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Il ritorno di Barbapapà e Barbamamma

di Arianna Giorgia Bonazzi
illustrazioni di LUCA FONT
IL 70 24.04.2015

Gli hipster vivono il loro status di genitori in modo drammatico e hanno sviluppato un grande indotto intorno ai loro figli

 

Il parenting non è, come si potrebbe pensare, una condizione tra le più frequenti del genere umano, ma un settore del mercato alimentato da una schiera di non-solo-mamme hipster con un sogno scabroso: essere solo mamme hipster. Il parenting è anche una disciplina, che comprende materie indecenti come la ginnastica del perineo, il massaggio neonatale o il counseling sull’allattamento al seno (cioè, il counseling per una roba che le nostre ave facevano sulle montagne col bambino nella bisaccia).

Da una decina d’anni a questa parte, la generazione famosa per non avere voglia di crescere ha iniziato a figliare e, complice la crisi, a sentirsi giustificata a non uscire dal proprio giovanilismo. Compatiti dai propri genitori, che erano diventati tali in un’epoca di crescita economica, i genitori hipster vivono il proprio status in maniera così drammatica da scatenare una quantità di bisogni che mamme e papà non avevano mai sentito nella storia d’Italia: amache di lino fissate al soffitto, libri fatti a mano con fibre naturali, passeggini più alti dei tubi di scarico dei suv di mamme-col-suv, ciondoli che rimbalzano sul pancione trasmettendo vibrazioni al feto, e capsule di latte equino per rinforzare il sistema immunitario.

Come conseguenza del targeting – e della trasformazione dei genitori hipster in un preciso target di mercato – è nato anche il ricattatorio concetto di consapevolezza della genitorialità, e tutto quel lessico che afferisce alla sfera della coscienza (ambientale, civile, o, peggio ancora, di sé), e che comprende parole come: “benessere”, “futuro del pianeta”, “ecosostenibile”, “riciclaggio creativo”, “laboratorio”, “esperienza”, e finanche “sperimentare dolcemente l’auto-narrazione”. E qui, il dramma: l’impulso dei neo-genitori di scrivere e leggere (ma più scrivere) testimonianze sul tema, post di mamme-blogger per professione e status autoreferenziali che tradiscono la presuntuosa idea che anche l’ultimo cretino, appena riprodottosi, diventi interessante quanto il tizio di Into the Wild – tanto per fare un paragone hipster.

Io e mio marito avremo sempre a pentirci di aver tenuto un blog e pubblicato un libro del filone “genitoriale”. Dopo di noi, man mano che figliavano, tutti i romanzieri che erano stati promettenti esordi nei primi anni del 2000 uscivano in sezione puericultura con il loro struggente diario di paternità, o formidabile ricettario di pappe narrativo. In un’epoca di decrescita forzata, precariato e fiducia calante nell’istituzione matrimoniale, evidentemente, si sentivano di appartenere a una categoria sociale protetta, come i giovani, ma più simpatici dei giovani, come i disabili, ma molto più numerosi. In zone dove i bimbi crescono in loft post-industriali sgambettando su bici di legno senza pedali, fioccano associazioni di mamme che provano il bisogno nuovo di uno spazio (è il nuovo nome dei posti) tutto per loro dove prendere una tisana con le altre mamme, uno spazio che profuma di centro anti-violenza misto a agenzia pubblicitaria. Le nostre bisnonne, in guerra e in maternità, non sentivano il bisogno di uno spazio che non fosse il rifugio anti-bombe, e di sicuro non avevano il tempo né l’autoindulgenza necessari per lamentarsi delle smagliature sferruzzando una fascia con la doula.

 

La doula, titolo non riconosciuto da alcun diploma, è “una figura antica” (laddove antico è connotato di salute e rettezza d’animo) che supporta la donna nel suo percorso perinatale, in modo “intimo e confidenziale, e nel rispetto delle scelte delle persone che si rivolgono a lei” (immagino, bambino buddhista, vegano, circonciso). Ora, a parte che si recupera dall’antichità soltanto quando fa comodo (provate a far recuperare agli hipster il frustino o il ciuccio), la doula è una figura tradizionale della cultura filippina, dunque non si può parlare di recuperarla, ma semmai di adottarla. E adottarla avrebbe lo stesso senso che può avere per un filippino “recuperare” le balie friulane.

Anche nel caso della doula, come in quello delle associazioni, si paga per comprare il tempo e l’affetto di persone sconosciute e solidali. Persone che di sicuro si intripperebbero (come dicono loro) per la Lullabelly, una fascia per il pancione che eroga musica alle frequenze percepite nel liquido amniotico: la musica ascoltata in loop in pancia servirà a calmare il bambino una volta nato, anche se, vedi alla voce Alcatraz, la maggior parte delle volte fa l’effetto opposto. Nelle associazioni per mamme (il cui nome, vi assicuro, sarà sempre un gioco di parole alla OuLiPo), va per la maggiore il corso (ma meglio percorso) di massaggio neonatale. Insomma, si paga gente che ha fatto un corso di tipo sei ore per spiegarti quanta pressione puoi fare quando accarezzi tuo figlio. Vogliamo mica fare senza?

Dopo l’ora di massaggini, c’è l’ora di “portare”, un’altra importazione culturale, stavolta africana, già diventata trendy tra i fricchettoni americani col nome di babywearing, e che consiste nella pratica di allacciarsi il bambino al corpo con diversi metodi, per imparare i quali, a Milano, esiste anche la “scuola del portare”: vuoi mettere con un freddo tutorial! L’idea spacca perché le teorie recenti vogliono che il cucciolo umano (noto per avere lo svezzamento più lungo di ogni altro animale) tragga beneficio dal contatto prolungato con mammà: dunque, ricapitolando, se negli anni Settanta si cercava di sgravare la donna lavoratrice promuovendo (anche con disonestà) il latte artificiale, e incoraggiando a coricare i figli nella loro stanzetta, oggi i bambini devono fare grooming per una decina d’anni, e mentre i vicini immigrati si comprano il trio nuovo di pacca, noi paghiamo altrettanto per un lenzuolo a fiori che ci avvolga il pupone alla schiena. Le coccole notturne, invece, si chiamano co-sleeping: ovvero, figuriamoci se mamma canguro, che suda tutto il dì dentro al marsupio, può scollarsi di dosso il cucciolo la notte, che è il regno dell’inconscio, e l’anticamera del trauma! Adesso, le case d’arredamento per la prima infanzia vendono una prolunga, dotata di sbarre, per il letto matrimoniale, garantendo al bebè un richiestissimo futuro da bamboccione, figlio unico e anche figlio di divorziati. Se non altro, il bamboccio in erba non soffrirà per i primi denti da latte, né per le classiche bronchiti stagionali: grazie alla collana d’ambra e allo sciroppo di lumaca, rimedi il cui successo è coinciso con l’abuso dell’aggettivo “alternativo”.

 

Era l’estate del 2011, e tra le pieghe dei colli sudaticci hanno iniziato a comparire le collane d’ambra per la dentizione. Neanche il tempo di googlare “pietre curative”, e i collari d’ambra avevano la stessa diffusione dei pannolini. Lo sciroppo di bava di lumaca conquistò il mercato omeopatico l’autunno successivo: per convincere i genitori barbuti, bastava dire che si compra in erboristeria anziché in farmacia. Può costare anche il doppio, purché non arricchisca le “case farmaceutiche” e che sia prescritto dall’omeopata svizzero. Lo stesso omeopata che manderà i superstiziosi clienti alla grotta del sale, una stanza piena di sale grosso, palette e secchielli, che fa sgocciolare irresistibilmente i nasi. Il genitore veramente hipster finge di non avere la villa al mare (troppo borghese) e abbona il bimbo asmatico alla grotta del sale più vicina, per mandarcelo possibilmente con la tata (perché la mamma è “in associazione” a bere rooibos). In associazione, prima o poi scatterà l’allarme celiachia. Ormai non si parla d’altro, e ogni hipster, segretamente, sogna che anche il suo bambino sia celiaco (un po’ alla Jasmine Trinca nel film di Castellitto, o alla Alba Rohrwacher nel film di Costanzo).

Sì, ma mica lo si può traumatizzare con un normale prelievo del sangue? Adesso c’è il test kinesiologico per le intolleranze alimentari: si basa sulla teoria che i muscoli trattengano informazioni su tutta la storia del corpo, dallo stress alle intolleranze; pertanto, appoggiando un allergene sul deltoide del paziente, e analizzando le micro-reazioni del muscolo, il corpo avrebbe risposte eloquenti. Naturalmente, il test non delude le speranze allergologiche e complottiste di nessuno: un test kinesiologico regala a tutti i suoi pazienti l’emozione di un’intolleranza il più possibile alla moda. Nessuna delle mamme che si rivolge al kinesiologo proviene da un banale corso preparto. Oggi, per imparare a respirare durante il parto, c’è lo yoga in gravidanza, una banale seduta di yoga dove si evitano figure inadatte alle donne incinte, tipo il cobra. A volte, insegnano pure dei mantra da cantare durante il parto, con l’effetto di attirare sulla puerpera gli istinti violenti dello staff medico, che come minimo le negherà l’epidurale. Infine, siccome la mamma hipster non sta mai a casa a guardare le telenovelas, da qualche anno a questa parte esiste l’area free-popping o angolo della poppata, uno spazio con cuscinoni a mezzaluna che facilitano la poppata. Questo spazio può essere installato nei musei, nei padiglioni fieristici, nei centri commerciali, eccetera, e ha la caratteristica di garantire privacy a neo-mamme che avessero deciso di andare a vedere una mostra subito dopo il parto, tanto per fare le svedesi della situazione.

Ora, non voglio dire che dobbiamo rinunciare alle agevolazioni e alle conquiste del presente per tornare a tempi poveri e retrogradi. Più che altro, voglio sottolineare come la sfiducia nell’Illuminismo, conseguente alle crisi economiche d’inizio millennio, ci spinge, specie nei momenti di debolezza, a riabbracciare pratiche superstiziose (che chiamerei medievali, se non fosse che spesso appartengono non tanto al passato, ma ad altre culture rispetto alla nostra), moltiplicando confusamente le fonti di sapere, e soprattutto fomentando il mercato dell’inutile. Tanto più che molte delle nuove mode non sono ancora compatibili col livello di sviluppo della nostra società (provate a mandare i bambini all’asilo comunale col pannolino lavabile!): un po’ come l’andare in bici ovunque, prima di diffondere una cultura della bicicletta o di possedere un’infrastruttura decente di piste ciclabili. Il parenting, in fin dei conti, risulta uno sport più estremo dell’essere genitori: un percorso di consapevolezza a ostacoli che ucciderebbe l’istinto riproduttivo di qualsiasi persona sana di mente. Tranne un hipster.

 

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