Yolo / Serie TV

Se questo è un “Royal”

IL 70 24.04.2015

Ritratto molto divertente ma sbracato della famiglia reale

«Non si parla di soldi, razza, sessualità o religione» «E cosa resta?» «I formaggi». Quando la regina Helena istruisce il figlio – trovatosi da un giorno all’altro erede al trono causa morte del fratello, e del tutto inattrezzato a gestire la stampa – è impossibile non pensarla mentre, vent’anni prima, dava analoghe istruzioni a Hugh Grant, che aveva il compito non di rendersi credibile come erede al trono ma di sembrare pentito per essere stato così fesso da tradirla con una prostituta.
Liz Hurley è, tra le famose per essere famose, quella con più tenuta di strada. Da quando era abbastanza ignota da non avere stilisti che le prestassero vestiti, e allora rimediò un Versace fatto di molti tagli e altrettante spille da balia, e forse fu il primo abito a finire in un’enciclopedia, di sicuro ventun anni dopo si parla più spesso di com’era vestita alla première che del film (Quattro matrimoni e un funerale: fece di Hugh una star, ovvero uno che non può caricare una prostituta senza finire sui tabloid); passando appunto per l’incidente con la signorina Divine Brown, di fronte al quale Liz mantenne un disciplinato silenzio; e per un figlio avuto da un miliardario che non l’ha riconosciuto finché non l’ha costretto un tribunale. Tutto questo senza mai avere un ruolo memorabile. Fino alla regina Helena, in quel Dynasty con uso d’ironia che è The Royals.

Ogni serie di ambientazione inglese garantisce un paio di battute memorabili a puntata (in Downton Abbey le ha tutte Maggie Smith); qui c’è anche un notevole casting: la ragazza che fa la figlia sciamannata è identica a Hurley, uno dei due casi di verosimiglianza genetica nella storia delle serie tv (l’altro è la neonata di Homeland). La ragazza con cui flirta il principe, invece, sembra Pippa Middleton; è innamorata del principe tormentato, è destinata all’infelicità, e si chiama Ophelia: come far sentire colte le spettatrici in tre semplici mosse.

I più interessanti, come sempre, sono i personaggi minori, quelli per i quali nessuno s’è ricordato la fessa regola che prevede riscatto a due terzi di puntata e amabilità di fondo. Il fratello del re, che vessa e molesta uomini e donne, odia il sovrano che vuole indire un referendum per la fine della monarchia, beve, si droga, e un paio di volte cerca pure di uccidere quell’Abele che un destino ingiusto ha reso re, mentre lui sì che avrebbe l’ambizione adatta. E le sue figlie, bruttissime e ignorantissime e maleducatissime, così ricalcate sulle figlie di Sarah Ferguson che solo l’insuccesso salverà The Royals da una caterva di cause legali. Insuccesso che pare garantito sia nei numeri sia nella comprensione del tono satirico: in America il pubblico si dimezza da una puntata all’altra; in Inghilterra il Times spiega tutto compìto le imprecisioni: no, il principe ereditario non porterebbe il suo flirt da Starbucks; no, le cameriere a Buckingham Palace non vestono come in un film di Tinto Brass; no, le principesse non si fanno fotografare senza mutande. Ah no?

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