Yolo / Musica

Il punto sui Blur

IL 70 24.04.2015

Nella sempre affollatissima sezione “grandi ritorni”, ecco il turno dei campioni del Britpop anni 90. Tra amicizie ricomposte e damonalbarnismi smaccati, non manca nulla dei tic di quegli anni, neanche la “Japanese bonus track”. The Magic Whip esce il 27 aprile. Questa la rigorosa analisi, canzone per canzone

I Blur hanno avuto un problema di onestà emotiva per tutta la loro carriera tranne all’apice del periodo eroina, con i dischi Blur e Thirteen, nella seconda metà degli anni 90. Cool Britannia, il Paese idealizzato in cui la loro carriera ha preso forma nella prima metà di quel decennio (Tony Blair, Full Monty, Quattro matrimoni e un funerale, il Britpop, Trainspotting, soprattutto il film), era un luogo in cui la ricerca del successo poteva sembrare un’impresa salutare e indiscutibile per ogni frangia sottoculturale e controculturale. Leggendo un libro che parla più o meno degli stessi anni, Frank – The True Story That Inspired The Movie, di Jon Ronson, grande saggista inglese e autore di Frank, il film con Fassbender che indossa una grande testa finta, sembra che qualunque strambo inglese all’epoca poteva avere successo. Tutto, di conseguenza, diventava mainstream, compresa la bizzarra idea iper-revisionista ma intellettuale che avevano i Blur del pop e del rock inglesi: hanno cominciato scimmiottando i gruppi della scena di MADchester, poi hanno reinventato a tavolino l’inglesità dei Kinks filtrata da tutta la storia inglese successiva, i Jam, gli Specials, gli XTC, sono arrivati quasi al vaudeville. Ogni svolta portava maggior successo, fino agli standard stucchevoli di Country House e Charmless Man. Poi a un certo punto Graham Coxon, il chitarrista, ha imposto dei suoni più spontanei e distorti, sono arrivati due dischi sinceramente sperimentali, Blur e Thirteen, poi Coxon è uscito dal gruppo e l’ultimo disco dei Blur, Think Tank, sembrava già parte della nuova estetica solista di Damon Albarn: una versione dignitosa, da frequentatore di gallerie d’arte e circoli privati dietro Oxford Street, della world music di David Byrne.

Speravo riprendessero da Thirteen, o per lo meno dalla voglia di new wave berlinese bowiana di Ambulance, il pezzo d’apertura di Think Tank. Invece in The Magic Whip, il loro nuovo album ora in uscita, i Blur semplicemente non hanno compiuto scelte, e hanno rifatto quasi tutto il loro repertorio. C’è Lonesome Street e Thought I Was Spaceman, per ricordarci che è esistito Modern Life is Rubbish e il primo singolone alla Blur che fu For Tomorrow. C’è New World Towers, per ricordarci i ballardismi apocalittici di This is a Low, di He Thought of Cars. C’è il loro lato circolare e kraut rock in Go Out, che secondo Coxon è una novità, ma – secondo me – è la stessa vena di Music is My Radar e anche della notevole Fool’s Day, uscita qualche Record Store Day fa e mai ripubblicata. Poi ci sono leggerezze prese dal GarageBand di Damon Albarn, come Ghost Ship, un funk quasi lounge, con le solite convenzioni minimali o low-fi di Albarn solista, o la canzone allegra che è Ong Ong, che quasi sfiora territori alla Every Morning degli Sugar Ray, irresistibile scandalo da classifica tardo anni Novanta. C’è I Broadcast, la solita canzone rumorosa messa lì per senso del dovere (Bank Holiday, Movin’ On, Popscene).

There Are Too Many of Us ha i synth giusti, è derivativa come tutto ciò che fanno i Blur, ma in senso buono, e nonostante non ami Albarn che fa il profeta e scrive i testi col “noi”, perché secondo me ha poco cuore, comunque ha i synth giusti. Però insomma non c’è una prosecuzione del primo vero momento di libertà emotiva dei Blur: quel Thirteen del 1999 che conteneva Caramel, Battle, 1.9.9.2., No Distance Left to Run. D’altra parte, un gruppo più intellettuale che emotivo ti costringe a speculare talmente tanto su ciò che fa da portarti oltre il suo lavoro con lo stesso stimolo che ti ha dato. Oggi non posso ascoltare Parklife, mi sembra falso; all’epoca mi fece diventare un ascoltatore consapevole di dischi.

The Magic Whip è stato registrato in una settimana a Hong Kong perché era saltato un festival e tanto valeva passare un po’ di tempo in sala a suonare lunghe sessioni a partire dai demo di Damon Albarn. Ciò avveniva due anni fa. Graham Coxon ha spiegato candidamente a NME.com per quale ragione quelle sessioni non sono rimaste in un hard disk: «Un giorno che ero pieno di noia e frustrazione ho avuto l’idea di chiamare Stephen Street per rivedere insieme le registrazioni». Street li ha prodotti fino a quando per Thirteen hanno chiamato William Orbit. Street è il creatore del suono croccante e idealisticamente britannico del gruppo. Senza di lui le loro idee sono state più libere, diciamo. Comunque: Coxon e Street hanno editato e complicato le canzoni, sovraincidendo e aggiungendo nuove parti. Albarn è tornato a Hong Kong per scrivere dei veri e propri testi da aggiungere.

Il motivo per cui questa non è semplicemente un’impresa commerciale sta, per i fan affezionati, nel fatto che per Graham «un motivo per cui volevo farlo era riparare i torti commessi. Io e Damon oggi grazie a questo disco abbiamo molto più rispetto l’uno per l’altro, e non ci vergogniamo di dircelo. Ma abbiamo anche un lungo passato, e la nostra amicizia – come ogni amicizia tra persone che hanno condiviso una band – è dovuta passare per un sacco di cose. È stata messa alla prova, e ci siamo spesso delusi a vicenda. Questo disco è un modo per dirci: “Scusa se sono stato un rompicoglioni negli ultimi vent’anni”».
Coxon vuole così tanto fare pace che è disposto a cantare il coretto di Ong Ong che dice: «la la la la la I wanna be with you».

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