In un palazzo nel centro di Milano, Dolce & Gabbana Alta Sartoria: il sogno della più raffinata unicità

Visti i capi d’abbigliamento confezionati, il modo in cui vengono alla luce e lo scenario fastoso dove tutto ciò avviene – degni davvero di un prezioso rito mondano –, l’espressione «cerimonia di vendita» usata con orgoglio dallo staff di Dolce & Gabbana Alta Sartoria finisce presto per svuotarsi del suo carico di retorica. Succede (a Milano) al piano nobile dell’ex Palazzo Labus, edificio neoclassico affacciato su Corso Venezia, vetrina da qualche anno delle creazioni firmate dai due stilisti – e dell’edonismo a loro più caro.

Accompagnata dalla scritta “Marzo 1848”, la breccia sul portale d’ingresso al numero 13 testimonia le cannonate sparate in città all’epoca di Radetzky e delle Cinque Giornate. A sinistra, la barberia vintage d’ispirazione siciliana; a destra, la boutique con le collezioni del prêt-à-porter; il tintinnare di posate e bicchieri del Martini Bar al centro del cortile. Nell’angolo, dietro una porta a vetri, uno scalone in pietra conduce all’Alta Sartoria, nove stanze silenziose dove le decorazioni originarie dell’ambiente convivono con le sedute di Gio Ponti, i tappeti Fornasetti e le imponenti specchiere che un tempo abbellivano una sala da ballo a Palermo.

È qui, in questo mondo a parte, che viene accolta la clientela più esclusiva. Uomini che hanno in mente un guardaroba unico – tagliato su misura sul proprio gusto e realizzato con i materiali più pregiati – e che decidono di affidarsi all’estro di Domenico Dolce e Stefano Gabbana senza porsi minimamente il problema di quanto questo servizio di atelier personalizzato possa, alla fine, costare: esponenti di dinastie arabe, governanti, imprenditori occidentali a capo di imperi economici, oligarchi in arrivo da Oriente; comunque gente ricca, esageratamente ricca, votata a una personalissima idea di eleganza inaccessibile ai comuni mortali.

«I protocolli di riservatezza sono assoluti», spiega Andrea, responsabile del progetto («preferiamo fermarci al nome», sorride, «senza cognome»). «Quello che posso dire è che ci capita di assecondare le richieste più diverse: la casacca con toppe e soffietti da usare al volante, per un collezionista di auto storiche; il pigiama in seta ricamata con lo stemma di famiglia; la giacca con la fodera interna che riproduce, in stampa, l’opera d’arte preferita – è successo con un cliente e con il Tintoretto di sua proprietà. C’è chi è venuto per un abito business, poi ha ordinato un capo da indossare durante le battute di caccia. Il punto, infatti, è che il vero lusso non è sinonimo di ostentazione, né di emulazione», prosegue Andrea. «Chi decide di servirsi da noi non lo fa perché ha visto la vetrina di un nostro negozio o il completo di un attore su un red carpet, ma per avere un vestito senza pari che lo rispecchi al cento per cento; e se dopo aver commissionato un abito da cerimonia chiede – per esempio – un paio di scarpe in coccodrillo, è perché sogna di indossarle per il proprio piacere personale, magari durante una passeggiata nel deserto, come un vero dandy: non per sfoggiarle in qualche località di vacanza».

L’Alta Sartoria – corrispettivo per l’uomo di Dolce & Gabbana Alta Moda, dedicata alle donne – ha debuttato lo scorso febbraio con la sfilata della prima collezione. La presentazione, organizzata proprio in queste sale per una ristretta cerchia di invitati (circa 80 ospiti), è stata il biglietto da visita di quello che può essere realizzato, e che qui si scopre passando di stanza in stanza: il bomber in volpe argentata, foderato di raso di seta, con collo e polsini in cachemire; gli stivali in astrakan; il tight bianco… In una camera rivestita in broccatello rinascimentale, due grandi bauli espositivi raccolgono le cartelle dei tessuti e i campioni degli altri materiali. «Ne abbiamo altri due più piccoli, da viaggio, per quando dobbiamo partire e incontrare il cliente per le prove. Possiamo raggiungerlo in ufficio, nel suo palazzo reale o sulla sua barca; ci mettiamo in aereo e andiamo, perché non sempre il fitting avviene qui. Certo, prendere le misure sull’acqua non è il massimo, ma è capitato».

Gli sketch, disegnati da Andrea e dall’ufficio stile impegnato nel progetto, vengono sottoposti a Domenico Dolce e Stefano Gabbana (che danno il via libera o li modificano per meglio soddisfare il loro gusto), e quindi al committente; tutte comunicazioni “vecchio stile”, effettuate di persona, senza mail o altri marchingegni moderni. Infine, il taglio e la confezione degli abiti, nel laboratorio sistemato al secondo piano del palazzo, dove 25 artigiani lavorano sotto la guida dell’esperto Giulio («anche qui, basta il nome»). «Lo scambio con i clienti è continuo: noi li consigliamo, mettiamo a loro disposizione questi spazi e i nostri servizi. In definitiva, ci piace immaginare questo posto non come una sartoria», conclude Andrea, «ma come una sorta di club per gentiluomini: un luogo dove trovarsi al massimo agio».

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