Contrariamente a quanto calcoleremmo in base alle poche nozioni di statistica che utilizziamo quando parliamo del Caso, la moneta lanciata in aria ha una probabilità di cadere su una faccia e nessuna di cadere sull’altra. Il Caso non esiste.

Le due del pomeriggio. Cambio canale. Intercetto gli ultimi due punti della finale dell’US Open del 1994 tra il tedesco Stich e un André Agassi ancora peloso e innamorato di Brooke Shields, seduta in tribuna che scatta fotografie con la sua reflex. Un’ultima volée e Agassi s’inginocchia sul cemento di Flushing Meadows, con l’aria (chissà quanto veramente) incredula, mentre la sua fidanzata gli lancia baci e continua a fotografarlo con le guance rigate di lacrime. E mi sorprendo a pensare: «Si vede che lo ama davvero», anche se so perfettamente che sono passati vent’anni e Brooke è stata da tempo sostituita da Steffi Graf, e che quell’amore, quelle lacrime, quella volée, quello stupore chissà se vero o simulato, quel cemento blu, quel tipo di tennis e quella diretta televisiva vivono ormai soltanto nelle repliche di Classic Sports.

Rivedere vecchi incontri sportivi è la mia principale occupazione estiva. Qualche giorno fa, prima di Agassi-Stich, hanno dato un McEnroe-Connors del 1981. All’inizio si rimane delusi: tutto qui il fulminante servizio di McEnroe? E che dire dei macigni di dritto del vecchio Jimbo? Sulle prime sembra di assistere a un incontro tra due over 50 al Circolo Canottieri. Poi si fa caso alle racchette: la Dunlop nera di legno di John e l’assurdo strumento di Connors, che sembrava fatto coi tubi con cui sono fatti gli stendipanni. Lentamente il nostro cervello si riabitua a quelle velocità relative, e l’elasticità dello spazio e la plasticità del tempo – che, sbagliando, crediamo siano state ben riassunte da quella celebre formuletta così semplice e abbagliante – allungano i loro arti gommosi soffocandoci in un abbraccio così… così tenero!

Appartengo all’ultima generazione di tennisti dilettanti che hanno iniziato a tirare colpi a una pallina ancora bianca con una piccola ma pesantissima Donnay di legno, ai tempi in cui il rovescio bimane di Björn Borg sembrava ancora una stranezza. Quando, a dodici anni, giocai un game con il mio idolo tennistico di allora – Vitas Gerulaitis – sul centrale del Foro Italico, avevo già una Prince argento e verde e le Pirelli erano gialle. Per tutto quell’inverno avevo sopportato le angherie del maestro del Circolo, un cinquantenne ex prima categoria con vaghe simpatie naziste che si divertiva a organizzare interminabili e strazianti corse campestri per un gruppo misto di malinconici figli di papà alle prese con gli sconvolgimenti dell’età prepuberale e le cerniere lampo a trappola delle tute Adidas.

La domanda giusta da porsi, a quei tempi, era come mai a dei ragazzini senza nessuna velleità competitiva venisse quasi sempre negato il piacere di fare un “cesto di palle” per farli arrancare paonazzi sui vialetti sterrati che circondavano i campi da cui provenivano i gridolini di signore agghindate come Chris Evert (le calze cortissime col pon pon giallo o rosa che spuntava sopra il calcagno); maratone umilianti e stroncacuore imposte dal maestro Rigamonti – uomo d’altri tempi come i suoi pantaloni di lino bianchi, lunghi, à la Tilden –, che con voluttuoso sadismo titillava col pollice il bottone del suo cronometro mentre ci guardava morire. Le mamme, tutte fresche di parrucchiere, ci depositavano due pomeriggi alla settimana davanti agli spogliatoi e schizzavano via per non vedere – ma sapevano: stavano sacrificando la felicità dei loro figli per due ore extra di shopping, facendo finta di credere che la follia omicida del maestro Rigamonti ci facesse crescere sani e forti.

Era così debole quell’alibi che sarebbe bastato un mio no e mia madre avrebbe ritirato l’iscrizione. Allora perché continuai, in silenzio, a infliggermi un tale supplizio? Il motivo era duplice: speravo di far sentire in colpa mia madre (la cosa avrebbe potuto tornarmi utile), e poi non volevo privarmi dello spettacolo di Valentina e delle sue ginocchia su cui scivolavano certe felici gocce di sudore come la condensa su una lattina ghiacciata; e la riga bruna di terriccio, come una cavigliera esotica, quando le calzette le scendevano un po’ a furia di tutti quei drops da recuperare sottorete; e l’espressione concentrata – gli occhi impercettibilmente strabici – mentre cercava la pallina con uno dei suoi dritti tutti diversi, e potenzialmente assassini; e il modo in cui puntava il tallone destro mentre eseguiva il lancio-palla per certi soffici servizi: archi di estenuata fatalità, traiettorie sempre insoddisfacenti per il maestro Rigamonti, ma per me di gran lunga più spettacolari di quelle di una Goolagong o di una Andrea Jaeger.

Ma non è di Valentina e del tumulto che portò senza significative intermittenze per un paio di stagioni nel mio cuoricino spaccato di dodicenne che voglio parlarvi. Né di quella volta che al Foro Italico, schierati come marines, ci trovammo, tutti noi del corso – Valentina inclusa – a scambiare due palle di numero ciascuno con Vitas Gerulaitis, il vitalista-edonista del circuito professionistico, il per sempre numero cinque della classifica Atp (dopo McEnroe, Borg, Connors e Vilas), il ricciolone biondo che più che a un giocatore di tennis somigliava a un attore di film porno e che avevo visto trionfare tre anni prima su quello stesso campo, in finale contro Guillermo Vilas, dando fondo a tutto il suo fragile e spettacolare tennis (Gerulaitis eseguiva il servizio non per fare punto ma con un movimento pigro, elastico, sornione, come se volesse darti la mano o dirti: «Dai, amico, iniziamo a giocare». Morì a soli quarant’anni nel sonno, per le esalazioni di una stufa a gas difettosa. Era uno spiritosissimo signore del tennis. Quando vinse contro Connors, dopo una serie di sedici sconfitte consecutive, in conferenza stampa dichiarò: «Deve ancora nascere chi sia in grado di battere Gerulaitis diciassette volte di seguito!»). La vanità, comunque, mi impedisce di tacere il mio trionfo, quando Gerulaitis, davanti a tutti – davanti a Valentina – si complimentò per i due dritti incrociati che rimandai sulla riga di fondo e con me, solo con me, accettò di fare un game in cui racimolai un quindici non del tutto regalato).

La persona di cui voglio parlare non è però Vitas Gerulaitis, bensì Paolo Cecchetti, lo sfolgorante padre di Valentina; e per farlo, forse dovrei ricorrere all’azzurro dell’immaginazione per sopperire a quel chi mi manca: il verde di una realtà che è come musica che si allontana. Lo rivedo seduto sulla terrazza del circolo che domina i due campi centrali ad ammirare i patetici sforzi della sua bambina: blue jeans, camicia bianca con il pacchetto di Marlboro nel taschino e occhiali da sole; capelli sale e pepe, stirati all’indietro, occhi blu ghiaccio, abbronzato, sorridente, con due mani enormi che muoveva, parlando, come a tempo con una musica che solo lui sentiva. Bello, bellissimo, bello come il sole. Circondato da tutte le donne del circolo coi loro bicchieri ghiacciati, le visiere, le spalle scottate e le sigarette al mentolo. Estasiate. Pure la madre di Vincenzo Celata – il mio rivale, mancino come me –, una rossa con la bocca da Joker, dura come il ferro, si scioglieva tutta appena annusava nell’aria l’acqua di colonia di quell’esemplare raro.

A tennis, Paolo Cecchetti giocava con lo stesso naturale talento con cui parlava, camminava, procedeva con beata inconsapevolezza nel calendario astrologico della sua epopea: concessionario di automobili fattosi da solo, diventato ricco a quarant’anni grazie a semplicissime speculazioni immobiliari, frequentatore sempre più sporadico e rimpianto del Jackie ‘O e del Tartarughino, maestro del beach volley all’Albos di Fregene, capocannoniere per tre anni consecutivi dell’over 40 di calcetto con la casacca del Circolo. Al Foro Italico, nel giorno del mio trionfo, venne a stringermi la mano; e i suoi complimenti sortirono un effetto più devastante di quel «keep with faith, kid» che m’aveva biascicato Gerulaitis prima di andare ad allenarsi con l’Andrés Gómez che avrebbe finito col vincere il torneo.

Ammiravo quell’uomo come se fosse una star di Hollywood. Aveva un servizio piatto, potente, e un rovescio che gli invidiavo assieme a tutto il resto: la bellezza, l’eleganza, i modi, i muscoli, l’automobile, la moglie (che lentamente sostituì la figlia nelle visioni scaturite dalle febbricitanti masturbazioni preserali; era una forma di tradimento? Forse sì, e il senso di colpa accresceva l’affetto che sentivo per lui). Soprattutto gli invidiavo la felicità.

Ecco. Una cosa balza subito agli occhi di chiunque abbia la fortuna di incrociare, anche solo per pochi istanti, la propria biografia con la sua: Paolo Cecchetti è – e continua ad essere – un uomo felice. Tremendamente felice. Assolutamente felice. Talmente felice che non sembra possibile che nella sua vita sia stato, anche solo una volta, anche per un mezzo pomeriggio, infelice.

Ci ho finalmente giocato contro per la prima volta due giorni fa, sotto la canicola estiva; una bolla di sapone soffiata dal destino, entro la quale ho vissuto il sogno cullato da una vita: palleggiare con Paolo Cecchetti sul campo centrale, ammirato da tutto il Circolo. Segni del tempo? Nessuno, a parte qualche capello bianco in più. È come il profeta velato di Jorasan, che dietro le gemme e le sete occulta la lebbra? Non si direbbe. È diventato più lento,  è vero; ma ho vinto non senza fatica. «Sono vecchio ormai!» si è schermito, ma si vedeva che non ci credeva. E come potrebbe! Le donne continuano a mangiarselo con gli occhi; pure sua figlia, venuta ad assistere alla nostra sfida con due gemelli biondi, paffuti e silenziosi dentro una carrozzina doppia. Li ha avuti, Valentina, assieme al marito avvocato, un genero perfetto per quel suocero perfetto – tutto secondo programma; un programma stilato da un dio che di solito si diverte a vederci sguazzare nella merda, ma che – forse per noia, forse per curiosità – sembra aver tentato con la famiglia Cecchetti un esperimento inaudito: come in certi miti dualistici californiani, la Tartaruga ha riportato il fango dal fondo del mare perché Lui potesse impastare quelle meravigliose creature senza peccato, mai sfiorate da un’ombra di tristezza.

Sotto la doccia, cantava Un amore così grande con voce tonante. Ammesso che abbia elaborato una sua originale dottrina eudemonistica, che sia consapevole di aver appagato sempre tutti i piaceri naturali, necessari e accessori di questo mondo (amicizia, libertà, amore, lusso, successo, potere) e che tutta questa sua felicità intensa e ininterrotta gli risulti ovvia, cosa potrebbe dirmi lui al riguardo? Se nessuno può dirsi felice lontano dalla verità, lui che conosce qual è la verità per noi comuni mortali – una verità mooolto meno luminosa della sua – non ci rivelerebbe mai la sua, per non farcela invidiare.

Eppure, a un certo punto, gli ho fatto la domanda fatidica; e per la prima volta, ho notato nel modo in cui mi guardava un lampo di irritazione.

«Scusa?».

«Sì, lo so che è una domanda cretina. Ma quando penso alla felicità io penso a te…».

Ecco: ora sorride. L’irritazione è scomparsa. È sempre lui. Felice. «Adesso che mi ci fai pensare», dice, «credo di sì».

Adesso che mi ci fai pensare…

Per la prima volta in vita mia si è insinuato in me il sospetto che quest’uomo – il dio della mia giovinezza – possa essere un idiota, e mi è risuonato il vecchio motto: «Come sarebbe scialbo essere felici!».

Provo a riformulargli la domanda, a farlo sbottonare. Ma lui risponde con vaghezza, se la cava con un paio di battute, tira fuori qualche banalità.

Mentre chiude gli occhi sotto il getto della doccia e si friziona l’ammirata chioma, gli spio il corpo, con l’impudicizia di un Tiresia di fronte al bagno della Pallade Atena: so che ai mortali non è concesso ammirare la nudità degli dei. La visione, in effetti, è talmente abbagliante che è quasi una punizione: quest’uomo ha quasi settant’anni e il tempo sembra non avere ancora iniziato ad armeggiare col bisturi su di lui.

E se non fosse superficialità, la sua, ma una consapevole reticenza? Eccolo che si insapona gli avambracci, toccandosi con la voluttà di  un amante all’ultimo appuntamento. Se da qualche parte, in qualche momento della sua vita, lo ha raggiunto l’intuizione che la felicità non può essere eterna, il suo terrore – la sua certezza – è la stessa di noi tutti – e ancora più grande: con tutto il suo essere deve sapere che prima o poi (più che prima che poi) qualcosa di mostruoso, di tragico, di imprevedibile, di funesto, di senza scampo s’abbatterà su di lui per pareggiare il bilancio di una vita intera. Forse è così. O forse c’è qualcosa di diverso, d’altro, di peggio, qualcosa che solo un uomo così ottusamente, fortunatamente, drammaticamente felice come lui può capire?

Spengo il televisore (arrivederci, John McEnroe!, è stato – come al solito – un piacere rivederti), ma già ho l’acquolina in bocca per ciò che mi aspetta domani: su Classic Sports daranno la finale dell’Australian Open del 1977, l’unico Grande Slam vinto dal mio indimenticato Gerulaitis. Non vedo l’ora di spiargli sul volto, dopo cinque tiratissimi set con John Lloyd, la più grande felicità della sua vita.

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