Dossier / Primarie Milano

Un Bloomberg a Milano

IL 70 24.04.2015

Che bello se il prossimo sindaco a Palazzo Marino fosse un finanziere-filantropo come il primo cittadino di New York, un nome apprezzato in tutto il mondo

«Sì, Milano è proprio bella, amico mio, e credimi che qualche volta c’è proprio bisogno di una tenace volontà per resistere alle sue seduzioni, a restare al lavoro. Ma queste seduzioni istesse sono fomite, eccitamento continuo al lavoro, sono l’aria respirabile perché viva la mente; ed il cuore, lungi da farci torto, non serve spesso che a rinvigorirla. Provasi davvero la febbre di fare; in mezzo a cotesta folla briosa, seducente, bella, che ti si aggira attorno provi il bisogno di isolarti, assai meglio di come se tu passi in una solitaria campagna. E la solitudine ti è popolata da tutte le larve affascinanti che ti hanno sorriso per le vie che son diventate patrimonio della tua mente». (Giovanni Verga, lettera a Luigi Capuana, 5 aprile 1873)

Michael Bloomberg è stato un grande sindaco di New York e per questo è stato eletto tre volte dagli esigenti cittadini newyorchesi. È stato bravo a far rinascere la città dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 e a farla resistere alla crisi finanziaria del 2008. New York non è mai stata così bella come nei 12 anni di Bloomberg a City Hall.

I critici lo hanno accusato di essersi comprato il consenso, e poi le due rielezioni, semplicemente staccando assegni con la serenità di chi non ha l’ansia di prosciugare i propri conti correnti. Bloomberg in effetti è un miliardario, uno degli uomini più ricchi degli Stati Uniti, ma prima durante e dopo i suoi tre mandati è stato uno dei grandi benefattori della città, nella tradizione dei grandi finanzieri-filantropi cui New York deve le sue straordinarie istituzioni culturali. Negli anni ha finanziato decine di cause di interesse culturale, sociale e sanitario. Nel 2014 la sua Bloomberg Philanthropies ha donato 462 milioni di dollari a favore di iniziative in tutto il mondo. La filantropia non è necessariamente alternativa allo Stato, ha detto lo stesso Bloomberg, semmai è un elemento che rafforza le politiche pubbliche.

In Italia non abbiamo una tradizione filantropica di questa portata, a causa di un diverso rapporto tra cittadino e Stato, tra individuo e comunità, tra privato e pubblico. Le ragioni sono culturali, religiose, ideologiche e anche fiscali, ma se c’è qualcosa che in Italia si avvicina al modello filantropico americano è quello che negli ultimi anni hanno seguito alcuni marchi della moda: il gruppo Della Valle che sponsorizza il restauro del Colosseo; Prada che offre a Milano i nuovi e straordinari spazi culturali che IL mostra in anteprima su questo numero; Armani che apre il museo Silos; la Fondazione Trussardi che fa rinascere luoghi ed edifici chiusi o dimenticati, coinvolgendo i più importanti artisti contemporanei (da ultima Agnes Denes con lo splendido Wheatfield, il campo di grano, nel nuovo central park a Porta Nuova).

Ora che il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ha deciso di non ricandidarsi ed è iniziata la faticosa corsa alla sua successione, non sarebbe male se si facesse avanti un Bloomberg meneghino. Un benefattore di talento. Qualcuno con una visione moderna della città, ma consapevole che Le meraviglie di Milano sono una ricchezza nota perlomeno dai tempi antichi di Bonvesin de la Riva. Un sindaco che abbia la precedenza a quell’incrocio tra moda, design e industria che è il destino e la vocazione e l’eccezionalismo di Milano. Un nome cui basti essere pronunciato perché il resto del mondo, in segno di rispetto, si tolga il cappello. Immaginatevi Miuccia Prada sindaco. O Giorgio Armani. Oppure Beatrice Trussardi.

Altro che Expo.

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