Gli Alabama Shakes pubblicano un album che gronda anni 70, ma senza cedimenti vintage

Alla faccia del globalismo, gli Alabama Shakes sono una vera local band, da prendere secondo il dettato dell’etnomusicologia (nei loro luoghi, nei tempi). Gente di provincia, cresciuta in Alabama, heart of dixie, terra di Hank Williams e Tammy Wynette, di Percy Sledge, Wilson Pickett, Martha Reeves e Nat King Cole: pochissime opportunità esistenziali, almeno sul metro americano, e occasioni da prendere al volo. Gli Alabama Shakes e in particolare Brittany Howard, la frontwoman entrata di slancio nel novero di quelle da ricordare, incarnano quei posti, quello stile di vita, quella soffice rudezza caratteriale, imparentata con l’indolenza e l’ironia. E trapiantano il tutto nella loro musica, che va vista dal vivo (su YouTube ce n’è un campionario), ma ora trova una nuova affascinante sintesi in Sound and Color, il loro secondo album, dopo l’exploit all’esordio con Boys & Girls.

Brittany, la 26enne cronicamente sovrappeso con trascorsi da postina e una vita vissuta in un trailer fin quando ha potuto permettersi un vero appartamento, è un prodotto di quell’approssimativa versione d’America. Una ragazza a corto di chances per tenere a bada lo squallore, non fosse che per anni, nella sua cameretta, ha imparato a suonare la chitarra e ha studiato davanti allo specchio, facendo l’air guitar sulle canzoni degli Hanson. La band che l’accompagna la mette su a 19 anni, lì ad Athens, con un compagno di scuola, un batterista del quartiere e il chitarrista di un gruppo rivale. Le aspettative sono basse: il giro dei bar, repertorio di cover, il naso mai fuori dallo Stato. Ma c’è la voce di Brit, c’è un colpo di fortuna (Patterson Hood dei Drive-By Truckers sente un loro demo su un blog) e c’è quel groove contagioso, che ha la fluidità del miele e l’andamento ondulatorio di una dance davanti al condizionatore. Esce Boys & Girls e nel giro di una stagione è fatta. Brittany ha la sagoma dell’Alabama tatuata sul braccio, terra di gospel e di cultura orale, strumentazioni frugali e tecniche imparate on the road, dove si suona non per una recensione, ma per darsi uno scopo. Questa appartenenza, questi trascorsi, questi densi debiti psicoanalitici, emergono forti in Sound & Color, che ha suoni raccolti, intimi, caldissimi. È come se i quattro musicisti e il loro produttore, Blake Mills, già chitarrista con Lana Del Rey, chiudendosi ai Sound Emporium Studios di Nashville, sorvegliati da lontano da Jack White che li ha apprezzati subito, siano riusciti a spremere e a plasmare la loro musicalità, ma anche le loro ambizioni compresse e la loro capacità di compenetrarsi vicendevolmente.

Il risultato è un insperato disco antico, che gronda anni 70 e ha una pasta analogica, con tracce di Superfly, Temptations, Gil Scott-Heron e David Axelrod, valorizzando la vocalità parossistica di Brittany, tra falsetti, mugolii, gridolini, contorsionismi d’ugola e tiramenti blues. Un suono bianco-nero, elettrico e avulso da digitalizzazioni, che contiene Hendrix, ma risolve la sua psichedelia non in deliri solistici, ma in complicate tessiture punk-funk-pop (Gemini, capolavoro dell’album). Quel che suoni se vivi in Alabama. E che adesso, per i sortilegi del mercato, diventa “prodotto”, ma che Brit e soci saggiamente mantengono a propria misura. Suonando ciò che conoscono, non allontanandosi dai loro modi naturali. In un profluvio di riff di chitarra, rispondendosi tra strumenti e voci, restando vicini, concentrati, un po’ gasati. Come le piccole band. Tanto più se sono della provincia profonda, dove poche sono le possibilità di venire a galla. Con dedizione e fede nel fatto che davvero la musica, prima o poi, ti possa portar via.

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