Così, da Matrix ai Baustelle, una dottrina economica è diventata un catastrofico strumento della collera divina

Alla metà degli anni Novanta, il liberismo cessa di essere un insieme di riforme economiche e inizia la sua trasformazione in “ideologia totalitaria”, emblema della solitudine umana, motore di catastrofi e esecutore della collera divina. Diventa “sfrenato”, “cieco”, “selvaggio”, “imperante”, e assieme alle risorse del pianeta esaurisce tutti gli aggettivi e gli avverbi del dizionario dei sinonimi. Lasciate perdere Gordon Gekko di Wall Street o «I make money with money» di Mickey Rourke. Lasciate perdere gli yuppie di American Psycho e quelli dei Vanzina. Il racconto della finanza spregiudicata è roba degli anni Ottanta, ma la grande narrazione del turbocapitalismo pesca altrove. Nel 1988, la critica del consumismo ha ancora addosso i versi di Luca Barbarossa: «Hanno la macchina col telefono / le iniziali sul taschino / quando sono di buon umore / l’orologio sul polsino»; al massimo, «siamo figli delle stelle / pronipoti di sua maestà il denaro». Vent’anni dopo, i Baustelle se la prendono con le «borse di Dior», «la logica spietata del profitto», l’«Impero Culturale Occidentale», il «Nintendo», la «metropolitana», il «sesso orale». La cosa gli sfugge di mano. Dicono che «il liberismo ha i giorni contati» e «meno male che qualcuno o qualcosa ci punisce». In mezzo, tra Barbarossa e i Baustelle, c’è il mondo tecno-totalitario di Matrix. Il film dei fratelli Wachowski è un riferimento importante, perché  arriva nei cinema nel 1999. L’anno di No Logo di Naomi Klein. L’anno di Turbo-Capitalism di Luttwak. Con un tempismo perfetto, Luttwak e Klein trovano i neologismi, Matrix aggiorna all’epoca della realtà virtuale le figure classiche dell’anticapitalismo.

Per raccontare lo “strapotere del mercato” al terzo stadio del capitale non bastano i trader sanguinari di Bret Easton Ellis. Ci vuole il sogno collettivo generato dalle macchine. Il capitale globale è ovunque e in nessun luogo. Scaffali pieni di libri liquidi di Bauman traggono le dovute conseguenze. Altri prendono a calci i bancomat. Il turbocapitalismo è un’ideologia totalitaria che ha affinato i suoi mezzi di persuasione. È svanito per penetrare nelle coscienze, annullando la memoria. «Disarticolare e annullare la memoria è una delle condizioni fondamentali dell’affermazione planetaria del liberismo mercantile globale», spiega uno dei primi articoli dell’Unità che ha il liberismo selvaggio nel titolo (estate, 1997). Matrix raccoglie e rilancia. Con la scena della pillola rossa e della pillola blu, filosofi anticapitalisti come Slavoj Žižek ci campano di rendita per tutti gli anni Duemila. Lettori di Internazionale che snobbano i blockbuster con gli effettacci se la ritrovano spiegata in salsa lacaniana, foucaultiana, keynesiana, dalemiana. L’influenza di Matrix arriva dritta ai giorni della Troika. Yanis Varoufakis ci costruisce l’impianto del suo È l’economia che cambia il mondo, una specie di liberismo selvaggio spiegato a mia figlia: «Come Neo, cara Xenia, ti trovi davanti a una difficile scelta. Prendi la pillola blu e vivrai nella menzogna di quelli che credono a quel che dicono i manuali di economia, gli analisti seri, la “Commissione europea”. Se, invece, prendi la pillola rossa che ti offrono il modo di pensare e il punto di vista di questo libro, ti aspetta una vita difficile e pericolosa. Ma come ha detto Morpheus a Neo, “ti sto offrendo solo la verità, niente di più!”». Ingoiata la verità, Varoufakis ripercorre «le tappe della storia dell’umanità alla ricerca delle origini della diseguaglianza raccontando l’economia come un’epopea in cui i contadini senza terra e gli eroi dell’Iliade, gli operai inglesi e Oscar Wilde lottano fianco a fianco per un’idea di società alternativa a quella imposta dal capitale». Si parte con Matrix, si finisce in un’assemblea di un liceo romano del centro, con Xenia che spaccia pillole rosse per pagare i debiti dei padri.

Le scene del film dei Wachowski alimentano studi di «grande rigore scientifico e acume critico», così la quarta di copertina Einaudi di Finanzcapitalismo di Luciano Gallino. La parola è bella, ma che cos’è esattamente? «Il finanzcapitalismo è una mega-macchina sviluppata negli ultimi decenni per accumulare sotto forma di capitale e potere il valore estraibile dal maggior numero possibile di esseri viventi», ovvero «miliardi di inconsapevoli servo-unità umane». Lo presentano da Feltrinelli Keanu Reeves e Lucia Annunziata col trench nero in ecopelle. Il sogno della Grande Finanza rigenera mostri. I capannoni di Amazon, come racconta un drammatico reportage su Repubblica, non sono soltanto una fabbrica della morte del libro, ma un «vero e proprio Arcipelago Gulag del lavoro forzato con miseri contratti a termine per gli schiavi e i forzati del turbocapitalismo globale, neoliberista e senza scrupoli sorvegliati da vigilantes vicini all’ultradestra neonazista; una riedizione dell’Organizzazione Todt, quella con cui SS e Gestapo reclutavano forzati in tutta l’Europa occupata, o dell’omologa e ancor più spietata autorità del lavoro giapponese nella Cina in mano al Tenno». E qui, come dicono i Baustelle, prima o poi qualcosa ci punisce.

Inutile girarci attorno, quella che si è abbattuta sul Nepal è soltanto l’ultima di una serie di sciagure innescate dal turbocapitalismo. Qualche giorno dopo il terremoto che ha devastato Kathmandu, la scrittrice indiana Anita Nair riannoda le cause del disastro: avidità, egoismo, religione del profitto, trekking. Osserva che nei giorni dei primi soccorsi «Israele ha inviato delle incubatrici per trasferire ventiquattro neonati di madri nepalesi surrogate per conto di genitori israeliani» e poi se n’è infischiato come al solito (la scrittrice ha specificato la fonte, anzi due: «Stando ad alcuni resoconti» e «frugo su internet»). Poi, l’immagine perfetta, o meglio il suono che rimanda indietro la nostra colpa: «Abusiamo della natura ma il silenzio delle montagne nepalesi riecheggia di un vocio incessante e del suono metallico dei registratori di cassa». Il battito di un registratore di cassa di un negozio a New York può provocare un terremoto in Nepal. Le incubatrici israeliane, la Terra che si rivolta, gli ebrei, le prime note di Money dei Pink Floyd, come in una scena dei Dieci Comandamenti rifatto da Ken Loach.

Sgomenti di fronte alle catastrofi naturali, gli antichi speculavano sul fatalismo, noi invochiamo puntuali la fine del capitalismo. Ignari delle leggi che regolano l’Universo, loro incolpavano enormi draghi che dormivano al centro della Terra, noi quelli che si chiamano Mario e presiedono la Bce. Nel 1994, all’alba del turbocapitalismo, Sergio Ricossa annotava nei suoi diari: «Predico il liberismo da una vita ma da una vita non riesco a diffondere l’abbiccì del liberismo. Ora su Capital divento “liberista selvaggio”. Leggo dal dizionario: “Bestiale, disumano, efferato, sanguinario, incivile, rozzo, spietato, violento”. Mi faccio paura». Ma non aveva ancora idea. Non immaginava, per dire, che la specialità del neoliberismo sono gli uragani. Haiyan, «frutto del turbocapitalismo» (copyright Paolo Ferrero); Katrina, simbolo «delle diseguaglianze sociali, di un’America segnata dal cinismo, dal liberismo sfrenato, dal fanatismo religioso», come scrisse Antonio Tabucchi; Sandy, abbattutosi su New York e «ultimo capitolo di una storia molto lunga che ho chiamato “The Shock Doctrine”», dice Naomi Klein, secondo cui gli uragani sono al servizio delle privatizzazioni e della «licenza di saccheggio delle multinazionali». Contro ogni dato, statistica o curva d’incidenza, le cause del virus Ebola sono state individuate da Laura Boldrini nella «spinta al privato della Sanità mondiale». Le cifre mentono. I numeri sono un po’ liberisti. E non c’è bisogno di dati per capire che il capitalismo è alla base della scelta jihadista di molti giovani islamici, come dicono Pennac e Freccero dopo Charlie Hebdo, che l’Isis è una «scheggia impazzita del neoliberismo» (copyright Žižek) e che l’11 settembre, vabbè. Come dichiarò l’allora presidente della Commissione europea, Romano Prodi: «Quello che è successo a New York ci ricorda che non potrà più imporsi come dottrina una certa forma di pensiero unico che difende il liberismo sfrenato».

L’immagine degli aerei-kamikaze spinti dal liberismo sfrenato sarà rimasta a lungo impressa a Franco Berardi, detto “Bifo”, ideologo post-deleuziano e turbo-rizomatico del Settantasette bolognese. Con un post su Facebook che intitola “Nella cabina di pilotaggio”, cala la pietra tombale sulla vicenda Germanwings: «Forse ci sarà un rapporto tra questo incredibile incremento della propensione a farla finita e il trionfo del Neoliberismo che implica precarietà e competizione obbligatoria», scrive Bifo. Ma c’entrano anche la «solitudine digitale», «l’epidemia psichica», «l’infelicità turbocapitalistica iniziata con la pubblicità» e «i corpi che non si possono più toccare» (forse ci sarà un rapporto pure col suo primo libro pubblicato nel 1977, Le Ciel est enfin tombé sur la terre o con i viaggi immortalati nella sua pagina Wikipedia dove dice che «giunto in Messico alla fine degli anni Ottanta preconizza l’esplosione della Rete, si trasferisce in California e pubblica alcuni saggi sul cyberpunk»). Uragani, epidemie, terrorismo, suicidi, fiction televisive. «Se oggi la fiction ha successo», spiega Freccero presentando il suo Roma Fiction Fest, è «perché rappresenta una critica spietata alla società e al sistema neoliberista». Siccome Freccero è situazionista, nel Festival ci infila le serie prodotte nei gulag liberisti di Amazon ma stemperate dallo statalismo dei Cesaroni e di Don Matteo che, secondo lui, «rappresenta un rifugio di fronte alla complessità e all’incertezza (neoliberista, ndr) di oggi». Ma c’è anche il Grande Cinema. Per riprenderci dall’immoralità neoliberista di The Wolf of Wall Street che tanto ha indignato Gramellini, c’è la smartbox-Rohrwacher – due giorni di apicoltura in uno splendido casale dell’Umbria – con un film asciutto, spoglio, tutto girato in vestaglia, che a Cannes è un trionfo e ci regala una speranza: che «nonostante la volgarità mediatica e il liberismo selvaggio che distruggono tutto ciò che si trova sul loro cammino, il sentimento di collettività in un futuro migliore non è svanito» (come scrive Jean-Baptiste Morain su Les Inrockuptibles). Speriamo. Nel frattempo, aspettiamo la fine del liberismo coi Baustelle e Sabina Guzzanti che trascina Michael Moore a vedere La trattativa. Lui dice che è «very powerful», lei ci fa un post e scrive che con Michael si è «perfettamente d’accordo sul fatto che mafia e capitalismo sono in sintonia e non si può sconfiggere la mafia senza mettere in discussione questo sistema economico». Il Madoff dei Parioli approva. Ma la nostra Michael Moore è Giovanna Gagliardi, che anche se non la conoscete ha fatto questo documentario «pluripremiato» e formidabile che si intitola Venti anni e che Repubblica riassume così: è la «storia d’amore tra Marta (berlinese) e Giulio (italiano) e si snoda tra la caduta del muro e il crack di Lehman Brothers nel 2008; lui era fedele al libero mercato fin dalle elementari ma a quarant’anni si ritrova disoccupato: dovremmo considerarlo una vittima, anche se è stato per molti anni un carnefice?». Che ne sarà di Giulio, piccolo Mozart del liberismo selvaggio? Non lo so, ma ricordate che «la tesi del film dovrebbe essere condivisa da chiunque: il turbocapitalismo è il male assoluto e potrebbe rappresentare la rovina dell’umanità». Il male assoluto. Papa Wojtyła almeno si limitava a dire che «il liberismo non è cristiano». Insomma, come redimerci?

Forse non resta che abbonarci a MicroMega. Unirci a una generazione di intellos che prima doveva «abbattere lo Stato di merda» e ora lo implora di riprendere il controllo assoluto dell’economia per proteggerci dalla globalizzazione e dal libero mercato. Di giorno, sfrenati contro il neoliberismo, la sera tutti su internet a confrontare le offerte dei tour operator per programmare le vacanze. Pardon, a cercare un volo low-cost per l’ultimo saluto a Cuba prima che arrivi il turbocapitalismo cafone, che poi diventa come Cortina e non ci si può più andare.

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