Magazine / Fuori collana

Notizie che non lo erano

IL 70 24.04.2015

Il bambino solo nel deserto ha conquistato le prime pagine. Ma la sua famiglia, in realtà, era a pochi passi da lui

Troppo spesso i media fanno prevalere la frettolosità sulla verifica delle fonti. E dimenticano la regola del “secondo attentatore”

Ci sono alcune situazioni particolari che generano nelle redazioni di tutto il mondo una quota elevatissima di errori e notizie false: la distinzione è tra le redazioni che decidono di pubblicarle senza la prudenza del caso, e quelle che invaece conoscono e temono i rischi di quelle situazioni, e si comportano con grande cautela. Sono le situazioni “di crisi”, o “developing”, come dicono gli americani: notizie drammatiche che cominciano a diffondersi e arrivare quando l’evento non è ancora concluso: e la conseguenza è che molte cose non sono chiare, e al tempo stesso i media cercano di riempire i vuoti nella cronaca degli eventi con spiegazioni e fatti molto fragili e non verificati.

In quei momenti – sparatorie negli Stati Uniti, attentati – le homepage dei giornali italiani si riempiono di notizie e dettagli che spariranno poi nel nulla, nel migliore dei casi: oppure riappariranno ancora sui giornali di carta del giorno dopo, in un prolungamento di quella confusione, o magari con la dicitura del “giallo di”. Tra gli studiosi delle dinamiche dell’informazione è familiare una regola, in diversi di questi casi: “non c’è quasi mai un secondo attentatore”. Dall’attentato contro JFK a quello che uccise suo fratello Robert, fino alle stragi nelle scuole o nei luoghi pubblici americani degli ultimi anni, quasi sempre appare l’ipotesi di un “second gunman”, e quasi sempre è infondata. Soprattutto nei casi in cui da subito ne risulta solo uno, nel giro di pochi minuti apparirà sulle news «si cerca un secondo uomo armato». Ma intorno a questo elemento fisso, altre decine di voci e false notizie vengono prodotte ogni volta e diffuse come vere da siti web e giornali. Prima tra tutte, il numero dei morti.

Quando una sera di giugno 2010 alcuni terroristi attaccarono l’Hotel Intercontinental di Kabul, per molto tempo il sito del Corriere della Sera parlò in homepage di «decine di vittime» e quello di Repubblica diede grande spazio al titolo «Cinquanta morti», a partire da una rivendicazione dei talebani che si rivelò poi falsa: le persone uccise dai terroristi furono dodici, a cui alla fine si aggiunsero i nove attentatori, uccisi anche loro. Il 27 aprile 2012 apparve sui siti inglesi la notizia di un uomo che aveva «creato incidenti e complicazioni» nel centro di Londra. Quesi siti non le diedero i titoli maggiori e parlarono solo di «disturbance»; quelli italiani molto spazio, avvalorando dettagli non verificati e insistendo su esplosivi e armi. Repubblica.it titolava: «Uomo con bomba minaccia quattro ostaggi»; il Guardian, intanto, diceva che «testimonianze su alcune bombole di gas non sono state confermate». E alla fine, quando l’uomo fu arrestato, si rivelò che aveva minacciato di far esplodere degli accrocchi che aveva con sé, del tutto inoffensivi. I siti inglesi oggi la raccontano come «la falsa minaccia di attentato».

 

Lo schermo in piazza Tienanmen trasmetteva semplicemente dei filmati pubblicitari (in questo caso uno spot turistico della provincia dello Shandong)

Il 20 luglio 2012 un uomo armato entrò in un cinema della città di Aurora in Colorado dove si stava proiettando un film di Batman, e si mise a sparare e lanciare lacrimogeni uccidendo alla fine dodici persone. Sui siti di news italiani i titoli hanno detto, durante la giornata, che i morti erano «decine» e poi «almeno 14». Ma anche che l’assassino aveva «scelto di indossare la maschera del cattivo di Batman», e invece si trattava di una maschera antigas; e che una città di 320mila abitanti era «un sobborgo» o «un paese» (sulle località estere i giornali riscoprono termini e insediamenti bucolici o desueti, come il «villaggio di pescatori» nello Stato di Washington su cui è caduta una frana nel marzo 2014); che l’assassino era un esponente del movimento politico dei Tea Party, confondendolo con un omonimo; che la strage era stata annunciata su un sito web, ma non era vero; e infine che la strage sarebbe stata ispirata da un fumetto di Batman del 1986 in cui un uomo spara in un cinema: ma è una relazione su cui non è mai stato trovato nessun indizio (e nell’enorme repertorio di storie di Batman c’è praticamente qualunque scenario di violenza immaginabile). Ah, e naturalmente che c’era un secondo attentatore. Dal giorno dopo, i giornali hanno poi scritto che la madre dell’uomo accusato dell’attentato – James Holmes – avesse detto «Avete la persona giusta» a un giornalista che l’aveva chiamata, suggerendo una consapevolezza della stessa madre nei confronti delle intenzioni di suo figlio. Ma la signora ha dovuto poi spiegare che quando era stata chiamata era del tutto ignara di quello che era accaduto, e che alla domanda se lei fosse la madre di James Holmes, aveva risposto «Avete la persona giusta» riferendosi a se stessa. E non, come era stato scritto, al fatto che lei sapesse che suo figlio era il responsabile della strage.

Il 14 dicembre 2012 il ventenne Adam Lanza fece una strage sparando sui bambini di una scuola di Newtown, in Connecticut e uccidendo alla fine 28 persone tra cui se stesso, e sua madre. Durante le ore dell’attacco, sui siti dei giornali si era scritto che gli autori erano due, che l’attentatore era il fratello di quello poi identificato, che era il titolare di un profilo su Facebook che invece era un omonimo (omonimo che venne perseguitato violentemente in Rete), che la madre fosse stata uccisa nella scuola, dove lavorava o dove aveva insegnato, secondo le versioni. Ma non era vero: la madre non aveva nessun rapporto con la scuola, ed era stata uccisa da Lanza a casa sua. Il giorno dopo, però, il Corriere della Sera pubblicò in prima pagina la falsa notizia e persino un commento dello psichiatra Vittorino Andreoli – tuttora online – che diceva: «La motivazione, sulla base dei primi elementi, sembra chiara: molte delle vittime erano gli alunni della madre dell’assassino e quindi le persone che lei come maestra amava. E proprio un conflitto con la madre avrebbe spinto il killer ad ammazzarla (dopo aver già ammazzato altri) ma anche ad eliminare i “suoi” alunni. Potremmo definire la strage un “over killing”, un accanimento omicida, che considera una cosa sola la madre e le persone che lei accudiva e amava: eliminando i suoi alunni la si uccide non una ma più volte». Ancora il giorno dopo, molti quotidiani (Corriere della Sera, Repubblica, Stampa) scrissero nei titoli che l’autore della strage aveva ucciso anche suo padre e suo fratello, ma non era vero.

 

La foto (ritoccata) delle supposte opere invisibili di tale Lana Newstrom era soltanto una burla canadese

In realtà, il video da cui è tratto questo fotogramma è stato girato su un set maltese dal regista Lars Klevberg, grazie a un finanziamento del Norwegian Film Institute. Il regista ha poi spiegato che il filmato in un primo momento è stato presentato come autentico per provare a stimolare un dibattito sulle condizioni dei bambini nelle zone di guerra

Un incidente plateale e imbarazzante simile, con commento e analisi completamente fuori bersaglio perché troppo precipitosi, era accaduto con gli attentati in Norvegia del 22 luglio 2011, quando un fanatico nazionalista aveva fatto esplodere una bomba a Oslo e poi aveva sparato su una riunione di giovani nell’isola di Utøya. Uccise 77 persone. L’articolo sul sito del quotidiano Il Giornale di quel giorno si apre tuttora così: «Torna l’incubo del terrorismo islamico nel cuore dell’Europa». In quell’attentato il terrorismo islamico non c’entrava niente, ma un riflesso condizionato che dura dalla strage delle Twin Towers a Manhattan del 2001 spesso suggerisce quel pensiero, quando ci sono attacchi terroristici: e quel giorno alcuni vollero prendere sul serio una falsa rivendicazione di un gruppo jihadista. Così il pensiero diventò titoli, articoli e persino commenti. Malgrado le prime notizie sull’identità dell’attentatore fossero arrivate tra le 20 e le 22 di quella sera, Il Giornale, il giorno dopo, aveva tutta la prima pagina dedicata agli attentati con il titolo «Sono sempre loro. Ci attaccano», e nel sommario «La prima vendetta di Al-Qaida dopo la morte di bin Laden?». Un editoriale di Fiamma Nirenstein sempre in prima pagina diceva tra l’altro: «La guerra dell’islamismo contro la nostra civiltà, se verrà confermata l’ipotesi che nel corso della giornata è diventata sempre più robusta, è feroce e aggressiva». La prima pagina del Giornale venne emendata in un’edizione successiva (ma restò praticamente immutato l’editoriale sul terrorismo islamista). Intanto Il Tempo aveva questo editoriale su Al-Qaida del direttore Mario Sechi: «E dunque nel profondo nord dei fiordi, della ricchezza energetica, dell’opulenza che nasce dal petrolio del Mare del Nord ora fanno i conti con quella sigla che si pensava sepolta per sempre nell’oceano assieme al corpo di Osama». E Libero: «Con l’Islam il buonismo non paga. Norvegia sotto attacco: un massacro» e «Fine dell’illusione. Rischia anche l’Italia». Nel testo dell’articolo: «Che sia un episodio di guerra santa è indubbio». E l’Unità, altro articolo in prima pagina che si affidò alla falsa rivendicazione: «Oslo ha così attirato su di sé la reazione rabbiosa degli islamici» (il giorno dopo l’Unità prese in giro le precipitose accuse di alcuni autori di destra sull’attentato, trascurando però di segnalare la propria versione). Il giorno successivo – un bianco europeo cristiano fanatico anti islamista aveva ucciso 77 persone – il direttore di Libero Maurizio Belpietro titolò un nuovo editoriale, che prendeva malvolentieri atto dell’errore, «Il killer non è di Al-Qaida ma l’islam resta il problema».

Il primo novembre 2013 un uomo sparò ferendo diverse persone nell’aeroporto di Los Angeles e per alcune ore arrivarono notizie confuse senza che fosse chiaro cosa stesse succedendo. La principale di molte notizie false diffuse troppo presto fu quella dell’uccisione dell’attentatore, uscita su pochi siti americani ma su tutti quelli dei principali giornali italiani nei titoli di apertura. Alcuni quotidiani che chiusero l’edizione più presto lo scrissero anche sulle loro edizioni di carta del giorno dopo. Ma l’attentatore non era morto – fu ferito alla testa dagli agenti, ed è tuttora in attesa di un processo in cui rischia la pena di morte – e la notizia non era mai stata data da nessuna fonte ufficiale. Il 27 marzo 2014 per circa un’ora molti siti di news annunciarono che un aereo era precipitato vicino alle isole Canarie, mostrando una foto sgranata di un apparecchio di qualche tipo in mare: venti giorni prima era sparito un volo passeggeri da qualche parte nell’Oceano Indiano e le ricerche erano ancora in corso in un grande mistero e concitazioni giornalistiche. Così la notizia dell’incidente alle Canarie si rivelò rapidamente falsa: qualcuno aveva confuso una nave in mare per un aereo precipitato.

Per finire, non c’è niente di nuovo in tutto questo, anche se internet ha insieme affollato il mondo di notizie e informazioni e reso più complicato separare quelle vere dalle false: ma il giorno dopo l’assassinio del presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy, nel 1963, nel sommario dell’articolo della Stampa era scritto: «Uccisi due poliziotti della scorta». Non era vero.

Il progetto di un’area riservata alla comunità Lgbt a Tilburg era solo una provocazione del gruppo Roze Maandag (complice il sindaco)

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