Yolo / Arte

Yoko Ono se la gode al MoMa

IL 71 22.05.2015

LaPresse

Il critico più velenoso contro il curatore del museo di New York, reo di accogliere vip e pop star. Ultima, la signora Lennon e il suo birignao peace & love

Ben prima d’incontrare John Lennon, Yoko Ono aveva già ampia fama come artista legata al gruppo neo dadaista Fluxus; si torna in questi mesi a discutere delle sue opere, anzi, si scatena l’inferno. I due contendenti sono Jerry Saltz (ex camionista, ex pittore, il più brillante critico d’arte partorito in suolo americano) e Klaus Biesenbach, curatore dalle sopracciglia e dai capelli di platino che sta trasformando il Museum of Modern Art di New York in un firmamento di vip e pop star.
L’ultima amica vip invitata dall’Über-curator è per l’appunto Yoko Ono, la cui retrospettiva One Woman Show, 1960 – 1971 ha inaugurato il 17 maggio tra mille feste nei saloni del MoMA, incurante degli anatemi lanciati su Facebook da Saltz. Due esempi: 24 marzo 2015 – Saltz pubblica sul suo profilo uno scatto in cui appicca fuoco alla propria tessera d’accesso stampa al MoMA; 1 aprile 2015 – sul profilo di Saltz appare la miniatura medievale di due briganti stretti alla gogna. Didascalia: «Hans Ulrich Obrist e Klaus Biesenbach in comitato curatoriale». One Woman Show ha inaugurato incurante anche di The Museum of Modern FArt, l’unofficial show che Ono aveva imposto al MoMA nel 1971 e dove, sì, FArt significava scorreggia.

Tra le opere più famose di Ono riproposte al MoMA quest’anno: Cut-Piece (1965), performance in cui l’artista chiede al pubblico di sminuzzarle le vesti con un paio di forbici. No. 4 (1966), video in cui s’inquadrano i glutei di persone in movimento. Half-A-Room (1967), una stanza arredata con mobili tagliati a metà. Il libro Grapefruit (1964) dove Ono in ogni pagina suggerisce di compiere azioni quali: «Ascolta il suono della terra che gira», «ridi per una settimana», «tossisci per un anno», «cammina sulle tracce della persona in fronte a te. Su terra, fango, neve, ghiaccio, acqua. Cerca di non fare rumore». Poi, nel 1969, Yoko addormentava John e John addormentava Yoko. Erano, quelli di Yoko e John, tempi – per altro ricorrenti, la smania di esibizionismo non ha mai fine – in cui la trasgressione era immersa in un ostentato pacifismo che puzzava di droga. Da quell’ideologia che si dichiarava anti-borghese, scaturì la più conformista delle gioventù, di cui Yoko Ono fu la diva e l’artista.

I fan dei Beatles ricorderanno l’angosciosa intervista che Gloria Emerson, reporter di guerra del New York Times, fece nel 1969 a John Lennon e Yoko Ono. «Noi stiamo facendo una campagna pubblicitaria a favore della pace. Lo capisci o no?», gridava disperato Lennon. «No – rispose la Emerson – io penso che tu sia volgare. La persona più lontana dalle crudeltà che stanno avvenendo. Sai, io ti ammiravo». Lennon la interrompe: «Ah scusami cara se ti piacevano i vecchi scopettoni, se pensavi io fossi un uomo ironico e arguto, se ti piaceva l’amore di Hard Days’ Night». Fantastici: sembra che, da un momento all’altro, Lennon ed Emerson debbano alzarsi e pugnalarsi stretti in un lungo bacio. A disturbare lo stralunato Achille e la delusa Pentesilea, c’è una vocina che s’intromette a tratti dicendo cose del tipo: «Quando sei felice e sorridi, non vuoi uccidere nessuno». È Yoko che parla e su questi haiku, mai sazia, ricamerà e ricama le sue opere d’arte.

L’attivismo che ha trascinato Yoko e Lennon negli anni più bui era già presente nelle sue opere precedenti sotto forma di un intento didascalico per cui voleva mostrare al pubblico gli atti più autentici dell’esistere, come dividere un oggetto a metà per mostrare l’esito del concetto di divisione. In tutte le sue opere, Yoko Ono, attraverso operazioni minime, vuole insegnare a guardare il vuoto. L’arte di Ono è impostata come una lunga seduta di training autogeno. No. 4 – il video dei glutei che avrebbe potuto declinarsi come indagine sulla forma, sull’anonimità – è in realtà concepito come un mantra ipnotico dove la piega delle cosce funge da pendolo. In fin dei conti, l’unica opera veramente rivoluzionaria di Yoko Ono è Cut- Piece, la performance della svestizione, memoria di un tempo in cui Ono non aveva ancora tradito le camicette di seta con il chiodo; il resto è grandioso gossip. Il che non è poco.

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