La scoperta dei baci, le mani nei jeans, la prima volta. L'iniziazione al piacere tra la provincia di Campobasso e le tentazioni di Roma.

Il sesso anale è una delle cose più sopravvalutate al mondo, aveva detto qualche anno fa Christopher Hitchens.

È stato un sollievo poter usare Hitch per declinare le richieste, senza sembrare troppo conservatrice, quando pensavo «non osare nemmeno mettermi un dito nel culo, figuriamoci altro». Il sesso anale è più difficile da collocare del sesso orale: viene prima o dopo l’accoppiamento? È una domanda di una certa rilevanza quando ti intrattieni per la prima volta con qualcuno, anche perché quel qualcuno si farà un’idea su di te in base alla tua disponibilità e al tuo ordine gerarchico. Sarò troppo mignotta se acconsento al sesso anale alla prima richiesta? Devo aspettare almeno fino al terzo appuntamento? E se non mi piace mi prenderà per una suora?

Esiste anche una specie di legge universale dei questuanti: più stanno in fissa a volere il tuo culo, più si infastidiscono se, dopo aver fatto quella ritrosa e annoiata, nella foga finisce un tuo dito nel loro culo. A quel punto le educande scandalizzate sembrano loro.

Se viene prima il pompino o l’amplesso dipende anche da quanti anni abbiamo e da dove siamo cresciute. Per tutte quelle nate intorno agli anni 70 il sesso orale era molto più intimo del fare sesso con qualcuno. Era rarissimo cedere alle richieste insistenti dei nostri primi fidanzati prima di esserci andate a letto. Durante una vacanza estiva, ho scoperto che per le ragazze americane il pompino era un’attività che quasi non si negava a nessuno e quando dicevo loro «ma è molto intimo!» con una smorfia di sgomento mi guardavano come se fossi stata scema. E forse lo ero.

Mia madre il sesso orale non l’ha mai nemmeno nominato – nemmeno mio padre – e chissà da dove veniva quell’angusta idea sui pompini. Non credo di essermi mai domandata dove andasse piazzato il cunnilingus, forse perché non sembrava nemmeno qualcosa di sessuale.

Senza l’internet e YouPorn, le informazioni a disposizione erano scarse e molto approssimative. L’iniziazione sessuale era complicatissima.

 

«Ho trovato le foto amatoriali di una coppia nella sua intimità in un mercatino», racconta l’artista e art director: «Mi hanno colpito per la qualità poetica, i volti nascosti, così senza tempo e democratici. Ho cominciato a modificarne l’inquadratura per suggerire significati ulteriori». Il risultato è la serie Boy meets girl (variations), 2014.

A cominciare dal primo bacio e dalle prime volte che avevo lasciato infilare le mani di un tizio che mi aveva mandato un biglietto «ti vuoi mettere con me?» sotto la maglietta e dentro i pantaloni troppo stretti. L’imbarazzo delle prime volte era pari solo alla scomodità dei vestiti e dei luoghi.

Mentre gli adulti erano preoccupati per la Guerra fredda e per Chernobyl, io non avevo ancora baciato nessuno. Durante l’estate dopo l’incidente nucleare, abbiamo trascorso qualche giorno nella campagna molisana. La casa era di una cugina di mio padre ed era talmente grande da sembrare disabitata. La cosa più divertente da fare era andare con il cane da caccia del marito della cugina a tirare sassi in un laghetto artificiale. Durante una di queste passeggiate ho incontrato un ragazzino che viveva qualche centinaio di metri più giù. Dopo qualche tiro e un paio di giri del laghetto, il ragazzino aveva detto che doveva andare, dandomi appuntamento al pomeriggio successivo. Non era il mio tipo – ammesso che esistano queste cose – ma tirare sassi in due mi sembrava meno noioso di farlo da sola. E poi sarebbe stato perfetto per esercitarmi a baciare: pochi giorni dopo sarei partita e non lo avrei visto più. Quel pensiero lo avevo fatto subito, ma poi mi ero rimproverata per l’audacia e avevo deciso di fare finta di niente. Il giorno dopo avevo perciò manifestato sorpresa quando mi aveva baciato. Una donna deve essere ritrosa e il sesso, per carità, è quasi un dovere.

I giorni rimasti li abbiamo passati a baciarci vicino al laghetto fino a quando il marito della cugina è venuto a cercare il cane. Pare che il ragazzino fosse figlio di un vicino con il quale era in corso una faida. Una versione dei Montecchi e Capuleti in provincia di Campobasso.

Mia madre era molto imbarazzata. Mio padre ha detto «domani andiamo a casa».

Tornata a Roma mi sentivo finalmente parte degli iniziati al sesso, anche se avevo il dubbio che i romani baciassero diversamente dai molisani. Durante le feste delle medie ho capito abbastanza presto che il luogo di nascita non era rilevante.

La prima volta che uno di quei ragazzini mi ha messo le mani nelle mutandine, non sapevo come avrei dovuto comportarmi io. Dovevo fare la stessa cosa? Dovevo aspettare che fosse lui a prendermi le mani e a guidarle fino ai bottoni dei 501? Nell’indecisione devo aver aspettato troppo e lui si è stufato e si è alzato dicendo «vado a prendere una coca». Non l’ho più visto.

Alla pomiciata successiva ero preparata. Pochi minuti dopo che avevamo cominciato a baciarci, gli ho infilato una mano nei jeans. Avrà pensato che ero una puttana? Sarà poi andato a dirlo agli amici? Avranno riso di me?

I miei genitori erano nati alla fine degli anni 30 e il clima di rivoluzione e di sperimentazione che si respirava negli anni 70 era forse arrivato troppo tardi per loro.

Mia madre faceva finta di essere a suo agio con il sesso, ma non lo era. Durante il ’68 era già anziana per lasciare che l’euforia le allentasse un rigore da XIX secolo. A mio padre era andata meglio perché era uomo, ma era nato durante la guerra e cresciuto in una provincia molisana.

 

La mia idea di sesso era stata costruita su scarni indizi, su accenni più che su spiegazioni, su ombre più che su parole di senso compiuto. Era già stato eroico affrontare i baci e le esplorazioni. All’orizzonte si prospettava la sfida più terrorizzante, prima del dilemma del culo: il primo rapporto sessuale.

Non solo oggi l’età media del primo rapporto sessuale è più bassa – circa 16 anni per i nati nel 1990 – e la differenza tra femmine e maschi è diminuita, ma forse s’è ridotta pure quella ansiogena visione magica della prima volta, sostituita da un più sano «liberatevi della verginità prima possibile così poi possiamo passare ad altro».

Mia madre ha aspettato fino a 25 anni. «Fino a quello giusto» diceva lei, e a me è sempre sembrato consolatorio e allo stesso tempo spaventoso, soprattutto perché non ce ne sono stati altri, né durante il matrimonio né dopo il divorzio. Si era imprigionata in un revisionismo nostalgico per cui «con nessun altro valeva la pena» mentre in realtà stava pensando «che idiota». Era inevitabile che avesse finito per tramandarmi l’impazienza di liberarmi di quella virtuosa scemenza che è la verginità – cioè il valore più insulso dopo il patriottismo.

Non so a che età mio padre avesse fatto sesso per la prima volta, ma l’aveva sicuramente fatto prima di incontrare mia madre. E avrebbe continuato a farlo anche con altre durante il matrimonio e, ovviamente, dopo il divorzio. Gli uomini fedifraghi si divertivano, le mogli cornute facevano la lagna.

Tra i baci in Molise e la mia prima volta è passato qualche anno. È stata la sorella maggiore di una mia amica a spiegarmi, durante un’altra vacanza estiva, come stavano le cose. Dopo quell’estate di lezioni e di sperimentazioni, mancava solo un «rapporto completo» – così lo aveva chiamato lei per distinguerlo dal sesso orale e dalle altre attività che prevedevano sospiri e quel senso di avventura che forse nell’età adulta si prova dall’adulterio in poi.

Bisognava però trovare un molisano a Roma. Un compagno di scuola non andava bene: era troppo giovane e poi rischiavi di incontrarlo in corridoio o all’uscita. Un amico più grande di un amico di un’amica sarebbe stato perfetto.

Dopo aver fatto sesso, pensavo che tutti se ne sarebbero accorti, che mi avrebbero guardato diversamente o che avrebbero avuto qualcosa da dire.

Ma niente, era tutto uguale. E così è rimasto anche con tutti quelli dopo, che fossero fidanzati o amanti passeggeri, amici o uomini sposati.

Noi nate negli anni 70 abbiamo avuto molti più uomini delle nostre madri, anche se probabilmente continuiamo a mentire per difetto rispetto ai maschi per quell’antica disparità di giudizio e di mitomania.

Abbiamo imparato a dissimulare e a essere meno imbranate, dimostrando finalmente che il tradimento non è più uno sport da maschi. L’unico problema è che adesso a fare la lagna sono loro.

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