Racconto

Ho quasi trentadue anni, e dal 2005 sono alla ricerca di un lavoro. Di persona non sono timida, ma su Facebook sono timidissima, perché quello che scrivi sui social non si può risucchiare indietro. Quando posto uno status, controllo col dizionario se la grammatica è corretta. Quando accetto un amico, ci penso a lungo, il dito trema un po’ sul mouse, si scosta, poi si riavvicina al potenziale amico. Ho 174 amici.

L’altro giorno, mentre tentennavo sul condividere o meno l’annuncio di un gattino smarrito in zona 7, ho poggiato gli occhi sull’aggiornamento di una donna per la quale avevo fatto la baby-sitter due sere d’agosto del 2003, senza mai parlarle un minuto, perché lei mi aspettava sulla porta imbracciando i pigiami dei bambini, e la notte, sempre sulla porta, mi ficcava qualche banconota in mano. La geo-localizzazione diceva “Ospedale Niguarda, Reparto Oncologia”. La prima cosa che ho notato era che la geo-localizzazione era sempre più precisa, tranne con me, che quando ero a casa mi localizzava in mezzo alle campagne. Lo status della donna recitava: «Lottando contro questo brutto male». Risaliva a 10 minuti prima, ma c’erano già 25 mi piace. La foto del profilo la ritraeva con le guance imperlate di sudore, e un turbante rosa in testa. Secondo le informazioni di Facebook, la donna aveva solo quattro anni più di me.

In quel momento, mi sono venuti in mente due miei comportamenti incivili. Uno, riutilizzare sempre lo stesso biglietto del parcheggio, grattando via la pellicola argentata in punti diversi, e occultando quelli già usati. Due, consumare una scatola di bastoncini per le orecchie a settimana, per puro spirito anti-ecologista.

Ho iniziato subito a digitare nei commenti «sei forte», «sono con te», «vincerai tu», sempre cancellando e riformulando la mia solidarietà pubblica. Poi ho cambiato idea e fatto log-out senza nemmeno controllare le «persone che potresti conoscere».

Nelle sere del baby-sitting dalla mia amica morente di Facebook, ero iscritta al terzo anno di Conservazione dei Beni e, rimestando la pastina per i suoi figli, inscenavo l’atteggiamento di superiorità della futura archeologa, che a sua volta avrebbe pagato sbrigativamente una ragazzina per docciarsi via la polvere dei vecchi affreschi e uscire a cena col marito. Se la pastina di quei due si attaccava, chi se ne frega, era colpa del fallimento umano della madre, mica mia.

Ero appena tornata da un viaggio-studio a Londra, dove ero salita all’ultimo piano di Harrods, che quel settembre era invaso da gabbie di civette bianche, per via dell’uscita del quarto libro della saga di Harry Potter. Era il secondo viaggio della mia vita, e conservavo un ricordo luminoso di quella città, che non coincideva affatto col suo aspetto reale.

Avevo fatto la baby-sitter in quella casa solo due volte, come sostituta, eppure quello rimaneva l’unico lavoro che avessi mai fatto, così mi pareva che nell’appartamento di quella donna si fosse dispiegata un’intera epoca della mia vita, coincisa con un sogno.

Mi ero iscritta a Conservazione perché da ragazza i miei genitori mi avevano portato in vacanza solo una volta, in Sicilia, e sotto una Palermo rovente, nelle catacombe fresche, avevo visto una piccola mummia dentro una culla.

Quando è arrivato il momento di iscriversi alla specialistica, però, mi sono resa conto che i collegamenti tra un pensiero e un altro, oppure tra una fantasticheria e una volontà, sono sempre privi di fondamento.

Così, sono rimasta a casa a navigare aspettando il bando giusto, il corso finanziato dalla comunità europea, l’amico di aNobii che mi proponesse un caffè dal vivo. Ricordo la nascita di Groupon come un giro di boa, perché passavo le mattinate a decidere tra le prove allergologiche e una depilazione laser. In un primo periodo, i miei genitori erano felici di trovarmi addormentata nel divano-letto dello studio, e, da acquaiolo e casalinga quali erano, pensavano che dovessi riprendermi dallo studio sfibrante della laurea di primo livello, e svolgevano le attività mattutine col silenziatore, guardandomi attraverso la porta a vetri come io avevo guardato la mummia neonata.

Quando vado a dormire, immagino di essere una bambina piccola nata d’estate: la bambina è nata nello stesso giorno dei suoi due fratelli, ma a distanza di anni, e uno dei tre fratelli ha la malattia delle ossa di vetro. Così, la mamma ha sempre organizzato un’unica festa per tutti e tre, ma con soli giochi da tavolo, per non rompere le ossa mal calcificate del fratello. Il compleanno suo e dei fratelli è il 16 luglio, e agli invitati cadono le gocce di sudore sul tabellone del Monopoli, e tutti vorrebbero solo tirarsi le bombe d’acqua.

Appena iscritta a Facebook, mi connettevo ogni sera, e nell’apposito spazio della domanda «a cosa stai pensando?» digitavo lungamente a proposito dei fratelli immaginari nati il 16 luglio. La cronaca della loro vita, come una penosa stagione calda senza fughe, si allungava nello spazio dello status sotto al battito appiccicoso dei miei polpastrelli, e dopo cancellavo tutto come se improvvisamente mi accorgessi della nudità dei miei attori e provassi vergogna per loro. Non mi sembrava, tuttavia, che la gente intendesse niente del genere, come risposta alla domanda 1a cosa stai pensando?».

Dopo lo status dal Niguarda, tuttavia, ho smesso completamente di accedere al sito. La realtà è che non voglio vedere gli aggiornamenti di quella donna che non conosco. Non so se sono in dovere intimo di dirle una parola, se la odio per avere condiviso qualcosa di cui nessuno aveva chiesto notizia, e se posso toglierle l’amicizia di soppiatto, come si toglie una mano da sotto qualcuno che dorme.

Prima, potevo frequentare quel luogo come una ragazza senza bellezza che attraversa il centro di una metropoli di giorno. Potevo guardare le foto dei bambini nani in spiaggia con la maglietta dell’associazione nani, o i video degli estratti dalle macerie dei terremoti. Adesso, mi sembra di avere finito la pozione dell’invisibilità, e che tutti mi possano vedere, e si aspettino da me una mia emozione del catalogo, perfino una faccina, attorno alla malattia della comune amica.

Quando mi alzo perché il sole fa bruciare la pelle vecchia del divano, vendo le cose smesse dei miei genitori su eBay. Dietro lo schermo del computer, vedo sopra l’armadio un pacco di vecchi pannoloni Lines rosa, in cui mia madre tiene alcuni miei ricordi della scuola, e una scatola di biscotti Plasmon con dentro il suo aggeggio per misurare la pressione.

Ninì, dice mia mamma, distogliendomi dal pacco di Lines, vuoi la merenda di acqua e zucchero? Ascolto la musica del cucchiaino, la bevo con sollievo, e dopo, se ho venduto qualcosa, vado alla posta a spedire l’oggetto. Vendo, per esempio: un sacco di miglio di un canarino inseparabile morto, un vecchio telefono della Sip modello Sirio, una ceneriera a stelo del nonno.

Non mi piace interrompere le mie attività di vendita su eBay, perché mi torna in mente quella donna, le sue parole lette scorrendo gli status all’indietro: sono troppo stanca per giocare a rimestare la sabbia con mia figlia, devo rientrare e stendermi a letto, giocate e correte voi per me perché la vita è un soffio.

Andando alla posta, penso rabbiosamente a lei e al soffio (o sputo?) della sua vita: cosa mi direbbe se potesse sapere che bevo ancora l’acqua e zucchero?

Mi dirigo senza volerlo sotto la vecchia casa sua e dei suoi antipatici bambini. Poggio a terra i pacchi imballati da spedire, e guardo il balcone minuscolo dove teneva una casetta di plastica per i figli, coperta di cacche di piccione.

Le sere di quel vecchio agosto greve di possibilità, l’avevo docilmente ripulita con una spugna umida, oppure schivata con cura, uscendo a accendere lo zampirone come la donna aveva lasciato scritto? Più tardi, accanto al letto a castello, avevo storto il braccino del maschietto per il nervoso di vederlo tanto sveglio, in una notte così calda?

La sera vado a dormire, e invece di immaginare di essere la bambina del 16 luglio, che corre a immergere un polso nel ghiaccio delle bibite, vedo la testa di boccia sudata di quella mia amica di Facebook in un selfie sorridente, che riesce a far sembrare il bar dell’ospedale un chiosco sulla spiaggia.

La mattina, appena sveglia, mi sembra di averla accanto nel letto, respira ancora, carica di tutte le sue possibilità, come una pistola con l’ultimo colpo in canna, mentre io sento i piedi bloccati, e non riesco a decidere neanche di alzarmi per andare in bagno. Cerco di pensare alle aste in scadenza oggi su eBay, ma vedo quella donna allungata nel letto d’ospedale, dentro la sua immagine di copertina.

Dopo uno ferragosto di spettrale diserzione da internet, ho sognato di essere di nuovo una baby-sitter ventenne, a casa della sconosciuta. Ero tornata da poco da quel viaggio a Londra, e ardevo dal desiderio di trovare la mia posizione nel mondo. Non pensavo che la persona che si sarebbe calata nelle catacombe a dissotterrare mummie minorenni dovessi essere necessariamente io. Pensavo che a un certo punto mi sarei semplicemente trasformata in qualcun altro che sapeva eseguire i gesti che fino al giorno prima non avevo mai fatto: ballare sensualmente, sorridere per lavoro, baciare profondamente ma con languide pause.

Nel sogno, i figli della donna guardavano un cartone violento, e io in cucina guardavo l’acqua bollire con un rumore minaccioso. Sentii la porta che si chiudeva, la chiave girare, e la luce andò via. Il bambino mi aveva chiusa a chiave in cucina e aveva spento l’interruttore da fuori. Al buio, c’era solo il blu dei fornelli, e non riuscivo a trovare le manovelle. Chiamavo il bambino col suo nome, e gli ordinavo di farmi uscire, ma lui era tornato a guardare la televisione.

Mi sono svegliata col fiatone che era l’una meno un quarto. Da sveglia, non ricordavo affatto il nome del bambino, ma ricordavo che mi aveva affondato le unghie nei polsi e io avevo desiderato di picchiarlo. Sono andata su Facebook e ho preso a scorrere all’indietro le foto della mia amica morente, partendo dalla pelata verso la capigliatura folta, e poi al contrario, in senso cronologico.

Prima della malattia, anziché scrivere di sé, condivideva sempre lo stesso tipo di informazioni, ad esempio denunce di truffe nell’omeopatia per bambini, fingendo con gli altri e con sé stessa di partecipare a un’azione comune di divulgazione e consapevolezza, come chi, leggendo un romanziere dalla sintassi complicata si sentisse capace di comporre pensieri altrettanto arditi, per il solo fatto di essere in grado di decifrare una pagina scritta.

Il giorno dopo, accompagnati i miei genitori a prendere il fresco (e frutta, verdura, gelati e merendine) nell’unico supermercato aperto della zona, sono andata all’ospedale Niguarda. L’aria liquida minacciava di solidificarsi come fa il latte con la colla di pesce. Con un po’ di difficoltà, ho trovato la stanza da cui provenivano gli status di quella sconosciuta e mi sono avvicinata con la mano rigida, già in posa per bussare. Le lenzuola bianche fresche del primo mattino sembravano essersi riscaldate subito, e aver preso le pieghe profonde di intere giornate di calura. L’amica morente era allungata sul letto, il busto tutto proteso sopra lo schermo di un cellulare con la cover a forma d’orso. Mi sono presentata come la ragazza che una decina di anni fa aveva fatto la baby-sitter a casa sua. Lei ha detto di ricordarsi, ma di sicuro mi scambiava per l’altra, quella che io sostituivo. Le ho detto che avevo saputo tramite Facebook, e, nonostante non avessi mai partecipato a una raccolta firme contro la costruzione di un parcheggio, avevo voluto passare.

Le ho detto che in verità odiavo le persone che scrivevano di sé in bacheca, ma diffidavo di più delle persone che nascondevano l’ultima visualizzazione su WhatsApp.

Le parlavo infervorata, come riprendendo un discorso di vecchissima data tra amiche che si rincontrano nel sogno di una delle due. Insomma, ho concluso, tra una persona che descrive pubblicamente il decorso della sua malattia, e una che nasconde i last-seen, preferivo decisamente lei.

Lei ha ripreso il cellulare che bippava con la suoneria classica e ha sorriso per qualcosa che era appena arrivato.

Ma hai fatto bene a passare, mi ha concesso flebilmente.

Figurati, mi faceva piacere, le ho detto. Dici che è grave se ho pagato il parcheggio dell’ospedale con un vecchio biglietto grattato più volte?

Lei ha alzato una mano come per mettere in pausa la finzione della realtà, e ha riabbassato lo sguardo su una sfilza di faccine, cuori e musi di mici.

Quando è tornata da me, aveva riperso il filo delle parole, e io, attribuendo lo sfasamento alle terapie (forse era tumore al cervello?), le ho chiesto come andava.

Bene, bene, i bambini fanno la seconda e la prima liceo, ha detto con un contegno che non manteneva in bacheca.

Ha riabbassato gli occhi sul telefono-orso. Poi, rialzando il viso dalla conversazione virtuale, ha detto (e finalmente mi sono accorta che il suo sguardo si fermava non su di me, ma su un’invisibile presenza nell’aria che sostava tra noi due): ti ricordavo diversa, e qui mi ha apostrofato col nome della mia amica che aveva lavorato lungamente per lei.

Un rumore di stoviglia dal corridoio ha coperto il moto di ribellione con cui mi accingevo a correggerla. Ma tanto lei guardava un punto nell’aria, e non se n’è accorta.

In quel momento, entrava il carrello della refezione, con piatti divisi in scomparti simili a quelli dei neonati, simili a quelli dove mangiavano i suoi figli, per i quali solo adesso provavo il vago rimorso di avere desiderato picchiarli.

So che il mio Facebook mi ricorderà a lungo di fare gli auguri di compleanno a quella donna, anche se nel frattempo lei dovesse «perdere la lotta contro il brutto male». Mi sento sollevata alla sola ipotesi che la sete di vita di lei possa estinguersi, e lasciarmi vivere piano come so fare.

La vera ragione della mia visita in ospedale era apparire un istante e poi risparire per sempre nella lunga lista-contatti della moribonda. In realtà, starle di fronte mi ha chiarito il fatto che non ho nessun dovere di farmi corrompere dai suoi richiami plateali; e che un sacco di altra gente che mi circonda, forse i miei stessi genitori, sta morendo in maniera meno chiassosa di lei, forse addirittura per colpa mia, ma senza implorare interesse.

Gli oggetti di famiglia da vendere, attorno al computer del mio amorevole papà, stanno quasi finendo.

Un’azienda mi ha telefonato per ingaggiarmi come cavia di saponi, maschere per capelli, dentifrici salini. Mi sono truccata a lungo per andare a ritirare i campioncini da testare, e l’intervistatore mi ha dato delle indicazioni per le mie risposte ancor prima di consegnarmi i prodotti.

In giro, c’era quell’aria strana di umanità che rimette il suo disco laborioso dall’inizio per l’ennesima volta, grata che sembri nuovo.

Una volta a casa, coi capelli impiastrati di maschera, mi sono seduta davanti allo schermo, e, timidamente, come una persona costretta a guardare un esibizionista nudo, ho scorso la barra verso l’alto per visualizzare gli ultimissimi aggiornamenti di status da lidi in aria di sbaracco, e ho trovato qualche riga della mia unica ex datrice di lavoro. Mi sono chiesta dove sono, in questo momento, i soldi che mi aveva dato dieci anni fa, e quanto valgono. Non postava più né dal Niguarda né da casa, ma dalla Lines, dove faceva la manager. Diceva: «Oggi sto un po’ meglio e sono in pista. Chiedo scusa se imbratto la home di sconosciuti con le mie tristezze, solo che non ho forza di mandare un messaggio a ciascuno dei miei cari, e così uso il wall. Se volete, unfriendatemi pure. Buona giornata a tutti».

In quel momento, mi sono resa conto che la Lines non faceva più pannolini per bambini; che forse aveva sognato di diventare grande nella produzione di questi, ma li aveva divisi in maschili e femminili, e forse aveva sbagliato strada sin dall’inizio.

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