Nel posto di mare c’è una macchinetta per vincere le palline di gomma. Si infilano cinquanta centesimi, si gira la manopola  e si impugna il volante, perché sta per arrivare una pallina, che bisogna guidare fino al traguardo evitando le buche. Se la pallina cade in un buco, è persa. Se invece arriva fino al buco giusto, dopo il percorso pieno di ostacoli, allora uscirà da un cancelletto e sarà per sempre mia. Nelle mie mani, nelle tue mani, mentre la baci e saltelli e sei contento perché non avevi ancora vinto una pallina di gomma trasparente con dentro un pesciolino rosso. Quando invece la pallina cade nel buco sbagliato, perché alla curva stringi troppo, ti disperi. Hai un problema con la sconfitta, penso, non reggi la competizione, poi penso che sto esagerando: hai cinque anni e ti dispiace di non avere vinto la pallina. Le metti tutte in un cesto, a casa, che trabocca di palline. Non le voglio contare, non voglio sapere quanti soldi butto in palline, perché allora dovrei contare anche i tatuaggi, i lecca lecca, gli elastici per fare i braccialetti, le cose comprate e subito perdute, rotte. Come le cose che ho perduto e rotto o non ho mai fatto, o non ho curato, ho lasciato andare. Nel mare di idiozie che ogni giorno pretendi, con gli occhi già pieni di lacrime e di ingiustizie inventate, la pallina mi sembra la più bella. Tonda, liscia, di gomma piena, rimbalza molto ed è uguale alle palline di tutti i tempi delle palline. Poi non parla, non suona, non fischia, non muove le orecchie, non nitrisce, non le si accende nessuna luce, non dice mamma. Rimbalza, poi rotola in qualche angolo, o in qualche tasca, infine nel cesto e sta lì, quieta, nessuna batteria da cambiare o da buttare nella raccolta differenziata delle pile. Nessuna vite arrugginita, nessun braccio staccato, ruota saltata via, odioso pupazzo con i ciuffi di peli che si staccano. Non ha bisogno di cure, è solo una pallina di gomma.

È semplice, sarebbe facile se ogni scelta fosse una pallina. Sarebbe facile una vita degli adulti (di me adulta) fatta di palline rotonde, senza angoli in cui nascondere niente. Anche se, dopo che ha rimbalzato un paio di volte, dopo che hai contato tutte le palline del cesto e fatto la classifica delle dieci palline più belle, dopo che hai imparato a fare il giocoliere con due palline, con una pallina che ci fai? E dentro una vita, con palline tutte uguali che ci fai? Niente, te le metti in tasca, però vincerle è importante. Tu hai cinque anni e ti fidi completamente di tua sorella, sai che lei vincerà sempre una pallina per te. Perché ha otto anni, le lentiggini, fa la lotta con i maschi più grandi e tu la ammiri, ma soprattutto perché ha imparato il trucco della pallina. Glielo ha insegnato un bambino delle medie, una sera in spiaggia, come premio per avere buttato nella sabbia un suo nemico. Lei era molto fiera di quella lotta, io disapprovavo per dovere: non voglio essere una madre che incita i figli (le figlie troppo magre con le lentiggini!) alla violenza fisica, alla sopraffazione, e non credo di esserlo, per tutto il tempo almeno cerco di non esserlo. Non incito, ma sono segretamente contenta di una bambina che sa fare a botte, non mi importa se è sbagliato, perché quel bambino aveva una bandana in testa e anche il padre del bambino aveva una bandana, e facevano i duri e comunque lei gli ha solo fatto uno sgambetto mentre lui la spingeva, e se un bambino con il teschio sul costume da bagno piange perché cade nella sabbia e corre dal padre con la bandana che senza togliersi la bandana va a cercare il colpevole e si trova davanti una bambina magra come un chiodo, con la coda di cavallo e le lentiggini e un granchio in mano e non si imbarazza ma la sgrida, con la bandana e tutto, allora io non dirò niente, non litigherò con un padre con la bandana né con nessun altro, ma le darò altri cinquanta centesimi per la pallina.

Così lei ha imparato in fretta il trucco: non bisogna fare tutto il percorso alla pallina, tutto il percorso a forma di serpente, perché ci sono molti buchi lì intorno e si rischia di finirci dentro. A metà strada, invece, bisogna dare uno strattone al volante, verso il basso: fare saltare la pallina direttamente alla fine del giro, evitando l’ultima curva. Non è barare, perché anche nel salto ci sono rischi. E a volte il salto non riesce, come quello di Jennifer Grey in Dirty Dancing, che ogni estate lo ridanno in televisione e ogni estate, per qualche motivo magico, quella sera io sono in casa da sola e cambio canale e vedo il sedere di Patrick Swayze dentro i pantaloni neri da ragazzo di periferia che insegna alle signore vecchie (come me, ora) del villaggio a ballare, e penso: che bel sedere. E subito dopo: adesso lei sbaglia il salto. Lei imparava a ballare in due giorni e stava a piedi nudi su un tronco d’albero capovolto. Io avevo dodici anni e la ammiravo tantissimo. Però qualcuno mi disse che Jennifer Grey aveva ventisette anni quando faceva Baby in Dirty Dancing, e nel 1987 mi sembrò orribile che fosse così mostruosamente vecchia. Baby doveva avere diciassette anni e non sapere ballare: invece era una ballerina professionista di ventisette anni. Per molti anni non ho più voluto vedere Dirty Dancing, ero disgustata dall’età e dall’inganno. Volevo che il mio sconvolgimento fosse un po’ anche il suo. Detestavo quella verità: speravo che prima di quell’estate nel villaggio vacanze non avesse mai fatto il salto. Che assomiglia al salto della pallina, senza musica e abiti da ballo, ma anche lì c’è la gente che guarda: gli altri bambini, anche quelli grandi, tu a cui tua sorella ha promesso di vincere, io che voglio imparare come si fa il salto.

La bambina magra con le lentiggini è concentrata, esaltata, dice: Giulio stai tranquillo ce la faccio, te la vinco. Lei sa che lui piange tutte le volte che perde. Quindi spesso lo fa vincere apposta, a biliardino si tira i gol da sola in porta, a nuoto resta indietro, e quando pescano i granchi gliene mette un po’ nel secchiello di nascosto. Poi a me dice che tanto a lei non importa, lo sa che è più forte. E a lui non importa di vincere per finta, non gli interessa la verità. A lui non importerebbe niente di Jennifer Grey, che aveva già ventisette anni, era una vera ballerina e aveva fatto un milione di volte quel salto. Ha un unico pensiero, semplicissimo, perfino puro: vincere la pallina. È tutto rosso in faccia, sudato, al collo ha una collanina con una lucertola, e addosso una fiducia totale verso la promessa della sorella. Che ha un buco fra i denti davanti e promette a tutti i bambini della spiaggia di vincere le palline. Infila i cinquanta centesimi, la pallina esce, lei la guida sicura con il volante. Ha un costume da bagno a righe e un braccialetto alla caviglia con i campanellini che suonano come il collarino di un gatto, è scalza e le si vedono le costole.

Io sto come in Dirty Dancing quando lui va dal padre a dirgli: «Nessuno mette Baby in un angolo», ma fingo che non me ne importi niente, anzi dico insensatamente: sbrigatevi, dobbiamo andare a casa. Ma vorrei che tutti vedessero quanto è brava mia figlia a vincere le palline, soprattutto quel padre con la bandana, vorrei che si sentisse umiliato e si togliesse la bandana. La pallina è di gomma arcobaleno, scivola verso la curva, supera il pezzo facile, quello con pochi buchi, sembra Baby che balla con il vestito bianco, ecco è il momento del salto, il fratello piccolo è diventato fosforescente, saltella da un piede all’altro, quella pallina adesso è tutto: è l’estate, è la fiducia, la fortuna, l’amicizia, la pace. Lei fa lo scatto con il volante, prima in alto e poi in basso, ma la pallina si incastra nel vetro e poi si tuffa in un buco, è persa, proprio mentre lui aveva già la mano a conchiglia, pronta a ricevere quella pallina in mano e ad agitarla verso il cielo. Ma la pallina è stata inghiottita, ha sbagliato il salto. So che questa estate andrà uno schifo.

Maledetta pallina del cavolo, maledetta Jennifer Grey, che poi chissà dove sei finita ma di certo hai sbagliato tutti gli altri salti. Non voglio sentire il pianto adesso, questo figlio che non accetta la sconfitta, dio che fatica voglio andare a lavorare subito, voglio stare in pace, mi ha sempre fatto schifo questo posto, sempre. Ecco il padre con la bandana, il figlio con la bandana, sono venuti a ridere di noi, agitano due monete da cinquanta centesimi. Ho voglia di litigare, almeno così non sentirò il pianto. Ora gli dico di smammare, che quella sera l’ho visto, che prendersela con una bambina è penoso. Ho pronta la faccia odiosa, mi tolgo gli occhiali da sole. E quello invece va dalla bambina, le dà la moneta, le dice: dai riprovaci, fammi vedere il salto, e se la vinci è tua. Il padre mi sorride, se non avesse quella cosa in testa avrebbe un bel sedere, l’avevo notato dal costume da bagno mentre sgridava mia figlia. Lei stavolta vince la pallina, ma la gioia è sciupata perché non c’è più pubblico, sono andati tutti via delusi, nessuno ha più voglia di vedere il salto. Sono rimasti solo i due con la bandana e sei rimasto tu, tutto rosso: non ti importa niente del pubblico, niente di niente, della verità, delle bugie, dei granchi messi di nascosto nel tuo secchiello, delle bandane, solo di non perdere. Agguanti la pallina, non ringrazi nessuno, ti butti nella sabbia e urli: ho vinto.

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