Yolo / Personaggi

Capire Kim, senza sensi di colpa

IL 72 19.06.2015

Kim Kardashian e l’imponderabile fardello

Se guardiamo la copertina da non troppo vicino, la cornice bianca ci fa pensare a un Corallo Einaudi, ma sotto le tette di Kim della grande foto al centro – carni schiacciate da un top e sul punto di esplodere, con rivoli di capelli come steli rampicanti che s’infilano nel solco – compare la scritta “Rizzoli New York” (ed è pur sempre un vago sapore d’Italia). Per parlare di Selfish, la raccolta di selfie (2006-2014) di Kim Kardashian bisogna per forza partire da qui, dalla copertina senza titolo – che invece compare sul dorso, scritto a mano, accanto al solo nome di battesimo dell’autrice – in cui si produce questo equilibrio magico tra eleganza (oserei dire intelligenza) ed esibizione.
Che l’affaire Kardashian sia anche una cosa maledettamente seria, lo dimostra lo sfondamento della barriera dello scetticismo colto – una parabola che si riscontra solo nei fenomeni pop totali, Madonna ai bei tempi, ma non Paris Hilton – vedi l’intellettualissimo poeta Sam Riviere che licenzia una raccolta intitolata Kim Kardashian’s Marriage; vedi le conversazioni sul New York Magazine intitolate Come e perché abbiamo iniziato a parlare seriamente di Kim Kardashian; vedi in definitiva l’assottigliarsi delle riserve moralistiche sul fenomeno. Che questo libro, poi, sia un oggetto che induce desiderio anche negli spiriti più esigenti e raffinati, potete sperimentarlo presso la vostra cerchia di amici, lettori di Adelphi e retwittatori di Brain Pickings e Atlas Obscura: tutti vorranno sfogliarlo e averlo, e non tanto per quella forma di voyeurismo che tende a camuffarsi per pudore in ironia – l’occhiata inevitabile a uno scoop di Signorini – quanto per la sua dirompente bellezza ante quem (nel senso che siamo in presenza di uno di quegli oggetti che promettono bellezza ancora prima di essere letti o visti). La conseguenza liberatoria è che possiamo sfogliare Selfish in metropolitana con lo stesso orgoglio che abbiamo provato camminando con un catalogo di Thomas Struth sottobraccio.

 

Gli scatti pubblicati su Selfish (Rizzoli Usa, 19.95$)

Chi vi parla, del resto, è un osservatore (ben poco distaccato) della prima ora, da quando esisteva ancora E! nel bouquet Sky e si faceva fatica a sganciarsi da quel loop ipnotico che era A spasso con i Kardashian: il programma che già lasciava intravedere una vena sperimentale e avanguardistica della nuova fame di realtà. («La nuova carne», la definiva nel 1983 un David Cronenberg ancora giustificatamente moralista in Videodrome). Una vena che viene confermata, secondo me, da una espressione, apparentemente semplice, piana, ma profonda, che compare nel risvolto di copertina di Selfish: «Public journey». Ovvero, cosa è questo libro ed estensivamente questo genere: un public journey di sette anni visto attraverso polaroid, fotocamere digitali, BlackBerry, smartphone. Un libro di memorie – «The pictures in this book bring back so many memories» – ricordate con la faccia e il corpo. Un racconto che si snoda attraverso due spine dorsali: il tempo e il successo. Due frecce che però non sembrano avere la stessa direzione: se il successo, infatti, procede nella classica dinamica di ascesa, senza cadute, il tempo che scorre ha un andamento più singolare. Da un lato, perché l’invecchiamento corrisponde controintuitvamente a una ricerca della giovinezza. Dall’altro, perché tra un anno e l’altro – vacanze in Messico, feste a Los Angeles, backstage, compleanni a Las Vegas, sfilate di moda, vacanze in Thailandia, riunioni di famiglia, vacanze in Italia, feste a New York, backstage, Paris Hilton, Beyoncé, Madonna, Donatella Versace – la riuscita trasformazione di ogni “privato”in “pubblico” ci restituisce una prolungata sequenza di amnesie.

Se volessimo considerare, come io sono tentato di fare, quella di Kim come una performance artistica che ha come posta in gioco la sua stessa vita, potremmo posizionare la sua opera tra la body art chrirurgica di Orlan (in quanto a conseguenze fisiche) e la ricerca biografico-concettuale fatta da Sophie Calle. Ma il punto ovviamente è la consapevolezza. Quanto è consapevole questa regina della selfishness di essere una teorica del realismo? E, oltre a Kim, quanto è consapevolmente sperimentatore il Bruce Jenner transgender che diventa icona post-postmoderna su una cover di Vanity Fair visualizzata sui social da circa cento milioni di persone? E quanto è consapevole Kanye West autore di dischi incensati dalla critica più radical-chic nonostante le sue uniche preoccupazioni sembrino riguardare leggins di pelle e polo griffate? Come forma di rassicurazione, forse è meglio, per il momento, lasciare le risposte in sospeso.
A circa metà Selfish, però, c’è un blocchetto di pagine nere, quelle più private, una specie di dark room, dove Kim appare nuda o quasi e qui succede questa strana cosa: le doppie 256-257 e 298-299 sono completamente nere senza una ragione apparente. La mia sensazione è che questo – queste pagine nere – siano oggi il limite a cui siamo arrivati. E, al tempo stesso, uno spazio possibile per chiunque si proponga di superare Kim. Il prossimo “public journey” di una nuova Kim non potrà che darsi l’obiettivo di riempirle.

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