A noi questo posto fisso era sempre sembrato sospetto, ma ci avevamo anche provato

A noi questo posto fisso ci aveva sempre insospettito. A noi, generazione di quarantenni col Jobs Act interiorizzato, il lavoro liquido e precario ci sembrava naturale. Da piccoli, prima della Grande Crisi, quando famiglie fiduciose e università poco realiste ci allevavano sostenendo che l’Italia era un grande Paese e che l’Europa e l’euro wow, noi intuivamo forse già come sarebbe andata a finire, eppure essendo nati in queste famiglie di sinistra assai riflessive, si andava a qualunque manifestazione e occupazione e corteo a difendere l’articolo 18 a fianco di tute rosse e blu, che poi non sarebbero scese in piazza così entusiasticamente per le nostre partite Iva; ma pazienza. Noi piccoli kennediani ci chiedevamo non cosa può fare per noi il sindacato ma cosa possiamo fare noi eccetera.
Sempre per i nostri lessici famigliari disfunzionali, il posto fisso ci sembrava poi (sessismo) una cosa da donne: generazioni di nonne e mamme e zie insegnanti ci portavano fellinianamente in vacanza d’estate, ed erano, più che vacanze, flussi migratori e cambi di residenza: si partiva a metà giugno e si tornava protestando a settembre (c’erano gli esami di riparazione “a ottobre”), praticamente non ricordando più l’indirizzo di casa; mentre nonne e zie e mamme già manifestavano contro il ministro dell’Istruzione, allora ancora Pubblica, dell’epoca, Franca Falcucci, molto vituperata dalle donne insegnanti di casa, oggi forse rimpianta.
Anche, contava il venire dal Nord del Capitale umano, ove il posto fisso era più una cosa esotica, e dove si tramandavano epiche molto sbrigative e liberiste (il figlio intelligente in fabbrica, quello scemo in politica, a Roma); ma soprattutto c’era questo venire da famiglie di dropout e “originali” che a metà di carriere anche molto ben avviate o sbroccavano (il nonno avvocato) o si mettevano a fare i contadini biologici con le api quando non era hipster per niente (il papà), abbandonando pensioni e TFR e avvicinandosi invece a TSO. Senza prendere pensioni né minime né massime, pur arrivando vicinissimi alla scadenza, dimettendosi “sotto data” come Alfred Lambert nelle Correzioni, senza dare spiegazioni a nessuno, andandosene invece sdegnosamente («Ho deciso così, e basta»).

Foligno. Concorso per graduato di truppa nell’Esercito (ferma di 4 anni). Affluenza: 7.672 persone

Intanto, le mamme e le nonne statali reggevano la baracca, licenziavano le cameriere e si tiravano su le maniche, con Jobs Act di famiglia passivi-aggressivi; e però questo imprinting sessista-keynesiano sarebbe rimasto. Eravamo abituati, infatti, quasi predestinati, a una vita a tutele decrescenti. E del resto si era pure provato, col posto fisso: si erano fatti addirittura concorsi, anche: quello al ministero degli Esteri, duemila candidati per trentacinque posti in una caserma Salvo d’Acquisto su a Roma Nord, con precauzioni anche esagerate per evitare copiature di Stato (il tema infilato in una busta piccola, poi la piccola in una busta grande, e poi quella grande in una grandissima, senza assolutamente diciture e segni grafici all’esterno, e leggende metropolitane di oscuramenti di segnali cellulari sullo spazio aereo concorsuale), e poi però inutili: con altre leggende su caste non ancora definite tali, che piazzavano rampolli notoriamente illetterati sempre tra i primi posti; e ambasciatori in commissione molto disintermediatori che – si diceva – alimentavano commerci di compiti e posizionamenti in graduatoria in cambio di posti barca in primari ormeggi campani.
Mah. Il complottismo faceva comunque parte dell’epos concorsuale: una dimensione deprimente dell’essere che, seppur qui gentilizia e diplomatica, non era tanto lontana dalle affissioni ai lati oscuri delle edicole, con «30 posti al Comune di Roma», «20 bidelli per la Provincia» e altri mali di vivere (mentre la mia mamma, per passare di ruolo, come una Agnese Landini bresciana, studiava ansiosamente le Regioni e le Province non ancora abolite ritagliando figurine e sagome della Val d’Aosta e del Molise, sospirando).
Ma che ansia i concorsi. E poi l’idea di una carriera sempre nello stesso posto, “fisso”, ancorché itinerante, aveva sempre angosciato. E l’idea di trascorrere la vita tra quei marmi della Farnesina, con ambasciatori vecchissimi e noiosissimi e pochissimo romantici, con quella targa ottonata con scritto “Ingresso VIP” sul Ministero degli Esteri, e biglietti da visita fatti alle macchinette automatiche, e cognomi finti-nobiliari, con mogli alcolizzate e figli col male di vivere e la bottiglia e la siringa, poiché passati dalle elementari in Tanzania alle superiori a New York o a Losanna in pochi mesi, dal pitone alla giungla d’asfalto. Che stress.

Firenze. Concorso per istruttore direttivo amministrativo, Autorità idrica toscana. Ammessi alla prova: 481

La volpe e l’uva, certo, anche. Si era comunque studiato poco, erano usciti temi sugli euromissili, si era stati bocciati. E un leggendario professore cattivissimo di Relazioni internazionali, già consigliere diplomatico di Giulio Andreotti: «Lei non sa niente, però quel niente lo sa scrivere bene!». E, dunque, ecco un altro esame-concorso, quello dell’Ordine dei Giornalisti, nella prima generazione senza-macchina-per-scrivere (prima, la principale difficoltà dell’esame era quella di imparare a scrivere a macchina, con tutto un traffico di vecchie Olivetti e Remington e nastri rosso-blu Pelikan e scolorine d’epoca e carte carbone, per iniziati). Però quello era un esame che si affrontava con cuore più leggero, perché non portava ad alcun posto fisso, anzi immetteva dalla strada principale alla precarietà. Giornalisti professionisti, sì, però in un limbo senza articolo 18, ma soprattutto senza l’articolo 1, con la lettera scarlatta dei freelance per la vita, destinati al recupero crediti, alla gestione separata, alla dipendenza da commercialista (per il freelance il commercialista è come la tata per la pluripara attempata, parla solo di quello, la sua vita dipende solo da quello).
Però, anche con l’esame giornalistico precario, riecco la triste epica fantozziana, col “tema” di attualità annunciato a gran voce autorevole e accento rustico da un commissario, «secondo la Fao, un milione di persone soffre ogni anno di fame», ed ecco sorgere subito dubbi, e in effetti pareva un dato ottimistico, e infatti era poi un miliardo, dunque repentina smentita del commissario con altoparlante. E poi all’orale, invece, andato benissimo anche grazie al consiglio di un’amica veterana che non era mai riuscita a imparare a battere a macchina, e aveva stoppato subito i propositi “alti” sulla “tesina” da portare («Macché Keynes. Devi far qualcosa di pratico, che tenga svegli i commissari», ed ecco dunque questa tesina sui risparmi sulle assicurazioni online, con la commissione tutta assai attenta, a fare domande – «Ma per gli scooter conviene il 125? Mia figlia ha un 50!»). E poi invece una domanda finale di un commissario-magistrato, con tono solenne-inquisitorio e Marlboro accesa, in una stanzaccia dell’Ordine dei Giornalisti romano, sotto i cartelli “Vietato fumare”. «L’ha messo Berlusconi alla stampa italiana!», così, secco, tipo parole crociate senza schema. Tanta perplessità, sospettando tranelli come Alberto Sordi nel Dentone, tra le volute di fumo illegale; non si riusciva a capire la domanda, cioè non si poteva credere che fosse proprio quella la risposta («Comincia con la B!», c’era anche l’aiutino). Poi, spegnendo quella sigaretta, il commissario sdegnosamente si rispondeva da solo: «Il bavaglio!». Ma era il 2009, tanti anni prima dei Nazareni e di Cesano Boscone e dei Jobs Act. E con il bavaglio si concludeva l’epoca degli esami-concorsi. Esodati nell’anima, non avremmo mai avuto né il posto fisso né gli 80 euro. Confidavamo però molto in una futura Legge Bacchelli per creativi impoveriti.

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