Tra qualche giorno verrà pubblicato Dance Me This, sua centesima uscita discografica. Sandro Oliva, musicista, fan e clone del chitarrista americano, ci racconta perché non lo comprerà. E quello che ha scoperto...

Parliamo di Frank Zappa – abitudine desueta, alla faccia delle dispute roventi che lo circondarono in vita, tra sostenitori e detrattori della sua genialità che trascinava il rock nella misteriosa tundra della ricerca musicale contemporanea. E a dispetto dall’educato silenzio che l’ha circondato una volta passato a miglior vita, quasi che il percorso della sua carriera e della sua monumentale produzione si concludesse col suo passaggio terreno, incapace di sopravvivere in sua assenza, divenendo frettolosamente “storia”, in un segmento appartato del pop e dei suoi più stravaganti spin-off.

Ora, due fatti e una constatazione che s’intrecciano. Il primo fatto è una notizia: il primo giugno esce Dance Me This, che costituirebbe, secondo calcoli disputati, la centesima uscita discografica di Zappa a partire da Freak Out!, pubblicato nel ‘66 con i Mothers of Invention. Il contenuto viene presentato come le ultime registrazioni dell’artista prima della morte – avvenuta nel 1993, a 52 anni – suonando il Synclavier, il sintetizzatore (avanguardistico per il suo tempo) col quale Zappa aveva pianificato un album “per i gruppi di danza moderna”. Nell’ultimo periodo della carriera, Zappa aveva adottato il Synclavier come principale strumento compositivo, sperimentandone le combinazioni più stravaganti, come quella, presente in Dance Me This, coi “cantanti di gola” Tuvan, esoterici membri di una tribù cinese. A prima vista, dunque, si tratterebbe dell’opera con cui consapevolmente Zappa intendeva chiudere la propria produzione, però rimasta a lungo inedita, a dispetto del fatto che gli eredi, nel tempo, abbiano immesso sul mercato un gran quantità di materiale postumo.

 

Prima del secondo fatto, la constatazione: Frank Zappa è sparito dalle viste della musica d’oggi. È un segmento laterale, un vicolo cieco, sebbene suggestivo. Di lui non si parla, se non tra gli osservanti del culto. Perfino la sua prematura morte non ha contribuito ad attribuirgli quel manto di eccezionalità accordato ai grandi musicisti pop che si congedano in piena azione. Vent’anni dopo, resta associato al percorso di un possibile futurismo musicale, che convertiva la stravaganza in cultura e in un’ipotesi di libertà creativa, generata riusando spudoratamente matrici della tradizione. Ci sarebbe da giurare che fu vera gloria. Ma in giro, più che dubbi, si raccoglie disinteresse.

Il secondo fatto è una scoperta. Da tempo mi pregio dell’amicizia di un personaggio che, in questo contesto, gioca un ruolo bizzarro ma significativo: Sandro Oliva, origini siciliane, ma romano a tutti gli effetti. Dai pieni anni Settanta, allorché capeggiava una formazione chiamata Fungo (poi reicarnatasi in Blue Pampurio), Sandro suona e compone, con mirabile maestria e altrettanta scarsità d’attenzione mediatica, una musica in gran risonanza con quella zappiana. Attenzione: Oliva non è cresciuto suonando musiche di Zappa, ma ha sempre studiato l’illustre collega (del quale, all’epoca, fisicamente riverberava il look e lo stile chitarristico, in particolare negli assoli, da sempre ingrediente essenziale del suono di Zappa), rispondendo col suo stile alle provocazioni di Frank. Poi, poco dopo la morte di Frank, Oliva ha condotto un’operazione quasi lynchiana. Accettando la proposta di alcuni vecchi compagni d’avventura di Zappa – Jimmy Carl Black, Don Preston, Bunk Gardner –, è entrato a far parte dei Grandmothers of Invention, il gruppo che per un decennio ha portato in giro uno spettacolo zappiano (sarebbe meglio dire uno spettacolo “Mothers-iano”). Poco alla volta, Sandro si è calato nei panni del grande assente, fino a divenire il bandleader della formazione, attirando su di sé diversi strali: dalla famiglia Zappa, in primis, soprattutto dalla vedova di Frank, Gail, che non ha tollerato la storia, per motivi economici. E poi da alcuni puristi zappiani – razza temibile: chi diavolo è questo Sandro Oliva, si chiedevano costoro, che suona la chitarra come il loro idolo e nei concerti produce lunghi assoli conditi di wah-wah dello spessore del grande maestro, rivendicando per di più una personalità propria e parallela al tempo stesso?

Qualche anno fa, la storia dei Grandmothers, subissata di scartoffie legali e rallentata dall’età di molti “originals”, finisce. Oliva si ritira nella bucolica Tuscania, costruisce il suo studio di registrazione e, come fece Zappa alla fine, si chiude là dentro a coltivare il suo sogno musicale, fatto di dischi sotterranei, introvabili, eppure bellissimi (Who the Fuck Is Sandro Oliva o Living With A Moustache). Lo vado a reincontrare, con la scusa di chiedergli che cosa ne pensi di questa ultima uscita zappiana e quali aspettative nutra verso quei materiali. A sorpresa, Oliva si mostra freddo alla notizia dello Zappa numero 100: «Non lo comprerò. Sono convinto che ciò che dovevamo conoscere della sua musica, lo conosciamo. Durante la sua malattia, Zappa ha avuto modo di ordinare la pubblicazione di tutti i materiali che riteneva degni di circolare. Ciò che non ha licenziato, probabilmente, per lui era ancora allo stadio di esperimento». Poi gli chiedo di quella sua surreale esperienza “nelle scarpe” di Zappa per tanti anni, dopo che in gioventù l’aveva amato con ardore: «È stata una storia molto bella, successa troppo tardi e rovinata dai risvolti legali che l’hanno perseguitata. Quando tutto è finito, in coincidenza con la morte di Jimmy Carl Black, è stata una liberazione. Ora sono tornato alla mia musica. E sono rassegnato a restare un artista underground». Non lo sorprende il fatto che Zappa sia sommerso nella scena di oggi, perché ritiene che la sua musica sia indigeribile per il gusto contemporaneo. Poi mi dice qualcosa di sorprendente dell’uomo Zappa: «Lavorando coi suoi musicisti, frequentando chi l’aveva frequentato, ho capito chi fosse. Un uomo isolato, determinato a conseguire i suoi obbiettivi, cinico sulle questioni di soldi e poco incline alle relazioni umane». Ne parla come se avesse maturato un’amarezza. Ma Oliva, in fondo, è come Zappa. Anche per lui continua a contare la musica, la sua, da solo, nel suo studio di Tuscania. Il grande iconoclasta riposa in pace. E il suo apocrifo continuatore non smette di sperimentare. Come Frank: stabilmente workaholic, perfezionista e ossessivo.

Chiudi