Apre la 56° Biennale di Venezia con un imprevedibile protagonista assoluto: “Il Capitale” di Karl Marx

Era la primavera del 2012, l’asfalto dell’Auguststraße tremava sotto il furioso passo degli Indignados. Li aveva convocati Artur Żmijewski, allora curatore della 7° Biennale d’Arte di Berlino, il quale aveva avuto la geniale idea di dedicare l’intera esposizione all’attivismo politico. «Non si tratta d’un progetto d’arte o di una trovata pubblicitaria. È giunto il momento di agire», vociava il proclama sottoscritto dal movimento Indignados/Occupy. Deregolamentazione dei mercati finanziari, democrazie fallimentari, piantagioni in Congo e gas lacrimogeni cileni, il gran calderone dall’odore nauseabondo schiacciò miseramente l’arte e la rivoluzione. Nella Berlino sempre un po’ Dada e sempre un po’ incazzata, quella dove ancora oggi la DDR smania nelle gallerie, quella dove gli artisti antiborghesi occupano le fabbriche di un tempo e i collezionisti si rifugiano nella Foresta Nera, l’onnipotente Berlino della Merkel dove le uniche banconote in vista si stropicciano nelle mani dei venditori di kebab, questi eventi in stile “ultimi giorni dell’umanità” hanno sempre il loro teatro e il loro pubblico. Ora un altro ateniese, Αλαλά, ringalluzzisce l’artworld più attivista; ma, ahimè, questa volta Salamina è l’indifesa, svampita, languida laguna veneziana, la terra di conquista che i vetero-neo-marxisti stanno per invadere. Con grande enfasi Okwui Enwezor, curatore della 56° Biennale d’Arte di Venezia, ha in questi giorni proclamato urbi et orbi che il Padiglione centrale e parte dell’Arsenale saranno destinati a un’incessante serie di talk e dibattiti su Il Capitale. Sì, proprio lui, Das Kapital di Karl Marx.

 

Gaggiandre e Corderie, 56° Biennale di Venezia

«Ogni giorno per sette mesi senza soluzione di continuità, vi sarà una lettura dal vivo dei quattro libri di Das Kapital di Marx e gradualmente si amplierà con recitals di canti di lavoro, libretti, letture di copioni, discussioni, assemblee plenarie e proiezioni di film dedicati a diverse teorie ed esplorazioni del Capitale». Persino i nove gironi dell’Inferno si ribellerebbero di fronte a questa minaccia. Ma non è finita qui. «Nel corso della Biennale ensemble teatrali, attori, intellettuali, studenti e persone del pubblico saranno invitati a dare un contributo al programma di letture le cui voci inonderanno e pervaderanno le sale circostanti in una grandiosa esposizione di oralità». Meno male, a questo punto si temeva una proletaria esposizione di analità. Enwezor piazza un colpo da maestro: con una freccia scagliata dritta sulla ciliegina che domina la torta, innalza a nome tutelare il toy-boy di ogni curatore marxista che si rispetti, Louis Althusser. Sempre chic tirare fuori dal cappello uno strutturalista, ancora più chic uno strutturalista uxoricida. Tra le ultime righe del comunicato stampa si legge: «È fondamentale che un giorno Il Capitale venga letto alla lettera». Come il Corano?

Di fronte al comunicato stampa della 56° Biennale di Venezia abbiamo il diritto di supplicare: «Ti prego, Signore, no, Das Kapital no. Le assemblee plenarie, no. Abbi pietà di noi, dei nostri pregiudizi, della nostra ottusità. Noi amiamo il capitalismo, quello buono, c’è, c’è e lo ameremo sempre». Se Joseph Beuys, precorrendo il veganismo di Beyoncé, annunciava la fine della creatività, schiantata da corrotti, tossici, degenerati pomodori e mandarini, è solo da sperare che ancora più corrotto, borghesissimo, del tutto irrecuperabile, sia il pubblico che sbarcherà a Venezia. Stanco di fare discorsi motivazionali ai propri neuroni, si presenterà all’Arsenale grondando orribili pregiudizi.
Enwezor, uomo tutto d’un pezzo, è un gran guastafeste. Fa finta di non sapere che se la Biennale s’inaugura spesso in maggio è per un motivo ben preciso, squisitamente veneziano, frivolo, pettegolo e quindi necessario: la primavera è la stagione degli amori. La Biennale s’inaugura il 6 maggio perché il collezionista losangelino possa incontrare dopo un anno di lontananza l’artista moscovita occhieggiata due anni fa e passeggiare con lei lungo le Zattere, al chiaro di luna; il 6 maggio si possono già indossare le gonne senza portare le calze; il 6 maggio perché a ogni Biennale c’è sempre un padiglione dove fa buio pesto e uno invaso da gas pigmentati dove il curatore nipponico e l’art advisor inglese possono baciarsi per ore e ore e ore. Nella Biennale del 2015 non potranno più limonare, un marxista li disturberà.

Chiudi