Le vacanze del dottor G. duravano poco, tuttavia a lui pareva che quel periodo fosse sempre troppo lungo. Non che a casa si trovasse male. Aveva la sua stanza – grazie a Dio, lui e la moglie dormivano in camere separate, e nel garage era parcheggiata una vecchia Aston Martin DB7 coupé, con cui in passato aveva trascorso giornate gagliarde. Aveva anche un labrador di un raro punto di marron, personalmente scelto in un allevamento tedesco: nei due mesi che il dottor G. passava a casa, dal 15 ottobre al 15 dicembre, il cane lo tallonava con devozione, dandogli tra l’altro la scusa di uscire spesso – anche negli orari più assurdi («Porto Filippo a fare una passeggiata») – e attaccarsi al telefono o chattare con le amiche. La figlia, una venticinquenne assai graziosa, forse troppo, che anziché studiare aveva preferito sposarsi, viveva con bambino e marito – proprietario di due negozi di intimo nel centro di Desenzano del Garda – a venti chilometri dalla casa di famiglia. Figlia, marito e bambino avevano una vita dignitosa, se non ben riuscita, e quando venivano a trovare i genitori e il cane Filippo non li sottoponevano né a recriminazioni né ad accuse né a problemi insolubili. La moglie del dottor G., donna incolore ma risoluta e con un notevole senso pratico, aveva imparato a cucinare come piaceva al marito: non unto, non grasso e soprattutto poco.

Possiamo dunque affermare che durante le vacanze – o rientri a casa, entrambe le definizioni sono accettabili – al dottor G. non si ponessero né problemi né fastidi.

Negli anni aveva anche guadagnato abbastanza bene, e questo gli aveva permesso di trasformare la casa di famiglia, un ex cascinale nell’entroterra del Lago di Garda, e in particolare le stanze di sua pertinenza – camera, studio, salotto, bagno – in copie esatte degli ambienti dove passava i restanti dieci mesi dell’anno svolgendo il suo lavoro: suites e saloni di grandi alberghi. Aveva lo stesso gusto seriale di chi deve arredare tante stanze in modo scenografico: doppi tendaggi, surplus di cuscini, soprammobili da studio di notaio, luci sapientemente posizionate su repliche di quadri famosi o su opere in stile, libri d’arte e paesaggistica abbandonati sui tavolini.

Del resto, se nell’albergo in cui vivi buona parte dell’anno cambiano i  materassi, i cuscini, le traverse e i tessuti per sostituirli con altri nuovi, i migliori del momento, finisce che ti convinci di doverli avere anche a casa, e trasformi la tua abitazione in una sorta di dépendance dell’hotel, per non interrompere la tua continuità abitativa e perciò esistenziale.

Eppure, dopo pochi giorni di vacanza a casa, vicino a tutto quello che aveva accumulato pensando «quando sarò vecchio voglio questo, quello e quell’altro», gli veniva un senso ferale di noia e voleva solo tornare ai suoi intrighi, al lavoro, alla festa mobile dei suoi luxury hotel.

Il dottor G. era responsabile del Centro Benessere del Grand Hotel Villa Magnolia, di fronte al mare cristallino di Maratea, e, d’inverno, del Bellevue Palace di Madonna di Campiglio, di fronte alle Dolomiti di Brenta; benché conducesse una vita abitudinaria – abbondante prima colazione, ginnastica dolce, visite, lunch, riposino, altre visite, cena, sonno ristoratore – era abituato a un vorticare di donne e a volte di uomini, tutti con le loro vicende specifiche e spinose – magari non veritiere, ma che importa? –, tutti che necessitavano dei suoi consigli come un soldato attende ordini dal comandante, eventualmente con l’ebrezza del trasgredirli. Lui era rassicurante: perché ricorrere alla chirurgia plastica? Le farò perdere quei cuscinetti con un metodo dolce e salutare, le farò ringiovanire la pelle senza trasformarla in un mostro, lei è già affascinante così e basta poco per essere meravigliosa, segua la tabella che le preparo e vedrà, la flessibilità della colonna vertebrale migliorerà senza antidolorifici, la diuresi sarà eccellente in pochi giorni…

Il compito del dottor G. era di essere calmo, positivo, incoraggiante, e di prospettare soluzioni che dessero lavoro al personale e alle strutture dell’albergo, incrementandone il fatturato: massaggi, trattamenti estetici al sale rosa dell’Himalaya o a quello rosso delle Hawaii, ginnastiche, bendaggi alle alghe giapponesi, diete disintossicanti, tisane depurative, infiltrazioni di innovative sostanze benefiche. A volte, di solito l’ultima sera prima della partenza, ci scappava un po’ di sesso, una notte di gridolini e di esercizio ginnico. Il dottore aspettava fino alla fine del soggiorno per un motivo molto semplice: la paziente del centro benessere era un po’ dimagrita grazie alla dieta, con una migliore tonicità e agilità dovuta ai trattamenti intensivi, e soprattutto era in partenza e ciò escludeva penose ricadute sentimentali, o perlomeno le conteneva nell’ambito di telefonate e messaggini. Le clienti più desiderose d’amore fingevano malesseri della spina dorsale o del colon o della pelle per tornare più volte nel corso della stessa stagione all’albergo e ottenere, assieme alle costose cure ringiovanenti, una nuova porzione d’amore. In quei casi il dottor G. diventava enigmatico e sfuggente. Le incoraggiava a provare ogni genere di trattamento e consumava i pasti al loro tavolo, ma di notte sfuggiva alla morsa erotica in cui volevano costringerlo.

Al dottor G. piacevano di più l’affabulazione e la conquista, preferiva il momento in cui espugnava la paziente a quello del possesso. Di fatto, non era uno scopatore compulsivo bensì un conquistatore seriale. Ogni uomo e soprattutto ogni donna era una storia, un’avventura psicologica, una sfida mentale. Durante i pasti, quando si accompagnava di volta in volta con le singole pazienti, faceva sfoggio di frasi tratte dai libri di Margaret Mazzantini, di Erri De Luca, di Alessandro Baricco. Spargeva sull’insipido menu dietetico frasi come: «Amo gli alberi. Sono come noi. Radici per terra e testa verso il cielo», oppure: «Quando ero bambino credevo in un angelo custode accanto a me. Ora credo di avercelo dentro», o ancora: «Ogni vita ha il suo viale dove tramontano lampadine» e: «È uno strano dolore, morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai». Stava ben attento a non esprimere opinioni politiche precise, perlomeno sinché non capiva cosa pensasse la paziente. In generale, con le venete era un po’ leghista e contro gli sbarchi, con le romane si dimostrava governativo, per le napoletane e le sicule recitava la parte dell’indignato, e con milanesi e torinesi faceva il borghese illuminato. Ma cosa penso, in realtà? Questo se lo chiedeva, di tanto in tanto. Sono uno che cambia idea, anche più volte in una giornata, finiva per concludere.

A volte dispensava blandi consigli generici anche al personale dell’albergo, persone squattrinate sovraccariche di famiglie da mantenere. Cosa non mangiare, cosa non pensare, cosa non acquistare. Era convinto che gli esseri umani tendano a sovraccaricarsi di necessità inutili, a spendere stupidamente, a nutrirsi in modo scorretto. Da lì, l’inizio di gran parte dei mali della società.

Ma arriviamo ai fatti di un’estate fa. Una mattina d’inizio giugno, il dottor G. aveva ricevuto nel suo piccolo studio – lettino, scrivania, due sedie, bilancia –, una ragazza dal corpo spettacolare, dai capelli splendidi e dai lineamenti quasi sublimi. L’aveva fatta spogliare, l’aveva misurata, auscultata, tastata e aveva sostenuto la sua parte, dicendo che c’erano rimedi possibili per quello che in realtà era impossibile: rendere ancor più avvenente il suo aspetto. La ragazza, Jasmine W., era una brasiliana di San Paolo. Capelli biondi naturali (lo erano anche i peli pubici e la peluria delle braccia), occhi turchesi, pelle scurissima, da mulatta. Era così seducente che gli sembrava di averla già vista, come fosse un’incarnazione dell’idea primordiale di bellezza. Il dialogo si era svolto in inglese, lingua in cui il dottore sapeva esprimersi pur non avendola mai imparata bene quanto il francese.

Nei giorni seguenti, il dottor G. controllò con nevrotica pedanteria che a Jasmine venissero forniti i più sontuosi trattamenti dai migliori elementi della spa, ma riuscì a mangiare con lei solo quattro volte, dal momento che quella settimana, durante gli scabri pasti da 800 calorie, era costretto a tenere compagnia sia a un’arpia miliardaria di Astana, completamente rifatta e molto benvoluta dalla direzione dell’albergo, sia alla moglie esaurita di un industriale trevigiano, gonfia di psicofarmaci, una donna che da anni seguiva inutilmente le sue cure di albergo in albergo.

Così, il dottor G. non aveva avuto molto tempo per Jasmine, da cui era morbosamente incuriosito. C’era in lei qualcosa di irresistibile, ma non in senso esotico, bensì atavico, primordiale.

Come e più di certe attrici isterico-depresse che negli anni erano ricorse alle sue cure e alle sue attenzioni private, il dottor G. aveva nascosto pervicacemente la propria data di nascita sin dall’inizio della carriera. Certo, nell’albergo, tra i dipendenti, la sua età non era un segreto, dato che aveva dovuto depositare un documento alla reception e farsi registrare. Così, nel tempo, qualche impiegato aveva spifferato il segreto, qualcun altro ci aveva lavorato sopra romanzandolo, e si era sparsa la voce che il dottor G. avesse settant’anni e che il suo aspetto inossidabile fosse dovuto a intrugli di erbe tedesche e a lavaggi del sangue, rimedi che però non utilizzava per i suoi pazienti, forse perché illegali. La realtà è che il dottor G. aveva solo 61 anni, molti capelli sale e pepe, un aspetto snello ma vagamente molle. Era il suo fare posato e rassicurante a invecchiarlo, più di quanto possano fare delle banali rughe o un po’ di pancetta.

Sul finire del soggiorno di Jasmine, la ragazza e il dottor G. mangiarono nuovamente insieme, per l’ultima volta: un pranzo monacale in cui lui, campione di poker esistenziale, si giocò le migliori carte per sedurla. Le fece mille domande che avevano lo scopo occulto di farle capire quanto fossero interessanti le cose che lei poteva esprimere e rappresentare, e nel suo inglese maccheronico sfoggiò il buon vecchio repertorio di frasi di Paulo Coelho: «Credo che solo una cosa renda impossibile la realizzazione di un sogno: la paura di fallire!», «L’ora più buia è quella che procede il sorgere del sole», e, soprattutto, la decisiva «A volte è necessario decidere tra una cosa a cui si è abituati e un’altra che ci piacerebbe conoscere» – in cui la cosa da conoscere era ovviamente lui, il dottor G.

Proprio quando il tempo stava per scadere, ed erano rimasti gli unici al tavolo a bordo piscina, e il cameriere romano in trasferta lo guardava annoiato («a dotto’, stavorta nun je la fai, quando te decidi a smamma’?»), Jasmine chiese al dottor G. di darle un’occhiata alla pelle tra spalle e nuca, che a suo dire era un po’ troppo grassa. Una visita da poco, da far precedere all’ultima occhiata ufficiale fissata per il giorno seguente, prima della partenza verso l’irraggiungibile America Latina.

Poiché non era orario di visita, il dottor G. seguì Jasmine in camera, dove, davanti alla finestra con vista sul meraviglioso mare attraversato di tanto in tanto da un’imbarcazione di pescatori di frodo, riuscì ad avere e a procurare estasi di intensità sublime. Inutile dire che la pelle della ragazza era perfetta in ogni più recondito angolino, toccarla era come carezzare un bimbo senza l’ingombro morale di sentirsi pedofili, e aveva un colore ambrato irresistibile: sufficientemente scuro da non evidenziare il segno del costume, ma non così scuro da generare il senso di trasgressione coloniale di chi si accoppia con certe africane color carbone.

Fu mentre il dottor G. le disegnava con il polpastrello ghirigori sulla pelle, che Jasmine gli confessò di aver scelto quell’albergo di Maratea, pur con tutto un mondo di spa a disposizione, proprio per ricorrere alle sue specifiche cure, per via della sua fama benefica che aveva solcato l’oceano e gli era stata vantata dalla madre, sua paziente di tanti anni prima.

«E com’è tua madre?». «Bellissima», aveva risposto Jasmine. «Come si chiama?». «Il suo nome è Beatriz, Beatriz da Silva». «Mi prendi alla sprovvista, non ricordo. Sei sicura che l’abbia conosciuta?». «Certo, mi ha parlato tanto di te». «Dove l’ho conosciuta?». «È stato tanti anni fa, quando eri dottore di un hotel su un lago italiano. Gerda, Gamma, Gana… non ricordo bene come si chiama». «Garda!» aveva esclamato lui, divertito. «Il lago di Garda». «Era poco prima che io nascessi. L’hai curata facendole venire una pelle meravigliosamente serica, lei che aveva un acne da stress. È tornata ad Amburgo, dove abitava a quell’epoca e dove ha conosciuto un tedesco, mio padre, e si sono sposati. Poi, ma questa è un’altra storia, lui ha deciso di investire nel paese di mia mamma, che in Germania era triste – faceva così freddo –, e allora siamo andati tutti a vivere a San Paolo». Il tutto sussurrato con una voce che sembrava una sequenza di carezze. «E così ti ha mandato lei», concluse il dottor G. mentre si faceva sbaciucchiare come un bambolotto. «No, lei non lo sa – precisò Jasmine – ho fatto tutto da sola. Le racconterò di te quando torno, voglio che sia una sorpresa. Lei diceva che era impossibile, che forse ormai eri morto, e io cominciavo a pensare che non volesse condividere con me il suo medico miracoloso».

Solo più tardi, mentre auscultava una cliente siciliana appena arrivata in albergo, il dottor G. cominciò a ricordare qualcosa di Beatriz. Un dettaglio dell’ossatura delle caviglie, l’incavo delle ascelle, il risucchio delle labbra… Mentre palpava lo stomaco gonfio e pieno di smagliature della nuova cliente, ebbe l’improvviso ricordo di una notte d’amore con la madre di Jasmine, in una camera affacciata sulla massa scura del lago, interrotta dalle luci tremolanti dell’altra sponda.

Dopo cena, mentre di nuovo faceva l’amore con Jasmine, si sentì come se stesse svenendo, e confuse il se stesso di allora che faceva l’amore con la madre della ragazza con il se stesso attuale. Un’immagine disorientante che gli fece perdere del tutto il vigore sessuale.

La mattina dopo, mentre visitava Jasmine alla presenza dell’infermiera, e mentre si salutavano promettendo di risentirsi, rivedersi, ribaciarsi, ricurarsi, riconobbe nella ragazza qualcosa che gli era terribilmente familiare. «Non sarà mia figlia?», si chiese.

Quella domanda atroce tenne compagnia al dottor G. per tutto il resto dell’estate. Giorno dopo giorno, convenzioni morali, principi atavici, sensazioni primitive si fecero largo dentro di lui, portandolo a provare disgusto di sé e rabbia – ma anche eccitazione, nel ricordo del prodigioso corpo di Jasmine. Dopo la partenza della ragazza, al dottor G. non riuscì più nemmeno una volta di accontentare una paziente, e finì addirittura per dirottare le voglie delle signore più insistenti verso l’istruttore di posturologia, che sino a quel momento aveva ritenuto appartenente alla feccia della peggior specie (pur di non lasciargli una paziente, benché grassa, gonfia o malamente siliconata, avrebbe fatto salti mortali – eroticamente parlando).

Jasmine non si fece più viva, e questa sembrò al dottor G. una conferma dei suoi peggiori sospetti. Aveva fatto l’amore con sua figlia, e la madre della ragazza, venutolo a sapere, l’avrebbe denunciato. La sua carriera, la sua quiete, le sue regole, il suo buon nome… tutto era finito, tutto si sarebbe dissolto in un grande scandalo epocale.

A metà ottobre, il dottor G., come ogni anno, andò in vacanza, cioè tornò a casa.

Il cane Filippo era morto due settimane prima: l’avevano “addormentato” perché soffriva troppo per via di un tumore recidivo nella zona dell’ano.

Sua figlia Lucrezia era di nuovo incinta del venditore di mutande, e – senza ascoltare i moniti del padre programmaticamente contrario alla chirurgia plastica – durante l’estate si era rifatta il seno di una misura innaturale, si era fatta aumentare le labbra in modo assolutamente ridicolo, si era botoxata la zona degli occhi, col risultato che ora, ogni volta che sorrideva, le veniva uno sguardo comico da lemure del Madagascar. La cosa più oltraggiosa, però, era che negava di averlo fatto, come se lui non fosse in grado di cogliere la natura artificiale del cambiamento.

La moglie aveva smesso di tingersi i capelli, e in pochi mesi era invecchiata di quindici anni.

La guaina posta sugli sbalzi della facciata di casa necessitava di essere completamente sostituita, perché nel corso dell’estate vi erano state una quantità di infiltrazioni che avevano rovinato la carta da parati e diversi tendaggi.

Infine, i taccuini su cui, durante i primi anni di carriera nei centri benessere aveva segnato nomi di clienti e di conquiste, confermarono il suo fosco presagio: Beatriz era stata sua paziente, ed amante, nell’agosto di venticinque anni prima, più o meno quando era nata sua figlia Lucrezia e nove mesi prima della data di nascita scritta da Jasmine sulla cartella del centro benessere.

Il dottor G. cominciò a lasciarsi andare. Dal momento che non c’era motivo di uscire né col cane morto né con la moglie incanutita, passava le giornate ronzando per casa in ciabatte e vestaglia. Ossessionato dalla paura di venire denunciato, smascherato, vilipeso, si mise in malattia. «Salto un turno», scrisse al direttore dell’albergo di Madonna di Campiglio. «Sono malato», precisò, sapendo che un dottore di centro benessere che si dichiara malato è una contraddizione in termini: equivale a una pornostar che ammetta di essere sieropositiva. Praticamente, ha chiuso col mestiere.

Smise di radersi due volte al giorno, come aveva fatto tutta la vita, e lasciò crescere una barba candida, che ben si accordava con la chioma da nonna di sua moglie.

L’ossessione del peccato commesso, con la parola incesto che continuava a balenargli tra i pensieri, gli scatenò un’altra ossessione. Se Jasmine, sua figlia, era di una bellezza sbalorditiva, Lucrezia, l’altra figlia quasi coetanea, era la degna moglie di un venditore di mutande. La prese di mira: le telefonava, le scriveva messaggini, le mandava fotografie di donne rese mostruose dalla chirurgia plastica. «Non oso più farmi vedere in giro, con una figlia deformata dal chirurgo non sono credibile come medico estetico, dimmi chi ti ha rovinata», la pregava. «Dimmelo, non posso sopportarlo».

Ma le uniche cose che davvero non sopportasse erano il ricordo dell’estasi della sua ultima notte d’amore con Jasmine, e se stesso, il padre inconsapevolmente incestuoso (ma davvero era stato inconsapevole? Non aveva forse fiutato quel non so che, e aveva fatto finta di niente, pur di averla?).

Lucrezia cominciò a disertare l’ex cascinale pieno di infiltrazioni e a non rispondere alle telefonate del padre, e così al dottor G. non restò che prendersela con la moglie, che ormai, pur di non vederlo, restava fuori casa tutto il giorno. «Non hai saputo educare nostra figlia, è un mostro, mi vergogno di lei e di te!» gridava forsennato, con la barba lunga e la vestaglia, spaventando la domestica a ore. «Ditemi chi è il chirurgo che l’ha rovinata!» ordinava al vento, dato che nessuno l’ascoltava.

Sinché, in una bella giornata di sole di metà novembre, dopo aver osservato con uno dei suoi sguardi più cupi la moglie che parlava al telefono con Lucrezia, sfornò una delle frasi passepartout di Erri de Luca, che di solito usava per compiacere le pazienti quando c’era brutto tempo: «Alla gente piacciono le giornate di sole. A me, fanno paura. Le peggiori cose si fanno a ciel sereno».

La moglie, pur non capendo bene cosa volesse dire, prese la citazione non per uno sfoggio di cultura da centro benessere, ma per una minaccia.

«Piantala di lagnarti!» sbottò, pronta a sacrificare gli ultimi resti di serenità pur di ferire quell’uomo che ciondolava inutilmente per casa: «Lucrezia non è tua figlia, falle il dna e vedrai».

«Come?» balbettò il dottor G.

«Come? Cooome?» gridò la moglie. «Tu non c’eri mai e pensi che avrei dovuto farla con te? Ma vattene, torna a lavorare e lasciaci in pace!». Salì in macchina e se ne andò lei.

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