Che cosa si cela dietro un matrimonio?Le sfumature dei sentimenti nella Milano di oggi. Anticipazione dal romanzo di Guia Soncini, edito da Giusti

«Vabbè, ma sta chiaramente dicendo “non sai stare a tavola”, su.»
«Ma perché, invece secondo me dice “tieni le posate in un modo così particolare che lo riconoscerei tra mille”.»
«Sì ma “modo particolare di tenere le posate” è: non quello del galateo.»
«Madonna quanto sei conservatore, “galateo”…»
«È una canzone dei tempi dei tuoi nonni, sciocchina.»
«E quanto sei paternalista.»
«Mi direte, piuttosto: solo negli anni Cinquanta poteva essere Louis Armstrong a dire a Ella Fitzgerald che la amava perché non sapeva stare a tavola, e non viceversa.»
«Perché, dopo gli uomini vi hanno superate in cafonaggine?»
«No: perché ora sarebbe considerato femminicidio. Ci sarebbe una commissione di senonoraquandiste che vaglia i versi e decide che quello dal quale l’oggetto del desiderio traspare come un irrecuperabile cafone deve essere detto dalla donna all’uomo, altrimenti vi toccano sette interviste riparatrici alla Boldrini.»
«Pensa l’arresto per direttissima di quello che tira sassi alla finestra accesa.»
«E perché, Paolo Conte che dal loggione la osserva? Incriminato per stalking senza passare dal via.»
«Anche se, vi dirò, un po’ di scrematura: sapete quante cover orrende di Bella senz’anima ci saremmo risparmiati, se una commissione di femministicamente corrette avesse dovuto vagliare i testi?»
Vanni pensò che doveva prendere lo Smythson nella giacca, di sicuro poteva tornar buona per un editoriale questa cosa che la musica in diffusione fosse ben più utile, per fornire spunti alla conversazione, del caro vecchio presentare gli ospiti elencando a uno gli interessi dell’altro.
Devo ricordarmi di prendere appunti con espressione impenetrabile, ché non capiscano se sto facendo cascina di spunti per gli articoli futuri o annotando idee per comizi.
«Vanni, vieni qui e dammi ragione: comunque sia, il Corriere farà il record di vendite, no?»
«Mah, non ne sarei così sicuro.»
«Dici che agli italiani non interessa sapere se il loro editorialista preferito si candida a fare il sindaco?»
«No, sta dicendo che comunque c’è internet, ci sono le rassegne stampa, i social network: non è che devi andare in edicola per sapere che notizia ha pubblicato un giornale, per le nove l’avranno già ripresa tutti.»
Sorrise, si allontanò dal gruppetto, senza neppure compiacersi di quello che non percepiva più come un virtuosismo ma come la normalità nel rapportarsi al mondo: lasciare che facessero tutto gli altri, anche la sua parte nella conversazione, specialmente la sua parte nella conversazione. Che si prendessero il disturbo di interpretare il suo pensiero, di formulare le sue frasi, di dire i suoi non detti. Non era solo molto riposante: era anche un’uscita di sicurezza sempre a disposizione. Poteva smentire tutto, negare di aver pensato qualunque cosa, dire la verità, cioè che non aveva mai pronunciato quelle parole. Certo, erano davvero convinti di avergliele sentite dire, ma lui aveva solo sorriso.
Recuperò un paio di bottiglie vuote, le portò in cucina, il sacco della differenziata di tela sarà pure stato tanto chic ma quando c’era gente a cena sembrava sempre sul punto di sfondarsi. Mancavano ancora più di due ore al suo compleanno e quell’angolo di cucina sembrava già una scena da film di redenzione americano, quelle in cui l’alcolizzato svuota tutte le bottiglie di casa e le accatasta per cominciare una nuova vita, sobria, senza tentazioni intorno.
Che poi si era sempre chiesto: ma senza tentazioni vale? Qualcuno si era mai posto il problema che, se non sai gestire neanche un prosecco alla presentazione di un libro, non sei un adulto che ha superato una dipendenza, ma un ragazzino che si arrende al fatto che per tutta la vita non sarà mai in grado di attraversare la strada senza che qualcuno lo tenga al riparo dai pericoli? Bevevi tre bottiglie di whisky al giorno, poi non bevi per vent’anni, poi ti offrono un aperol e il conteggio dei giorni di non dipendenza ricomincia da zero? Ma il metodo degli alcolisti anonimi chi l’aveva inventato, quello che a Monopoli ti mandava in prigione senza passare dal via e senza ritirare le ventimila?
Doveva recuperare quel benedetto taccuino nella giacca, continuavano a venirgli in mente ottime idee che sarebbero andate sprecate se non le appuntava. La differenziata dei buoni spunti è l’unica che funzioni: nessuna idea si crea, nessuna si distrugge, tutte si riciclano.
Ci vuole qualcosa di calcistico per il discorso di domani, anche. Un passaggio in apertura che sappia di pop e faccia da titolo già pronto ai tg, ché se aspettiamo che s’ingegnino loro. In qualche articolo di quest’inverno dev’esserci qualcosa che posso rivendermi, di sicuro Elsa se ne ricorda.
Mentre stava per andare a cercare la giacca, vide in un angolo del balcone la Lazzari. Da sola. Forse aveva finalmente ucciso Fanny, dopo averle urlato la noia che le provocavano i suoi monologhi. Povera donna, meritava tutti i soldi in nero che si faceva dare. Magari si sente male. È pur sempre un’ospite.
«Tutto bene?»
«Sì, volevo prendere un po’ d’aria ma c’è quella luce fastidiosissima, questo è l’unico angolo in cui non arriva.»
«Staranno facendo qualche reality “come imparare a ripavimentare un balcone al buio”, mia moglie dice che ormai quei format lì sono l’unica cosa che funziona, gli “how to”: assecondano lo spirito della crisi, danno alla spettatrice l’idea di stare imparando qualcosa, di non perdere solo del tempo con il barbaro intrattenimento televisivo.»
«Lei ed Elsa siete una bellissima coppia.»
Vanni si distrasse e disse «È vero», ricordandosi subito dopo che quella era la psicanalista di Fanny: probabilmente c’era un sottotesto da decifrare.
Perché sta illudendo quella povera ragazza.
Oppure: perché non lascia sua moglie.
Oppure: pensa che se le chiedessi centocinquanta invece di centoventi Fanny farebbe un plissé? Vanni fantasticò per un attimo che glielo chiedesse davvero, e di risponderle che no, Fanny era ricca, Elsa l’aveva scelta per quello.
Cioè, l’aveva scelta perché se voleva prendersi un pezzo di palinsesto doveva puntare sul senso di colpa della politica italiana rispetto alle donne, e perché non è che ci fossero tutte queste femmine cui far fare la parte della copertura di genere. E che fossero abbastanza malleabili da non fare seconde domande quando la prima risposta che ricevevano era «Si fa così perché lo dico io.»
L’aveva scelta perché era abbastanza furba da capire quanto le convenisse essere docile, e si era lasciata legare le mani per due mesi di prove, finché aveva smesso di gesticolare. Quando la notizia era uscita su GiGi, l’anno prima, era sembrata così folle e inverosimile che i giornali l’avevano lasciata cadere: figuriamoci, le prove del talk-show con la conduttrice coi polsi legati come la protagonista di un romanzetto erotico.

Mica potevano immaginare l’allenamento necessario per pronunciare correttamente «la rana in Spagna gracida in campagna»: My Fair Lady l’avevano visto troppi anni prima. E comunque il professor Higgins oggi verrebbe considerato un pericoloso femminicida da segnalare a un programma di cronaca nera per vessazioni.
(Elsa quel giorno l’aveva giurata per sempre a quel maledetto covo di pettegoli, «è chiaramente qualcuno che mi odia, ma vi pare, tirare fuori roba di sette anni fa, andate a lavorare, dio dei dipartimenti universitari di scienze della comunicazione». Vanni e Sebastiano avevano osservato divertiti la sua furia, e poi Vanni aveva detto «D’altra parte noi ci facevamo il culo su Hegel, voi ve la spassavate su Andy Warhol: era chiaro che il karma delle facoltà inutili poi ti avrebbe punita». Alla fine avevano deciso non valesse la pena fare una denuncia contro ignoti: era un sito internet, nulla che avesse credibilità presso le persone perbene.)
L’avevano scelta perché era sveglia abbastanza da capire che le conveniva farsi guidare, lui e sua moglie, ma lui era sicuro che all’inizio Elsa l’avesse presa in considerazione proprio perché era chiaro che avrebbe potuto vivere di rendita. Che fosse ricca era stato decisivo nel farle capire che avevano tempo per fare ciò che serviva, per costruire un marchio, una credibilità, una lenta ma costante salita degli ascolti legata a un messaggio mai tradito.
I ricchi di famiglia, in Italia, non facevano la tv. La tv in Italia la faceva gente che, dopo i primi successi, veniva immediatamente assalita dalla smania di monetizzare. Comprare casa per sé. Per i genitori. Serate. Telepromozioni. Spot di telecomunicazioni. Facevano ogni possibile rapina, come chiamavano nell’ambiente le occasioni di fare tanti soldi in poco tempo – uno spot, delle convention aziendali, qualunque cosa per cui con mezza giornata di bella presenza e brillanti battute ti ritrovassi a incassare cifre per cui i tuoi avrebbero dovuto faticare dieci anni.
Nessuno che considerasse, come voce di bilancio, lo sputtanamento. Facevano i dolenti eruditi, o gli ingenui Chance Giardiniere, o gli intervistatori istituzionali, e non gli veniva in mente che nessuno di quei posizionamenti fosse compatibile con l’essere testimonial di una tariffa per gli sms. Si facevano anticipare, per quella casa al mare che i genitori carabinieri o postini avevano sempre sognato, i soldi dall’agente, e a quel punto erano legati dal peggiore dei legami, la gratitudine, e non potevano più dir di no a una qualsiasi proposta lucrosa.
Non c’era neanche bisogno che l’agente – mellifluo come sapevano esserlo solo gli agenti bravi – ricordasse loro di quella casa a Mondello per pagare la quale non sarebbero bastati sette contratti da conduttore di Sanremo. Non c’era bisogno di dire niente perché entrambi sapevano. L’agente mica riferiva all’artista – li chiamava così, e non lo faceva per elevarli da vallette a materia di studio scolastica: li chiamava così, ma con il tono con cui Massimo D’Alema diceva «libera stampa» negli anni in cui credeva davvero alla propria superiorità – di ogni proposta contrattuale che arrivava al suo ufficio. Ovviamente filtrava. E ovviamente, se gliele comunicava, era perché si aspettava che le accettasse. E non avrebbe mai ribattuto «ah, però la casa al mare da ricco ti piaceva», se l’artista avesse detto che veramente preferiva non fare pubblicità.
Non avrebbe avuto mai bisogno di dirlo, di rimarcare, di far pesare, perché c’era ormai una servitù psicologica, per cui l’artista non obiettava mai niente di più netto di «Ma sei sicuro?», ricevendo in risposta dei vaghi «È un buon marchio, ha una buona immagine, ti darà molta visibilità e un certo prestigio per contiguità». Le conversazioni con gli agenti televisivi erano la miglior approssimazione della sceneggiatura del Padrino che capitasse di trovare in Italia: nessuna offerta che non puoi rifiutare veniva mai esplicitamente definita come tale – non ce n’era bisogno.
Solo che la pubblicità non devi farla. Perché il pubblico di sinistra italiano pensa che i soldi siano il male, e che la pubblicità sia una cosa che si fa solo per soldi (dire «dirige l’orchestra il maestro Vince Tempera», invece, è una cosa che pensano si faccia per urgenza espressiva). E il pubblico di destra pensa che allora sei un avido, se non ti fai bastare quel che guadagni facendo un lavoro facile e molto ben pagato (un lavoro che saprebbero fare anche loro, pensano, perché che ci vuole a mettersi un bel vestito e a dire «dirige l’orchestra il maestro Vince Tempera»; ma, va detto, questo lo pensa anche il pubblico di sinistra: non ci sono spettatori, in Italia, che non pensino che se stai in tv ti arricchisci facendo una cosa che saprebbero fare anche i più scarsi di loro; e, va detto: non hanno tuttissimi i torti a pensarlo.)
La pubblicità è per quelli che non dureranno. A Elsa serviva una che durasse, e una che non avrebbe mai avuto bisogno di soldi era perfetta.
Erano zitti da almeno due minuti, e Vanni non avrebbe saputo dire se era un silenzio sereno da coppia che non ha bisogno di confermare con continue chiacchiere l’essere a proprio agio, o se era del genere silenzio angosciato, quello barcollando nel quale qualcuno sta cercando disperatamente qualcosa da dire per interrompere quel vuoto ansiogeno, una cosa qualunque, una cosa che poi uscirà forzata e stupida e inderogabilmente fastidiosa. Se era il suo solito silenzio con Elsa, o se era il suo solito silenzio con Fanny.
Era un uomo intelligente, anche se sospettava che quell’aggettivo fosse troppo generico per significare alcunché, ma proprio non gli veniva in mente che quello fosse un silenzio tecnico: erano entrambi abituati ad aspettare che fosse l’altro a scoprirsi.

I Gualandi non frequentavano psicanalisti, di solito: Elsa li odiava. E quindi era probabile che Emma Lazzari fosse la persona più simile a lui con cui a Vanni Gualandi fosse capitato di condividere uno spazio negli ultimi anni. Una degna sparring partner nell’arte di lasciare che l’altro si senta obbligato, per riempire quel silenzio, a dirti molto di sé, o di qualunque cosa tu voglia sapere.
Domandare non era utile (anzi: spesso era controproducente), questo era a portata d’intuizione di chiunque. Ma Truman Capote aveva torto: raccontare non era la miglior tecnica per indurre l’altro a fare altrettanto. A volte funzionava, ma non sempre. Solo se l’altro aveva già voglia di raccontare di suo. Solo se era così egocentrico da voler battere col suo aneddoto il tuo, con la sua disgrazia la tua, col suo sapessi-a-me il tuo non-sai-che-mi-è-successo.
La più imbattibile tecnica restava il silenzio. Quasi nessuno reggeva il silenzio. L’umanità avrebbe confessato crimini commessi e ancora da commettere, pur di non venire lasciata a marinare nell’imbarazzo di una conversazione muta. A Guantánamo erano stati dei veri cretini: la cura del silenzio sì che avrebbe funzionato, altro che waterboarding.
Aveva parlato per ultimo, aveva detto «È vero», toccava a lei. Lei taceva. Vanni aveva parlato per ultimo e parlò per primo. Era un uomo intelligente, ma l’intelligenza non basta neppure ad agire in maniera intelligente.
«Non so mica perché mi abbia sposato. Gliel’ho chiesto, una volta. Mi ha detto che avrebbe sposato chiunque, per andarsene di casa.»
«Poteva andarsene comunque, no?»
«Sì, infatti. E poteva sposare chiunque. Di solito non è così. Di solito chi ti sceglie lo fa in qualche misura per disperazione. Per mancanza di alternative. Perché non c’è un’altra firma altrettanto prestigiosa e brillante che dia al tuo giornale anche quell’aria di rinnovamento generazionale. Perché non c’è un altro candidato che sembri così perfettamente una scelta morale e fuori dai magheggi della politica e radicato nella città. Elsa no. Elsa poteva avere tutti. Elsa non aveva bisogno di nessuno. E io non so perché abbia scelto me.»
«E questo come la fa sentire?»
«Vogliamo molto bene a Fanny, sa? Elsa persino più di me. La protegge molto.»
«Lo so.»
«Non potrei vivere senza Elsa.»
«Lo so.»
Kadija si affacciò dicendo qualcosa sul brandy che mancava, la carne da scaldare, le chiavi della cantina. Interrompendo la seduta di psicanalisi che fino a quel momento Vanni non si era accorto fosse cominciata. Emma Lazzari rientrò passando di fianco a Kadija, Kadija rimase sulla soglia del balcone a guardare Vanni aspettando le chiavi della cantina, Vanni cercò di ricordarsi in che romanzo tremendo avesse letto qualcosa sulla verità che lascia un sapore di ferro bruciato in bocca; pensò: che stronzata; disse a Kadija che scendeva lui.
Attraversò la sala fermandosi brevemente a chiacchierare con un gruppetto di invitati, Fanny fissava lui ed Elsa con un’intensità da sceneggiato, Elsa sembrava non accorgersi di niente, il che probabilmente significava che si accorgeva di tutto. Una tizia di cui non aveva memorizzato il nome chiese qualcosa sulla loro cerimonia nuziale, lui sorrise e lasciò rispondere Elsa, poi si scusò ricordandosi che doveva andare in cantina. Appena uscito, si fermò sul pianerottolo. Quindi era questo, che si provava, a dire la verità. Per forza l’umanità lo evita. Fanno bene. Facciamo bene.
Entrò nel vecchio ascensore, con le porticine fragili su cui il custode aveva fatto mettere una targhetta che raccomandava di chiudere piano, e la gettoniera rimasta da quando si pagava per salire e scendere, rimasta perché diceva ai visitatori del palazzo quel che la sedia da ginecologo diceva ai visitatori del suo appartamento: che quella non era una casa di parvenu.
Un paio di volte Fanny aveva fatto battute sulla panca che permetteva di sedersi, «Che cosa elegante, casomai una donzella avesse un capogiro nei venti secondi in cui sta in ascensore: sai levandola quanti posti si guadagnano? Ti rendi conto della scemenza di avere un ascensore in cui si sta stretti ma ci si può sedere?». Lui aveva riso, perché trovava molto tenero che fosse così irrimediabilmente inelegante, pratica, sbagliata, fruttivendola ripulita alla perfezione ma che poi si svela alzando il mignolo mentre beve il caffè. Naturalmente in quel momento non se lo ricordava, l’umorismo sulla panchetta dell’ascensore. Gli sembrava improvvisamente utilissima, per accasciarcisi sopra con la testa tra le mani, senza sapere bene perché.
La targhetta l’aveva fatta mettere un custode nato a pochi chilometri da casa dei suoi genitori, una decina d’anni prima di lui, uno che stava anche lui a Milano da una vita ma non aveva mai pensato di dover confondere accento e postura e gusti con quelli locali, di dover sparire nello sfondo. Il custode non aveva idea della sua infanzia da Giovannino Terlizzi. Pensava fosse sempre stato uno dei signori, lui.
Perché cazzo gli veniva in mente, dopo diciassette anni in quella casa. Non c’era ragione di sentirsi un abusivo: erano decenni che non gli scappava un accento del sud, neanche gli anni romani avevano rovinato i suoi sforzi. Ma poi, se anche fosse. Sarebbe tenero. Sarebbe immedesimabile. Non ci sarebbe niente di male. Si sforzò di ridere di quell’angoscia insensata. Si sforzò di ricordare la parola, iniziava per Provinz ma poi il resto boh, Elsa gliela cantilenava per prenderlo in giro, la parola tedesca per dire la claustrofobia dei nati nei paesini, quella per fuggire dalla quale facevano grandi cose. «Il modo in cui i tedeschi dicono Grande Gatsby, tipo», diceva Elsa.
Si sforzò di respirare, non riusciva a smettere di pensare a cose assurde, ora gli veniva in mente che non aveva mai capito quella cosa di respirare nei sacchetti durante le crisi di panico: ma non ti senti soffocare di più, non è peggio?
Non sarebbe stato in grado di articolarlo o spiegarlo o riconoscerlo, ma quell’irrequietezza somigliava molto a: olé, sono perduto.

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