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Libertà senza se e senza ma

IL 71 22.05.2015

Il diritto di pensare, dire e scrivere le proprie idee senza paura di essere uccisi è qualcosa di più sacro di qualsiasi religione

Poco prima delle sette di sera, domenica 3 maggio, una macchina è stata fermata da un’auto della polizia all’esterno del Curtis Culwell Center di Garland, in Texas. I due uomini all’interno del veicolo sono scesi e hanno cominciato a sparare. Hanno colpito una guardia giurata, un agente di sicurezza del distretto scolastico, alla caviglia. L’altro uomo nell’auto della polizia, un agente di Garland addetto al traffico, ha risposto al fuoco con la sua pistola e ha ucciso i due uomini.

Uno degli assalitori, Elton Simpson, era un convertito all’Islam che viveva a Phoenix. L’altro, Nadir Hamid Soofi, viveva nello stesso complesso di appartamenti e frequentava la stessa moschea.

L’episodio è avvenuto in Texas, ma avrebbe potuto svolgersi con le stesse modalità a Copenaghen, Londra, Parigi o Roma. Avrebbe potuto succedere a Lagos, Nairobi o Città del Capo. Di questi tempi, avrebbe potuto succedere ovunque. Sembra che i due uomini, che hanno guidato per millecinquecento chilometri con i fucili carichi e l’intenzione di fare una strage cadendo sul campo, fossero motivati dall’ostilità verso la prima Mostra-concorso annuale di disegni su Maometto, organizzata a Garland dall’American Freedom Defense Initiative (Afdi). Ma in altre parti del mondo avrebbero potuto essere motivati dall’ostilità verso le ragazze che frequentano la scuola, o verso i cristiani che vanno in chiesa, o verso gli ebrei che vanno a fare la spesa in un supermercato kosher.

La differenza principale fra quello che è successo a Garland e quello che è successo nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi lo scorso gennaio è semplicemente che in Texas le misure di sicurezza hanno funzionato. Ma le conseguenze di questo successo – un semplice caso di potenza di fuoco superiore – sono state tutt’altro che semplici.

Sto seguendo con interesse la demonizzazione dell’Afdi e della sua leader Pamela Geller scatenata da una parte dei mezzi di informazione statunitensi. Gli attentatori di Garland erano chiaramente intenzionati a uccidere lei e molte altre persone presenti all’evento. Se fossero riusciti nel loro intento, pochi avrebbero osato criticarla, almeno non subito. Ma visto che a essere uccisi sono stati gli assassini stessi, nessuno si è fatto scrupolo di incolpare i loro bersagli designati per aver messo in scena una “provocazione”.

Sospetto che sarebbe andata così anche se l’attacco contro Charlie Hebdo fosse fallito. Perfino dopo tutte quelle enormi manifestazioni di sostegno postumo, non è passato molto tempo prima che arrivasse la reazione.

Il mese scorso il PEN American Center ha annunciato l’assegnazione del Premio Goodale per il coraggio nella libertà d’espressione di quest’anno a Charlie Hebdo. In risposta, circa duecento scrittori – fra questi romanzieri pluripremiati come Peter Carey, Joyce Carol Oates e Michael Ondaatje – hanno firmato una lettera di protesta al PEN, scrivendo che il premio poteva «essere visto come un’ulteriore umiliazione e sofferenza» per una porzione della popolazione francese che è «già marginalizzata, assediata e ostracizzata».

L’argomento fondamentale della contrarietà dei firmatari della lettera di protesta verso le caricature di Maometto pubblicate da Charlie Hebdo era questo: «Il potere e il prestigio sono elementi di cui bisogna tenere conto in quasi tutte le forme di comunicazione, satira inclusa. La disuguaglianza fra la persona che tiene in mano la penna e il soggetto che quella pena fissa sulla carta non può, e non deve, essere ignorata».

In altre parole, la libertà di parola va limitata. Se l’obiettivo di un attacco satirico è ricco e potente, allora venite pure a ricevere il premio. Ma se l’obiettivo (o meglio i suoi fedeli) possono rivendicare di essere «marginalizzati, assediati, ostracizzati», allora è un altro discorso.

Sicuramente Carey, Oates e Ondaatje – e i tanti altri che hanno sottoscritto la loro lettera – userebbero la stessa argomentazione a proposito della mostra di disegni su Maometto di Garland. E sicuramente, se gli attentatori fossero riusciti a portare a termine la strage, sentiremmo le stesse, untuose parole: «Sì, crediamo nella libertà di parola, ma…».

Lo stesso successe nel caso del mio amico e collaboratore Theo van Gogh che nel 2004 è stato ucciso a colpi di pistola e sgozzato nelle strade di Amsterdam. L’ondata di supporto, il monumento sul Dam, i panegirici commoventi e appassionati, tutto questo arrivò dopo la morte di Theo. Quando era in vita molti stigmatizzavano le sue opere definendolo un provocatore.

È semplicemente una disputa di fondo sulla libertà di parola, fra chi vuole difendere il diritto di offendere e chi vuole limitarlo? Sì, questa è una parte importante della storia. Ma è solo una parte. C’è un altro elemento, e ha a che fare con l’Islam.

Qui non si parla soltanto della libertà di parola. Si parla anche dell’Islam. Non è un caso che oggi siano musulmani, e non ebrei o cristiani, quelli che cercano di assassinare i presunti blasfemi. Vediamo, quasi quotidianamente, atti di violenza estrema commessi in nome dell’Islam. Gli autori di queste violenze, da Boko Haram allo Stato islamico, giustificano le loro azioni invocando gli insegnamenti di Maometto, il fondatore dell’Islam, e del Corano, il libro più sacro dell’Islam. Ma questi atti di violenza sono semplicemente parte di un movimento mondiale che punta nientemeno che ad applicare la sharia al mondo intero.

Dopo la caduta del Muro, nel 1989, gli islamisti si sono gettati nel vuoto ideologico lasciato dal fallimento del comunismo. Nei loro saggi, nei sermoni e negli altri strumenti di propaganda, hanno cominciato ad attaccare le fondamenta morali e politiche dell’Occidente, cercando di persuadere i musulmani di ogni parte del mondo a rigettare valori come la libertà politica ed economica. Loro offrono ai musulmani una scelta chiara: le leggi fatte dall’uomo, che sono brutte, cattive e immorali, o la sharia.

Una parte di coloro che promuovono questa visione del mondo lavora all’obiettivo usando l’intimidazione e la violenza. Ma la maggior parte usa strumenti più sottili e per il momento si accontenta di un processo graduale, attraverso la dawa, il proselitismo. In genere i fautori dell’approccio graduale si impegnano in un lavoro dal basso. Oltre a questo, assumono il controllo di istituzioni esistenti o ne creano di loro: moschee, scuole, organizzazioni di beneficienza, seminari e altre istituzioni.

È importante studiare la genesi e i successi di questi intellettuali, perché sono tra le persone più influenti della nostra epoca. Il marchio più conosciuto è quello dei Fratelli musulmani. Altri, come Hizb ut-Tahrir, sono meno noti in Occidente. Le propaggini più violente, come al-Qaida, sono nate dai Fratelli musulmani, e a sua volta lo Stato islamico è figlio di al-Qaida. Chiunque non pensi che questa rete islamista stia crescendo e penetrando in un numero sempre maggiore di Paesi sta semplicemente negando la realtà.

Io non sono una vignettista. Ma credo che il profeta Maometto debba essere soggetto alla stessa disamina accurata applicata a qualsiasi personaggio religioso, che si tratti di Abramo, Mosè, Gesù, Buddha o Joseph Smith. Passare al setaccio la figura di Maometto non equivale a “ferire” i musulmani o a infliggere loro un’“umiliazione”. Al contrario, può servire a guidare l’Islam verso un posto migliore, un posto dove l’immaginazione di ogni scrittore, artista e cittadino può correre liberamente, senza timore di ritorsioni violente.

Forse non sarete d’accordo con me su questo. Fra l’altro, non trovo condivisibile tutto quello che fa l’American Freedom Defense Initiative. Ma in una società libera questa divergenza di opinioni non può mai giustificare un atto di violenza. E nemmeno un atto di censura.

Voltaire aveva ragione. «Disapprovo quello che dici», avrebbe scritto al filosofo Claude Helvétius, «ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo».

Ora è il momento giusto per ricordarci che il diritto di pensare, di parlare e di scrivere liberamente e senza paura è una cosa più sacra di qualsiasi religione.

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