria che sostiene l’assolo di chitarra… Il pezzo garage definitivo! Ma ora, ragazzi, devo andare. It’s show time!» e così detto si allontana col suo passo da lupo mannaro, ma prima di uscire dalla sala-ristorante si gira e ci dice che proverà a inserire Louie Louie al volo in scaletta, «sempre che Bruce sia d’accordo».
Prima che Springsteen attacchi Land of Hope and Dreams davanti a 60mila scatenati, Dave fa a tempo a raccontarmi l’incredibile storia – anche giudiziaria – del testo. Quando, nel 1963, i Kingsmen trasformarono l’educata versione di Louie Louie di Richard Berry in qualcosa di grezzo, rauco, a un passo dalla depravazione, entrarono – non troppo consapevolmente – nella storia del rock. Nella loro registrazione si sente un caotico break di chitarra innescato dal grido: «OK, facciamogliela vedere!». «A Jack Ely quasi saltò la giugulare per quell’urlo», mi dice Dave Marsh. «La sua voce, su quelle note alte, sembrava quella di Paperino sotto l’effetto dell’elio».
È il 3 giugno 2013, siamo a San Siro, Bruce Springsteen ha appena tirato su un cartello dal pubblico con su scritto Long Tall Sally, e probabilmente il rock ‘n’ roll di Little Richard scalzerà dalla scaletta ogni minima possibilità che Louie Louie venga eseguita. Un quarto d’ora fa, stavo parlando della canzone nel backstage con Dave Marsh, e Steve Van Zandt – un patito del pezzo dei Kingsmen – ci ha detto che avrebbe chiesto al Boss di suonarla. Ma mi sa che non è aria (con la E Street Band, Bruce l’ha fatta solo tre volte nel 1978 e una nel 2009…). Marsh mi racconta che il singolo dei Kingsmen all’inizio vendette solo cinquecento copie, e che quando un dj di Boston la lanciò, il gruppo s’era di fatto già sciolto. «Poi arrivarono i casini». Il problema è che anche al decimo ascolto, del testo di Louie Louie si capisce molto poco; talmente poco che, in mancanza di una versione scritta dei versi, qualcuno si disse sicuro di ascoltare delle oscenità laddove l’autore aveva tentato – piuttosto miseramente – di imitare lo slang marinaresco che mescolava inglese, creolo e caraibico. Questo qualcuno, che si firmava “un genitore scandalizzato”, il 17 febbraio 1964 inviò da Saratoga una lettera all’Fbi, sostenendo che Louie Louie fosse una canzone pornografica. Il Federal Bureau of Investigation prese la cosa sul serio; gli analisti ascoltarono e riascoltarono il pezzo e, il 30 marzo, allegarono al file n. 145-2961 un testo che diceva, tra le altre cose: «Di notte, alle dieci, la stendo di nuovo: / ti scoperò, ragazzina, fino in fondo», dove in realtà il buon Jack Ely cantava: «Per tre notti e tre giorni navigammo, / io pensavo a lei costantemente». Alla fine l’Fbi, stabilendo che il testo non era “intellegibile”, decise che Louie Louie non poteva essere considerata oscena. Ma la leggenda nera (o rosa shocking) della canzone era nata, e ancora nel 2005 il sovrintendente di un liceo del Michigan ha proibito alla banda scolastica di eseguirla durante una parata.

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