Magazine / Fuori collana

Expo pop

di Michele Masneri
fotografie di FABRIZIO ANNIBALI
IL 72 19.06.2015

Estate 2015. Tre giorni nell'immensità decumana del grande evento milanese. Alla ricerca di una salvifica tartina gratuita tra fiumi di turisti e padiglioni punitivi

«Io un crostino in Bielorussia!», «io un cracker a San Marino», «io niente». Stare chiusi tre giorni all’Expo, oltre a procurare un’abbronzatura “da magutt”, cioè con i segni delle maniche, e lussazioni per il vasto camminamento sulla fettuccia del Decumano, che misura un chilometro e mezzo e si arroventa già prima di mezzogiorno, significa soprattutto illudersi di trovare del cibo gratis. Illusione che viene indotta già arrivando con la Metro rossa con questa pubblicità del Gorgonzola («The Italian cheese that everybody loves»), perché il formaggio, e il latticino in generale, qui sono protagonisti, c’è uno spazio Granarolo e uno spazio Grana Padano, dove ogni giorno due casari fanno “live” due forme di grana però dietro una vetrinetta tipo antiproiettile.

Poi, anche grandi carretti di pecorini e caciotte e caciocavalli esposti sul Decumano rovente: di cartapesta. Alcuni padiglioni sono punitivi, come quello svizzero con le famose vettovaglie che vengono giù e il claim «ce n’è per tutti?», mentre altri sono solamente sadici come quello del Qatar molto visitato – si entra e tra il vasto uso di iPad e 3D e Led, all’ingresso una sciura qatariota e un piccolo qatariota un po’ in sovrappeso ti dicono inchinandosi «buongiorno, benvenuto nel padiglione del Qatar», e sono degli ologrammi (la sciura è molto ben abbigliata e signorile, si chiede dunque a una hostess qatariota se trattasi dell’Emira, la hostess viene colta da un sussulto, ma no, ma che scherziamo, per carità). Poi, ecco una lunga tavolata di leccornie catariote tra frittelle e grani saraceni e datteri e pagnotte e cosciotti d’agnello più veri del vero, e molti avventori italici si avventano con mani e forchette, ma si rivelano poi finti, si possono solo trascinare nel piatto con grandi schermi touch, in icona. Una grande metafora? Guardare e non toccare, sarà così anche coi grattacieli milanesi ormai dell’Emiro? Comunque, non si mangia.

Che poi mangiare non sarebbe neanche il primo pensiero, ti si chiude anzi un po’ lo stomaco appena passati i controlli molto aeroportuali (ti fanno buttare i liquidi, togliere la cintura, aspetti l’annuncio «armare gli scivoli», il carrello che rientra), però subito entrando si viene subissati di stimoli, con queste apette che girano offrendo «Ves-you-vio» e «Neapolitan chic food» e i gelati governativi Grom e «Bello e buono fritto e frutta» (e un traffico di apette peggio che a Malindi). Poi i caciocavalli (di cartapesta) e una pubblicità ingannevole di mille banchetti che sembrano voler offrire finger food dei più esotici. Insomma, già ben prima delle sette, quando chiudono i padiglioni e rimangono aperti solo i ristoranti, comincia la disperata ricerca della tartina gratuita.

Qui, anche, equivoci: anche i padiglioni di Paesi balcanici minori, cui era andata molta simpatia per pratiche alcoliche democratiche, si rivelano menzogneri, di furbizia orientale. La Bielorussia espone cartelli con cocktail «Belarus Passion» e soprattutto «degustazione prodotti e vodke gratis» su una lavagnetta, ed ecco delle tartine di un grano un po’ rustico con sopra salmone e panna, ed ecco dei bicchierini per queste vodke, ma quando ci si avvicina troppo, ecco un asterisco, e sotto, «free» si riferisce alle tartine cartonate, ma solo insieme allo shottino, che viene tre euro (non è tanto, per carità, però questa bielorussa era sembrata l’unica oasi di gratuità; si era riflettuto sull’entusiasmo genuino di queste repubbliche ex sovietiche; che oltre al «Belarus Passion» e a esposizioni di acquaviti e centrini ricamati e frutta di ceramica mostravano con orgoglio trattori di Stato marca «Belarus» e un menù «Pasta salmone e panna», e si era pensato «beate queste repubbliche in pieno boom, beati i loro anni Ottanta»). Invece niente, invece ecco la richiesta dell’obolo. Qualcuno investe, e di sabato sera, ecco dei signori forse dell’Est o forse dei Bastioni che iniziano a ballare delle balalaiche tra di loro, scatenati in dj set balcanici.

Il dj set poi è la sublimazione della tartina impossibile e gratis: ogni padiglione ha il suo; i più istituzionali lo mettono su in serata, i più smandrappati lo lasciano tutto il giorno. I più discotecari sono Olanda e Belgio, proprio accanto al Vaticano, e forse con mancanza di rispetto, accanto alle insegne gialle e bianche di San Pietro nel weekend è il posto dove c’è più bordello: gli olandesi astuti praticamente non hanno padiglione ma solo dei gran camioncini di hamburger e birra, con musica a palla dal pomeriggio, e dj. Si tenta comunque qualcosa di istruttivo tipo festival dell’Economia di Trento, con una gran giostra o calcinculo intitolato al «Futuro, l’economia circolare», servirebbe per i bambini che dovrebbero andar su a capire come l’economia circolare, cioè di riciclo e di riuso, fa bene all’umanità, ma i bambini hanno paura, in mezzo a quel casino tra lo sfrigolare di salamini; salgono solo delle gran coppie a limonare, e non vogliono più scendere. L’Olanda astuta mette in campo dei wurstelini a 3,50 euro, vengono cotti in forno, è un panino con già incorporato il suo wurstelino, farà malissimo. Con sette euro si mangia hamburgerino e birra fredda. Ma ci sono poi grandi file per polpette e patatine e typical dutch worstenbrood  o alternative burger con seaweed cioe alghe di mare, per utenti più riflessivi.

Ha il suo dj set Israele, ha il suo dj set la Repubblica Ceca: questa sta poco dopo l’ingresso, sulla sinistra, pare la casa di Jonathan Franzen costruitagli da qualche archistar pazza: una gran villetta a due piani di lamierino, identica a quella di Mon oncle di Jacques Tati, e gran piscina sotto azzurra con sculturona metallica che è metà vecchia Cadillac e metà uccellone azzurro, è proprio la dendroica cerulea di Libertà, non c’è dubbio. Questa scultura sprizza anche acqua, dalla parte automobilistica, e quando cala la sera e il Decumano si è scaldato bene, tutti arrivano qua, cechi e non cechi, si tolgono le scarpe e mettono i piedi dentro l’acqua. Qualcuno fa anche il bagno, qualcuno arriva in accappatoio. C’è il dj set e ci sono le sdraio, ci sono camerieri biondi, pare insomma una serata di ricchi praghesi o comaschi (un milanese seduto nella sdraio, un po’ su di giri dopo molte birre dice al telefono: «Siam qua, sotto il Volvosauro» (ma l’opera si chiama “Porta dalle forme libere”, di un pregiato scultore ceco Lukas Rittstein).

Battere il Decumano con la musica a palla in cerca di una mozzarella è faticoso, per fortuna ci sono gli sportivi filogovernativi di Technogym, con questi showroom sparsi per tutta la fettuccia dove tentano di venderti soprattutto delle palle pelose nere che fungono da sedia (in piena temperie da ufficio verticale, dopo il bosco verticale) e costano duecentocinquanta euro. È la versione evoluta del vecchio trespolo Stokke che tutti abbiamo avuto e tutti maledetto. Queste invece funzionano, effettivamente, e a ogni vasca sul Decumano tutti passano di lì a sedersi sulle palle pelose con beneficio di lombari, però poi nessuno le compra. Alle sette, quando chiudono i padiglioni e rimangono aperti solo i ristoranti, arrivi lì di fronte pronto a metterti in fila per la tua sessione di lombari e invece rimani col tuo mal di schiena, senza palla pelosa, che è inchiavardata sotto vetro, come i formaggi nell’area Grana Padano.

Intanto, con la schiena spezzata, sei solo di fronte all’immensità dell’Expo. Tra indicazioni confuse e surreali tra Stati sovrani, ex URSS e DOP e DOCG, con cartelli che indicano: «Regno Unito-Vaticano-Franciacorta», e si troverà anche un cartello «auditorium», forse, come quelli sulla Luna veltroniana. Invece, ecco il Castelletto del Franciacorta, col suo feudatario Maurizio Zanella patron di Ca’ del Bosco, che offre da bere ai fratelli Rossetti delle scarpe, reduci da un talk nella sede del Corriere della Sera, che sembra una cappella di famiglia molto moderna; e stappano magnum top di gamma lamentandosi molto del confinante padiglione del Kazakistan che mette su accaventiquattro balalaiche e marce tipo Kusturica e sfonda i timpani a tutti e inibisce le consumazioni.

Nella repubblica caucasica dell’Expo ci sono anche concorrenze; al Franciacorta ci son menu da 120 euro con il caviale bresciano fatto nelle ex vasche di raffreddamento del tondino, e pare abbia surclassato tutti i beluga che si trovano nel vicino padiglione Iran. E scusate ma qui si è in pieno #orgogliobrescia, come da targa sull’Albero della vita, il grande mammozzone prodotto in macroregione che ricorda certi lampioni liberty a cui ignoti ladri hanno rubato il globo in case di vecchie zie (la sera però si rianima coi giochi di luce e con «iconic italian music», come dice il sito).

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