Racconto

Il prete disse che per trovare Dio dovevano pensare all’immensità: imparare a guardare quel che li circondava. Dio era come un colpo d’occhio su tutto, ed era in tutto, e non c’era cosa migliore che soffermarsi sulle cime per sentirlo. Indicò le Alpi che li circondavano come una corona di rocca nuda, la neve che pulsava bianca nella luce di luglio, e sorrise a tutti con benevolenza. Dietro di Paolo, qualcuno sussurrò: «Ma la finisce o no, ‘sto vecchio scemo?» Giulio scoppiò a ridere ma si coprì la bocca con la mano. Il prete non si era accorto di nulla e disse che potevano andare a cena, a meno che qualcuno non avesse domande. Nessuno aveva domande. Si spostarono in massa in refettorio, correndo e tirandosi degli spintoni.

Paolo sedette di fianco a Davide, che tremava per il freddo e continuava ad asciugarsi il naso sul polso: l’avevano gettato dentro una pozza d’acqua al ritorno dalla gita, e nonostante una doccia bollente non si era ancora ripreso. Gli sfigati del gruppo erano Davide, Ranchetti e lui. Gli altri lo chiamavano il Monco, ed era l’unico con un soprannome. Davide cercava di comprarsi la tranquillità con la piccola collezione di giornaletti porno che si era portato dietro, ma invano. Ranchetti invece era obeso, con gli occhi sprofondati nelle guance. Soffriva di vesciche. Dopo la gita, Paolo l’aveva visto rovesciato a pancia in giù su una sedia nello sgabuzzino, mentre una delle cuoche gli spennellava una crema sulle piante dei piedi.

Per cena c’era una cotoletta alla milanese piatta e dura. La fetta di Paolo era già tagliata. Drago lo guardò tentennare un istante, la forchetta nella mano destra.

«Il solito culo, eh, Monco? Non devi neanche affettarla».

Una metà del tavolo rise.

«Smettila, Drago», disse uno degli animatori.

«Ma che ho detto?».

«Smettila».

«Non è colpa mia se è un handicappato».

Ora tutto il tavolo scoppiò.

«Basta!».

Drago chinò la testa, come per scusarsi, ma senza spegnere il sorriso. Paolo lo fissò e sentì crescere quel sorriso dentro di sé. Drago strizzò l’occhio a Giulio dall’altra parte della tavolata, ed era così bello e terribile, i capelli biondi lisci tagliati a caschetto, il collo lungo e nervoso. Paolo abbandonò la forchetta e si alzò in piedi.

«Ehi», lo chiamò don Arturo.

Non rispose.

«Paolo, torna qui!».

«Ho dimenticato la pastiglia», disse.

«Puoi prenderla dopo».

«No, devo prenderla adesso».

«Tua madre ha detto…».

«Devo prenderla adesso. Davvero».

Drago diede di gomito a Berti. Il prete sbuffò; sembrava impotente. «Va bene», disse. «Ma torna subito».

Paolo salì le scale ed entrò nella stanza che divideva con altri quattro ragazzi. Puzzava d’umido e verdure cotte e mutande sporche. Frugò nella borsa che aveva ficcato in fondo al letto a castello e tirò fuori il biglietto che sua madre gli aveva lasciato, il giorno prima di partire.

Gioia mia,

mentre leggi questo biglietto sarai già sul bus. Non ci vedremo per due settimane. Non sai quanto mi pesa. Voglio solo dirti questo: non aver paura, e non ascoltare gli altri se ti prendono in giro. Non capiscono niente. Ricordatelo. E ricordati sempre di prendere le medicine. Sempre. Tre volte al giorno.

Ti voglio tanto bene,

Mamma

Lo ripiegò in quattro e poi in otto e poi cercò di piegarlo anche in sedici, ma era impossibile. Allora lo seppellì nelle tasche. Poi prese la boccetta delle medicine e la aprì. Le pastiglie avevano una forma lievemente ovoidale, metà blu e metà verdi. Il colore gli era sempre sembrato sospetto. Ne prese una e la strinse fra i denti. Andò in bagno, fece scorrere l’acqua del rubinetto e la inghiottì. Poi si guardò allo specchio.

Il dottore gli aveva spiegato che il cuore è come un buon operaio che non dorme mai, e fa sempre il suo mestiere: un operaio con l’orologio in tasca, che a volte deve correre un po’ di più, a volte deve tirare il fiato. Ma non può fermarsi mai. Ecco, le medicine servivano a questo, a dargli una mano. Se si fosse fermato, be’, lo sapeva, no? Ma non doveva preoccuparsi. Bastava ricordare: una la mattina, una a pranzo, una a sera. Come le preghiere: benedici l’alba, ringrazia per il cibo, confessa i tuoi peccati. Prese un altro sorso d’acqua. Poi alzò la mano sinistra e i moncherini si mossero appena nello specchio; il cuore almeno poteva nasconderlo, ma quello no.

«Ciao, Monco», disse.

Il giorno dopo fu stranamente tranquillo. L’itinerario scelto era breve e suggestivo, un sentiero che tagliava dritto in un bosco di larici per poi sbucare all’improvviso lungo un vasto prato, sopra cui si allargava a rilento. Quando dopo un paio d’ore giunsero sulla sella a ridosso del monte, Paolo si accorse che per un momento poteva essere ciò che voleva: un ragazzo in gita con l’oratorio in un paese incastrato sulle Alpi, fra foreste e altopiani, e ruscelli che apparivano all’improvviso oltre un cumulo di massi.

Seduto su una radice a mangiare una mela verde, guardando le volute delle aquile intorno a una croce delle cime, Paolo sentì l’estate assumere la forma da lui tanto desiderata: l’estate che leggeva nei fumetti di suo padre o nei libri d’avventura, la promessa di libertà e gioia, uno spettro di umori e corpi che fremevano, corpi sani e magri, i corpi di Berti e Drago e Ballabio che si tuffavano nello specchio azzurro di un lago. C’era qualcosa di perfetto in tutto, un grano di luce deposta. C’erano i nomi che ritrovavano le cose, e come loro erano immensi, agili, o pungenti. Foresta, aquila, rugiada. In fondo non gli serviva molto, ed era quanto aveva chiesto a se stesso prima di partire: la conclusione era già scritta, ma doveva lottare per compierla nel modo migliore. Non si può sparire dalla terra prima di averla calpestata con dignità.

Don Arturo tenne la messa in una radura, loro seduti a semicerchio con in mano il foglietto con le preghiere e una serie di spunti dal titolo Riflettori su di te — avevi capito davvero quello che si era detto? avevi fatto un esame di coscienza? come ti sentivi? e cosa pensavi quando pregavi? La solita voce che non riconobbe, dietro di lui, disse: «Quando prego io mi guardo il cazzo.» Le solite risate soffocate a fatica.

La sera stessa, in bagno, Ranchetti lo sfidò. Fu una cosa veloce. Si sarebbero trovati due giorni dopo alle otto nello spiazzo dietro la casa cantoniera, poco oltre il paese, terza curva dei tornanti. Niente morsi né calci nelle palle. Mentre parlava, il labbro superiore gli tremava come impazzito, e teneva gli occhi bassi.

«Niente calci nelle palle, okay?», ripeté.

Paolo annuì. Al momento tutti furono sorpresi, ma la cosa più importante era il fatto che avrebbero potuto raccontare agli amici, al ritorno: una sfida, una vera sfida. Ci sarebbe stato molto sudore, dei lividi, delle urla; ad andar bene anche un po’ di sangue. Era questo a dominarli: la prospettiva di una storia. In un certo senso, valeva anche per Paolo. Non aveva mai fatto nulla a Ranchetti. Forse lui voleva giocarsi la possibilità di ottenere rispetto, schiacciandolo ancora più a fondo. O forse semplicemente non c’erano motivi e andava bene così. Ma Paolo non poté che vederci una sublime coincidenza con il piano che aveva elaborato da tempo.

Per tutta la sera e il giorno successivo fu lasciato in pace, e anche Ranchetti se la passò bene. Drago e gli altri se la presero solo con Davide. Lo tennero fermo contro il muro e lo costrinsero a bere una bottiglia intera di Coca-Cola. Il gozzo gli andava su e giù come una palla da tennis. Era tutto rosso. A un certo punto scoppiò e il liquido prese a scorrergli ai lati. Si dimenava, ma lo tenevano stretto per le braccia e il collo. Strizzò gli occhi e cercò di respirare col naso, e quando se ne accorse Parenti gli tappò il naso con due dita. Lui mugolò qualcosa, scosse la testa sempre più forte. Per fortuna arrivò il prete a liberarlo.

Paolo passò il suo tempo a leggere. Si era portato dietro un libro di Neil Gaiman, Coraline. Era un bel libro — nient’affatto da bambini, per quanto poteva capirne lui. Immaginava di avere qualche anno in più dei suoi undici, e un amico cui poter dire «sai, non è certo un libro da bambini, questo». Nel frattempo, Ranchetti abbozzava una sorta di allenamento. Fece un paio di corse attorno alla baita, tirò dei pugni a vuoto. Il grasso della pancia gli ballava sotto la maglietta, e lui ansava come un cane. Chiese persino qualche consiglio al Rosso, l’unico animatore che non aveva alcun interesse a tenerli tranquilli, e anzi amava fomentare risse e litigi. Paolo leggeva Coraline e aspettava: e per cinque volte prese le medicine.

Il giorno del duello non andarono in gita. Nel pomeriggio lo venne a trovare Berti. Era un tipo magro e agitato che godeva della protezione di suo fratello. Parlava velocissimo. Paolo era seduto nel prato di fronte alla baita e guardava il cielo. Le nuvole erano enormi, gonfi corpi frastagliati da cui ogni tanto si staccava un riccio, uno sbuffo.

«Ohi», disse Berti.

«Ciao», disse Paolo.

Si sedette di fianco a lui e cominciò a strappare l’erba del prato.

«Sei pronto?», chiese.

«Sì».

«Non hai parlato con nessuno».

«No».

«Ranchetti è andato dal Rosso a farsi spiegare le cose».

«Lo so».

«Però è lento. Ha le vesciche sui piedi, quel coglione. Tu almeno sei veloce».

«Già».

Berti sputò a pochi centimetri dalle sue scarpe e strappò altra erba.

«Hai paura?», chiese.

«No», rispose Paolo. «Non penso.»

«Hai mai fatto a botte?».

«No».

«Per me Ranchetti ti ammazza».

«Non me ne frega niente».

«È tre volte te».

Paolo tacque.

«Ma è vero che sei nato così, con le dita mozze, e basta?».

«Sì».

«Io pensavo fosse stato un incidente, tipo».

«No. Sono storpio dalla nascita. Contento?».

«E come cazzo fai a picchiare con le dita così?».

«Mi arrangerò».

«E se tipo cadi e ti rompi la testa e muori?».

«Boh».

«Drago dice che sei frocio, lo sai?».

Paolo strinse gli occhi più forte che poteva, fino a trasformare il rosso in un grigio sempre più scuro, e immaginò che quel grigio potesse riempirgli la testa fino all’orlo.

«Non me ne frega niente», disse.

«Dice che lo guardi».

«No».

«Mi sa che è vero, invece. È vero?».

«Vai via».

«Frocio del cazzo!».

«Lasciami stare!».

Berti strappò ancora qualche ciuffo d’erba, poi gli tirò uno spintone e corse via verso la baita. Paolo riprese a guardare le nuvole e pensò che la normalità doveva essere una cosa meravigliosa: imparare nomi nuovi e cercare isole lontane sull’atlante con delle mani che non erano le sue, delle mani vere: e poi svegliarsi con la bocca buona e fresca o tenere le mani in tasca e fischiettare, o anche essere crudeli e bellissimi come Ballabio e Drago e crescere; crescere in pace da predatori e poi magari un giorno cambiare, maturare, diceva la gente, maturare, e dimenticare i passato senza un solo nitido rimorso — oh, quant’eravamo idioti, vero? Ma si sa, i ragazzi.

Più tardi Paolo prese il pacchetto delle medicine e andò in bagno; non c’era nessuno. Aprì il rubinetto, estrasse la pastiglia della sera, la rigirò fra le dita della mano buona e la buttò nel lavandino. L’acqua la seppellì. Doveva prendere tre pastiglie al giorno, sempre, per almeno cinque anni, e poi valuteremo, così aveva detto il dottore. Tirò fuori il resto del blister dalla scatola. Fece saltare ogni capsula rimasta, una dopo l’altra; il lavandino inghiottì tutto. Aveva pensato molto a quel momento. Coltivato dal momento in cui aveva preso coscienza di ciò che era e di quanto il suo aspetto metteva gli altri a disagio; limato e perfezionato negli anni, mentre il suo corpo subiva un secondo trauma al cuore – un dramma che poteva diventare un’occasione. L’aveva sognato negli interminabili pomeriggi d’inverno, quando rientrava a casa da scuola, solo e umiliato: ma soltanto ora che l’estate era giunta e aveva avuto un istante di pace – soltanto ora aveva compreso quanto fosse razionale la questa scelta.

Pensava che qualcosa di simile all’eccitazione si sarebbe impadronito di lui; aveva temuto di avere paura, che la mano buona gli tremasse: invece era tranquillo, persino annoiato.

Poi prese un bel sorso d’acqua e tornò in camera. Spostò la massa di vestiti sporchi contro il muro, si ritagliò un fazzoletto di terra dove buttare le ginocchia, e pregò. Aveva bisogno di un Dio che badasse a cose minuscole e fragili, che conoscesse il peso delle piume: non del Dio infinito di cui parlava il prete. Voleva un Dio che governasse la polvere sugli scarponi, i bicchieri grondanti, il muschio della fontana. Un Dio dell’indecisione, delle pastiglie e dei moncherini. Né lui né l’altro esistevano, secondo Paolo, ma conveniva mettersi l’animo in pace; così disse: «Mi capisci, no?».

Ma prima doveva mostrarsi degno.

Arrivò dunque alla casa cantoniera con solo qualche minuto di ritardo: Ranchetti lo aspettava con le braccia conserte sull’enorme pancia. C’era un buonissimo odore di legna, e il torrente scricchiolava poco sotto, gettando lievi buffate d’acqua sul ponte e sulla strada. Drago si godeva la scena appoggiato alla staccionata, con una sigaretta in bocca. Il Rosso prese il ruolo di arbitro, e nessuno protestò.

«Ranchetti ha sfidato il Monco», disse. «Le regole sono: niente calci nelle palle, niente morsi, vince chi tiene sotto l’avversario, perde chi dice “basta” o “pietà”. Va bene?»

Paolo disegnò una linea a terra con il piede. Ranchetti sciolse le braccia e cominciò a saltellare. Il Rosso gridò «Via!» e si allontanò, mentre gli altri si stringevano a cerchio attorno ai due. Ranchetti partì di colpo, abbassando la testa e agitando le braccia come un disperato. Paolo lo schivò. Non sapeva assolutamente cosa fare, ma Ranchetti era lento e grasso e lui l’aveva schivato. Si ritrovò alle sue spalle e gli tirò un calcio, ma lo mancò. Sentì l’aria uscirgli dai polmoni con uno sbuffo. Ranchetti gli venne sotto di nuovo, e di nuovo Paolo riuscì a schivarlo, come se stesse affrontando un toro nell’arena. La cosa si ripeté altre due volte mentre qualcuno cominciò a fischiare e dire ai due di menarsi sul serio. A quel punto Paolo ci provò. Fece partire un pugno con la mano buona: affondò nel fianco di Ranchetti con una facilità deliziosa. L’istinto gli suggerì di continuare subito, e così fece: un calcio nello stinco a destra e il suo avversario cadde a terra. Paolo sentì delle grida eccitate e qualche «Vai, vai! ». Di nuovo non ci fu bisogno di pensare: piantò le ginocchia sul ventre di Ranchetti per tenerlo fermo e cominciò a prenderlo a pugni sulla testa. L’altro cercava di divincolarsi, allungava le mani  per strozzarlo, ma Paolo riusciva a tenerlo a bada. Continuò a pestare finché il prete non li separò gridando. Gli altri ragazzi corsero via in massa, separandosi a piccoli gruppi; il Rosso fuggì con loro. Solo a quel punto Paolo si rese conto di cos’era successo. Aveva vinto.

Drago era uno dei pochi a essere rimasti. Gli passò vicino, furtivo, e finse di tirargli una ginocchiata: ma Paolo era così stanco e confuso che non tentò nemmeno di evitarla. Il colpo si fermò a poca distanza dal suo inguine.

«Bravo, Monco», disse Drago abbassando la gamba. «Cos’è, stai diventando un duro?».

«Non lo so. No».

«Adesso don Arturo ti fa un culo così. Ma sei stato bravo».

«Grazie», disse Paolo.

«Grazie un cazzo», disse lui. «Cosa credi, di essere meglio di lui? Perché non l’hai messo sotto subito? È un ciccione di merda ed è più lento di te, anche se tu hai una mezza mano in meno».

A Paolo piacque il mondo in cui lo disse, il suono delle lettere: una mezza mano in meno. Alzò ancora le spalle e lo guardò. Sei splendido, mio carnefice.

«Fai cagare», concluse Drago.

«È vero», sorrise Paolo. «Faccio cagare».

Dormì sereno, e la mattina dopo si alzò prima di tutti gli altri. La punizione prevedeva un giorno intero chiuso in casa a pulire i cessi e la cucina e una telefonata ai genitori di Ranchetti. Andò nel prato dove guardava i tramonti: gli sembrava giusto vedere anche l’alba. Si sedette e incrociò le gambe. Forse avrebbe dovuto pregare di nuovo, ma cosa poteva chiedere ancora? Di quale colpa doveva lavarsi? Riteneva che fossero pari, in qualche modo.

Annusò l’aria che andava scaldandosi e arricchendosi di odori, mentre la luce si allargava sul meleto e sull’erba e sulla vecchia malga: era estate anche per lui, adesso, e per lui solo. Sarebbe durato ancora pochissimo, prima del giorno — prima che tornasse la vita che era condannato a vivere: e se c’erano medicine capaci di allungarla, non c’erano medicine sufficienti per placarne il dolore.

Secondo quanto aveva appreso da don Arturo, morire non era poi così terribile. Si passava un po’ di tempo a bruciare in purgatorio, e poi si finiva in paradiso. Oltre le creste le nuvole si passavano dall’arancio al bianco e si ispessivano, si gonfiavano, e un gallo cantò, e un uomo aprì una persiana. Paolo starnutì. Non sapeva bene cosa sarebbe successo: probabilmente l’avrebbero salvato; non si moriva certo per così poco. Ma gli avrebbe fatto prendere un bel colpo. E se il suo cuore si fosse fermato davvero’, be’, amen.

Quindi si sdraiò con le mani sotto la testa, come un ragazzo qualsiasi, i moncherini nascosti, come un ragazzo qualsiasi, e decise di attendere soltanto. Dopotutto almeno una cosa l’aveva fatta; era stato bravo.

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