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Elogio del «non me ne intendo»

IL 71 22.05.2015

Un letterato dovrebbe avere a cuore la propria competenza, invece c'è la corsa conformista a sposare cause di cui sa poco

Non ho mai sottoscritto appelli di alcun tipo; non ho mai marciato per una causa giusta o contro una legge sbagliata: non ricordo di aver scritto a favore né dell’una né dell’altra; sono certo di non aver risposto ad alcun richiamo alle armi, a nessuna urgenza democratica; rivendico la mia diserzione, il mio disincanto, il mio senso di irresponsabilità; sono sempre più sorpreso dallo zelo e dalla leggerezza con cui alcuni letterati, talvolta anche eminenti, appongono la propria firma in calce a documenti mal scritti, retorici, settari, caduchi e desolatamente generici.

Perché lo fanno? Vanità? Terrore della solitudine? Noia? O semplice fariseismo?

La firma è importante: mi verrebbe da dire che è la sola ricchezza di un artista, la griffe che lo distingue dagli altri. E allora perché svenderla per una causa che non ti riguarda, che ti accende di un fuoco fatuo, che non decide del tuo destino e del tuo lavoro? Perché mescolarla a quella di individui che non conosci, che disprezzi, con cui sei in competizione?

Allora ripenso ad Antipatia, la bellissima voce dei Sillabari, in cui Parise si fa beffe niente meno che di Pasolini. Senza nominarlo, lo ritrae con una vividezza indimenticabile: «Aveva una brutta faccia ossuta a forma di pugno, una bocca chiusa dentro un incavo osseo come certi sdentati e soprattutto aveva occhi mobilissimi che non si fermavano mai negli occhi della persona con cui parlava». Un giorno lo scrittore «con la faccia a forma di pugno» telefona al suo collega notoriamente pigro e disinformato per chiedergli «una sovvenzione per alcuni fuggiaschi spagnoli che lottavano contro il regime del generalissimo Franco». Lo scrittore pigro non sa fare di meglio che opporre un diniego. Allora l’amico lo rampogna, lo incalza, fin quasi al ricatto morale: «Guarda, pensaci bene, questo è un tipico lapsus: significa che tu sei qualunquista per non dire fascista». È a questo punto che lo scrittore pigro, come un novello Bartleby, chiude la questione con una risposta tanto definitiva quanto indimenticabile: «Può darsi, ma non me ne intendo».

Ci vuol fegato per rispondere a qualcuno che ti sta dando del fascista: «Può darsi, ma non me ne intendo». Non si tratta di disimpegno politico ma di un assai più consapevole disimpegno intellettuale. È come dire: «Io sono disposto a parlare solo di ciò che conosco. Sul resto non me la sento di giudicare, tanto meno di prendere partito». Non è un atto di viltà ma di coraggio. Non è affettazione di insensibilità ma prova di tatto e circospezione. Uno scrittore dovrebbe avere a cuore la propria competenza, dovrebbe rivendicarla come faceva Flaubert. E invece, quando gli viene sottoposto un appello o una petizione, lui firma e zitto, tanto non costa niente. Così come quando un giornale gli chiede di esprimersi su un argomento specifico – la fame nel mondo, il terrorismo, la violenza negli stadi, gli infanticidi – eccolo approntare un’articolessa supponente, sentimentale e disinformata. Lo stile si annacqua, abbondano le metafore, idee astratte e precostituite prendono il sopravvento su qualsiasi urgenza di verità.

Mi chiedo quanti secondi abbiano riflettuto i duecento intellettuali prima di firmare il documento con cui si dissociavano dalla decisione del PEN di onorare la dozzina di vignettisti di Charlie
Hebdo
trucidati da un commando terrorista. Non intendo entrare nel merito della vicenda. Per l’appunto, non me ne intendo. E tuttavia sarebbe ipocrita nascondere la mia simpatia per un vignettista assassinato per ragioni ideologiche e religiose, e la mia istintiva antipatia per qualsiasi firmatario di appelli. Del resto, trovo grottesco che venga attribuita tanta importanza ai riconoscimenti letterari (il fatto che Kafka e Nabokov non abbiano vinto alcun premio e che io ne abbia vinti parecchi getta una luce sinistra sull’intera faccenda). Ciò che proprio non riesco a tollerare è la coazione bovina che spinge tanti letterati ad aderire a battaglie di principio in nome di alcuni dogmi molto spesso ispirati da ciò che George Steiner chiamerebbe il “pregiudizio liberal”. Chi scrive non dovrebbe avere in odio il conformismo e l’incompetenza?

Ho chiesto a un caro amico, impegnato su molti fronti, perché, invece di dedicarsi alla stesura del romanzo o allo studio del gerundio in Flaubert e dei due punti in Gadda, impieghi il suo tempo dietro a questioni generali che hanno così poco a che fare con la sua vocazione e che di solito dimentica dopo una settimana. «E Zola allora?» mi ha chiesto lui a brutto muso. «Anche Zola doveva starsene zitto mentre Dreyfus marciva all’Isola del Diavolo?». A dire il vero non so se Zola abbia agito nel migliore dei modi. C’è chi pensa che non lo abbia fatto. Ma che importa? Il punto è che Zola non firmava dieci petizioni al mese. Il J’Accuse resta a tutt’oggi uno dei suoi capolavori. Fu letto da più di un milione di persone. Prima di buttarlo giù, studiò la questione come se ci dovesse scrivere sopra un romanzo. Fece epoca. Finì in galera. C’è addirittura chi ipotizza che il suo impegno dreyfusardo fu la causa della sua morte misteriosa per asfissia. Ci sarà differenza tra una scelta tanto ardita e la smania di firmare qualsiasi documento ti venga messo sotto il naso?

Nella presentazione della rivista da lui fondata, Les Temps Modernes, Sartre scriveva: «Io ritengo Flaubert e Goncourt responsabili della repressione che seguì la Comune perché non hanno scritto una riga per impedirla».

Be’, io ritengo Sartre responsabile di aver concepito e contrabbandato a cuor leggero una simile baggianata. Lo ritengo responsabile di aver scritto il passo che mi accingo a citare: «Pederasta, Proust ha creduto di potersi servire della propria esperienza omosessuale, quando ha voluto descriverci l’amore di Swann per Odette; borghese, egli ci presenta il sentimento d’un borghese ricco e ozioso per una mantenuta come un prototipo dell’amore: dunque egli crede all’esistenza di passioni universali il cui meccanismo non varia sensibilmente quando si modifichino i caratteri sessuali, la condizione sociale, la nazione o l’epoca degli individui che la provano (…). Fedele ai postulati dello spirito analitico, non immagina neppure che ci possa essere una dialettica dei sentimenti, ma solo un meccanismo. Così l’atomismo sociale, posizione di ripiego della borghesia contemporanea, porta all’atomismo psicologico. Proust si è eletto borghese, si è fatto complice della propaganda borghese, giacché la sua opera continua a diffondere il mito della natura umana».

Già, lo ritengo responsabile di questa idiozia e di tante altre ancora, tipo l’invito a «passare sotto silenzio» un libro eccellente che non dice niente di nuovo sulla nostra epoca e a valorizzare i libri mediocri che hanno il pregio di essere «rivelatori». Lo ritengo responsabile di aver preso le parti di regimi totalitari e di aver sciupato il suo straordinario genio in nome di ideali di cui si è persa traccia e memoria. Di aver scommesso sull’attualità. Lo ritengo responsabile della sua frivolezza spacciata per engagement; delle sue scomuniche eccellenti (a danno di Baudelaire, di Flaubert, di Proust e di Nabokov) che hanno inquinato per tanti anni il gusto dei lettori. Ma soprattutto lo ritengo responsabile di aver insinuato nelle coscienze di tanti epigoni che il miglior contributo che uno scrittore possa fornire alla comunità è correre a firmare l’ennesimo documento inutile e insincero.

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