Yolo / Personaggi

Leggera, disinvolta, soft-femminista

IL 72 19.06.2015

Amy Schumer e il femminismo vitaminizzato

La ragazza di cui tutti parlano, quella che nel giro di un mese è stata prima sulla copertina di Entertainment Weekly nuda come Mena Suvari nel poster di American Beauty – solo che al posto dei petali di rosa è coperta da boccettine di liquore del mini bar –, poi sulla cover di Hollywood Reporter, la ragazza a cui tutti i giornali, dal New Yorker al Village Voice, hanno dedicato pagine e profili perché considerata la nuova voce della comicità femminile, quella il cui nome era circolato quando Jon Stewart aveva annunciato il suo ritiro dal Daily Show e si cercava un sostituto, ecco, proprio lei è una ragazza bionda e paffuta di 34 anni, una di quelle con una fisionomia così normale che se la incontrassi in metropolitana probabilmente neanche la noteresti. Si chiama Amy Schumer. Meno giovane e meno simbolo di una generazione rispetto a Lena Dunham, meno politicamente scorretta rispetto a Tina Fey, meno versatile rispetto a Sarah Silverman, Schumer è diventata improvvisamente quella da seguire, la nuova faccia dell’intrattenimento femminile, quella di cui i giornali di cui sopra dicono senza tentennamenti: il 2015 sarà il suo anno. Correzione: lo è già. Intanto, il film: a luglio esce finalmente Trainwreck scritto interamente da lei e prodotto e diretto da Judd Apatow, l’uomo con il tocco magico per la commedia al femminile, da Le amiche della sposa fino a Girls. È quel genere lì: femmine che si ubriacano, dicono cose scurrili, fanno sesso con chiunque, cercano l’amore e forse lo trovano. Se tutto andrà come è previsto che vada sarà un successone al botteghino, e lancerà Schumer là dove prima di lei sono arrivate Tina Fey e Melissa McCarthy.

 

Nel frattempo, c’è il suo programma su Comedy Central, Inside Amy Schumer. Giunto alla terza edizione e dopo due stagioni a parlare di sesso e fidanzati, di storie di una notte, di sexting, di herpes e del solito tema (uomini cavernicoli e che si esprimono a rutti, donne sensibili che credono tanto nell’amore), sembra aver alzato il tiro, dimostrando che quando il gioco si fa serio, le comiche che vogliono essere promosse al tavolo dei grandi devono cominciare a parlare di femminismo. E di sessismo. E di politica. E diseguaglianza di genere. Tutti temi che Schumer maneggia con disinvoltura, leggera alcune volte, profonda altre, divertente sempre. Nel primo episodio della terza serie, andato in onda lo scorso aprile, uno degli sketch si intitola Last Fuckable Day: l’ultimo giorno in cui sei ritenuta trombabile e ha a che fare con l’abitudine di Hollywood di accoppiare sullo schermo signori ben oltre la cinquantina con ragazze poco più che ventenni, perché – il messaggio non è neanche così subliminale – una donna vicina ai 40 non è evidentemente più considerata un oggetto sessuale credibile. «Nessuno te lo dice apertamente», dice Julia Louis-Dreyfus, protagonista della scenetta con Tina Fey e Patricia Arquette, «ma ci sono dei segni: ad esempio quando nel film devi litigarti Jack Nicholson con una donna più giovane. Oppure quando nel poster non c’è più la tua faccia, ma la foto di una cucina». «Comedy with a message», l’ha definita il New Yorker, sottolineando come il rischio femminismo serioso viene evitato da Schumer con massicce dosi di autoironia, ma soprattutto con l’aver creato una stage persona che non è certamente meglio dell’ambiente in cui si muove. Da una parte, l’Amy vera pronuncia discorsi pubblici sull’autostima che vengono applauditi e ripresi dal New York Magazine per il coraggio e la verità con cui racconta le sofferenze degli anni del college quando era sì già simpatica, ma bruttina e impopolare. Dall’altra, quella televisiva prende il giro lo stereotipo della ragazza che crede che tutto le sia dovuto, troppo sicura di sé, superficiale e egocentrica, sempre alla ricerca del selfie perfetto e che dà al sesso orale il valore di una stretta di mano.

«Devo smetterla di fare così tante ragazze bianche», dice Paul Giamatti, nei panni di Dio invocato da Amy-personaggio affinché intervenga e non le faccia venire l’herpes contratto durante un incontro occasionale. Questo favore avrebbe però come prezzo la distruzione di un villaggio in Uzbekistan e la morte di centinaia di bambini, eppure Amy non ha dubbi: «Fallo, ti prego». Per la cronaca: lo sketch finisce con lei che offre a Dio una prestazione orale e con lui che risponde: «No grazie, sono gay». Per questo e per altro, i critici americani quando devono trovare un paragone a Schumer tirano fuori Louis C.K., un maschio che più maschio non si può. Un complimento, certo, essere paragonata al più talentuoso in circolazione, ma anche un bel paradosso per una che fa della comicità femminista.

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