Lui è Jacopo Incani, si fa chiamare Iosonouncane, è sardo. DIE è un album psichedelico, ma senza droghe

Quella che Jacopo Incani, nome d’arte Iosonouncane, racconta in DIE è la storia di una donna e di un uomo. Lei, rivolta verso il mare, osserva in silenzio: la distesa d’acqua che ha di fronte, il vento, il cielo teso e terso sugli alberi. Lui è in mare, in un mare che non lo farà tornare, quello della burrasca, della forza violenta più della loro distanza. Privi di ogni orpello d’amore contemporaneo, come un nuovo Eden, per un lungo istante, a mezzogiorno, quando il sole scotta le trame del corpo terrestre e la burrasca nera incalza le onde, si pensano e disperatamente, all’improvviso, finiscono per essere vicini. A partire da questo spunto lirico, epico, denso di ispirazioni che vanno dall’Eneide di Virgilio  ad Anima latina e Il nostro caro angelo di Lucio Battisti, Iosonouncane racconta in Sardegna, e quindi su disco, una piccola universale storia del mondo: sei canzoni in un frammento temporale ridottissimo, l’istante connesso all’atto animale e umano, eternamente vissuto e perduto.

Nelle interviste, Incani dichiara di preferire la definizione “musicista” a quella di “cantautore”, e aggiunge correttamente che questo suo DIE (che in sardo significa giorno) nonostante la chitarra sarda preparata di Paolo Angeli (un miracolo ligneo che sembra avere a che fare con l’Olimpo e le viscere primigenie della musica) non racconta mai, in modo diretto, della Sardegna in cui sono nati sia il musicista sia il disco.

Silvia Cesari

Magistralmente prodotto da Bruno Germano, DIE è strutturato come un poema a due voci: un proemio, una conclusione e in mezzo quattro pezzi, due dalla voce di lei e due da quella di lui, che ci raccontano l’attesa, il desiderio, l’aspirazione su un fondo di beat e cori femminili come sirene nascoste nelle viscere della burrasca, fiati, movimenti sonori ovattati e poi in esplosione, a cascata, inarrestabili: una psichedelia che non passa dalle sostanze psicoattive, una forma che è piuttosto una geologia. Il cantato di Incani serve la canzone, di volta in volta si modula sul suono, in un modo che ricorda atti primi e irripetuti nella storia del pop, come Another Green World di Brian Eno.

Dopo l’eccezionale esordio con La Macarena su Roma (Trovarobato, 2010), racconto politico dell’Italia culturalmente agonizzante tra la fine del berlusconismo e il grillismo in arrivo, Iosonouncane è passato da uno sguardo neorealista quantomai contemporaneo (sul Paese lobotomizzato dai media e dotato di una violenza che non conosce pietà né congiuntivi) a un lirismo antico che riflette sul singolo per allargarsi intrinsecamente all’universalità. DIE è un lavoro gigantesco, ciclopico, in grado di creare un mix raro dall’incontro tra sintetico e analogico, qualcosa che all’estero, anche grazie alla sua italianità profonda, esotica, sarebbe già culto. E che, con alta probabilità avrebbe già fatto girare la testa a David Byrne.

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