«Potrei friggere un uovo sul cofano» pensò Benny, sigillato nell’abitacolo della macchina, il motore acceso e l’aria condizionata a mille. Un’ondata di caldo aveva svuotato la città, abbandonata dagli esseri umani come animali in fuga da un incendio. Solo che i suddetti esseri umani avevano lasciato gli animali a lui e al negozietto. «Pezzi di merda con la casa al mare o al lago» rimuginò, con la mente al monolocale infuocato dove viveva, unica metratura che potevano permettersi con lo stipendio di Chantal e il modesto compenso in nero che gli dava il cugino per sostituirlo ogni tanto al negozio dal lezioso nome Doggy Style. Animali pettinati&acconciati.

Lui, Benny il Mastino. A fare lo shampoo. Ai cagnolini.

Ma non aveva altra scelta.

Il bar sull’altro lato della piazza sembrava dall’altra faccia della Terra, anzi del deserto, e lui aveva ancora addosso l’odore di quel botolo di Linus. «Linutti», come lo chiamava la signora Pizzigalli. E poi non era Snoopy, il cane? Bah.

«Le raccomando Linutti» aveva pigolato l’arpia. «Me lo tratti coi guanti».

Coi guanti, certo, visto che il botolo puzzava da far schifo. E Benny l’avrebbe volentieri strangolato senza lasciare impronte. Ogni tanto, mentre lo lavava, stringeva appena appena per sentirlo tremare. Sarebbe bastato così poco. Ma come spiegarlo a suo cugino e alla signora Pizzigalli? Linutti non deve morire.

Aprì lo sportello con una bestemmia e uscì nelle sabbie mobili della giungla d’asfalto. Asfalto? Sembrava burro.

«Ciao Benny, mi sa che in città sei rimasto solo tu…». Stefano, il barista del quartiere, chino sulla Gazzetta. Facile per lui, con l’arietta di montagna sparata dall’enorme condizionatore. «Domani c’hai da lavorare?»

«Più o meno.»

«Anche di sabato?»

«E chi ce lo dà il cibo alle bestie? In più Chantal ha un matrimonio. Poi c’ho le pezze al culo. Dai, cambiami ’sto deca.»

«Dice che ha le pezze al culo. E gioca al videopoker.»

«E tu perché ce li installi i videopoker?»

«Perché c’ho le pezze al culo.»

Nel corso della partita calò il silenzio, interrotto solo dai colpi regolari delle dita tozze di Benny contro i tasti della macchinetta.

Quando la campanella della porta trillò, Stefano e Benny lanciarono un’occhiata distratta verso la porta. Era entrato un ragazzetto dai cappelli tinti di viola, una maglietta attillata di Lady Gaga, pantaloncini rosa, un borsello a tracolla e le ciabatte fosforescenti.

«Buongiorno» esclamò con voce chioccia. «Saresti così gentile da servirmi una granita al limone, tesoro?»

«La granita ce l’ho», rispose Stefano. «Ma tesoro a me non mi ci chiami.»

«Miao», rispose il ragazzo, girandosi verso Benny. «Come va la partita al videogame?»

«Primo: è un videopoker. Secondo: se non chiudi quella fogna di bocca ti sbatto fuori a calci, ricchione.»

Detto questo, Benny si tirò su la manica della camicia fino al bicipite e mise in bella mostra una croce celtica che sbiancò il ragazzo e anche la fosforescenza delle sue ciabatte. La granita venne consumata in un silenzio dittatoriale e un attimo dopo la campanella trillò in uscita.

«Certo che fuori è proprio un forno, Mastino» disse Stefano.

«E infatti è lì che dovrebbero stare».

«Oggi ne ho beccato un altro al baretto». Benny e Chantal, entrambi in canotta e mutande, mangiavano un’insalata di riso vecchia di un paio di giorni. «Faceva lo scemo, capito? Con me…».

«Mamma come esageri… A me stanno simpatici. Ce n’è uno da noi bravissimo come hairstylist che è così gentile».

«Sono gentili perché sono deboli. Chissà perché dite hairstylist, poi».

«Per dire che non siamo come i cinesi. Quelli fanno i parrucchieri».

«Allora è giusto».

Chantal finì il bicchiere d’acqua gelida e sbuffò. «Dio, si muore… E domani sarà peggio. Mannaggia a quando s’è rotto il Pinguino. Perché non ce ne andiamo?».

Benny rise. «Brava. E i soldi?».

«Se non li buttavi tutti nel videopoker, magari qualcosa da parte ce l’avevamo».

«Ma se non ci gioco da un mese».

«E al bar di Stefano che ci sei andato a fare?».

«Una granita al limone, no? Comunque domani devi lavorare».

«Solo fino alle undici».

«E i cani?».

«Ai cani dai il cibo domattina e domenica sera. Sopravvivono. Mica Linutti va a raccontarlo ai padroni, no?».

«E se qualcuno torna in anticipo?».

«Amo’, qui non ci torna nessuno fino a domenica a mezzanotte. La città è un inferno.»

Passarono la notte sdraiati a letto boccheggianti, ad aspettare un filo d’aria che non arrivava mai.

«Perché non facciamo ’sta gita?», mormorò Chantal. «Ce la siamo meritata, no?».

Benny rispose con un grugnito.

«Il mare…», borbottò Chantal, nel dormiveglia. «Il mare…»

La mattina dopo, entrambi con le occhiaie per il sonno molestato dall’afa, sorseggiarono un caffè amaro accanto al letto.

«A che ora torni?», chiese Benny.

«Verso le due, credo».

«Dove si sposa quella?».

«Nella villa di campagna».

«Te pareva».

«Tu che fai?».

«Passo a dare da mangiare al negozio e torno a casa».

«Ti scrivo dopo, pucci».

«Sì, ma niente emoji. Roba da froci».

Chantal alzò gli occhi al cielo.

Una volta a casa da solo, Benny valutò se farlo o meno. Il pensiero, chissà perché, gli finì su quel gay al bar. Feccia. Si alzò dal divano, nel calore soffocante, e recuperò in fondo all’armadio i cd con i discorsi. Vediamo un po’: il discorso sul delitto Matteotti o quello sulla fondazione di Littoria? O, ancora meglio, l’ultima straziante arringa al Lirico di Milano? No, meglio fare le cose in grande. La Dichiarazione di entrata in Guerra. Un giorno così orrendo si meritava un’arringa di livello. Benny guardò fuori dalla finestra il deserto del condominio. Dicevano tutti la crisi, ma intanto guarda le parabole. E il weekend? Spariti. Meglio, così poteva mettere il volume al massimo. Camerati, a noi: si sbottonò i pantaloni. «La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano…». Sulle sillabe scandite dalle immortali labbra, dietro i rintocchi stupefacenti della retorica ducesca, Benny arrivò al culmine – «Vincere!» – con stampati bene in testa gli occhi sgranati del mascellone. Dopo, come gli capitava finito l’assalto alla baionetta, pensò al padre. Morto e sepolto ormai da un pezzo, il vecchio sapeva usare la cinghia, con lui e con la mamma. Ma un uomo dev’essere un uomo. Quando l’aveva battezzato, gli aveva passato la Fiamma. Benny si pulì con un fazzoletto e, invece di rimettersi su quella barba di Evola, accese la televisione per vedere la replica di un talent.

Alle due e qualcosa Chantal entrò in casa.

«Oh, non hai preparato niente da mangiare?».

«Mi sono addormentato davanti alla televisione».

«Uff, che mollaccione…». Le brillavano gli occhi. «Senti, si parte?».

«Eh?».

«Un collega mi ha consigliato un posticino al mare. Lui doveva andarci ma la mamma non sta bene e quindi ci lascia la camera. Solo 30 euro per una notte. In più il capo mi ha anticipato la settimana. Ha visto le occhiaie e s’è intenerito, che ne so. Se stiamo tirati con il cibo, ce la facciamo. Due giorni a mollo!».

«Linutti e compagni dove li metto?».

«Sei stato abbondante prima con la pappa?».

«Sì».

«Vedi che lo sapevi già? Domenica sera li rimpinzi».

Benny non amava quando Chantal prendeva l’iniziativa, ma non poteva negare il fascino del progetto.

«E va bene».

«Evvai, Benny!».

L’autostrada era deserta, ma Benny evitava di accelerare per non consumare troppo. Inoltre aveva già il suo bel da fare a sopportare la tirata di Chantal contro i tatuaggi.

«Va bene la croce celtica, amo. Ma quella roba sul bicipite…».

«Si chiama svastica. Poi a te che te frega».

«Dico solo che quelli non mi stavano simpatici».

«Cioè?».

«Cioè erano, non lo so, cattivi».

«Balle giudaiche. Ti sei fatta rincretinire dalla propaganda. Il mito dell’olocausto e dello sterminio».

«Ma le foto…».

«Fotomontaggi, amo’! Fotomontaggi!».

«Allora com’è che dici sempre che devono finire nei forni se i forni non c’erano?»

Per un attimo Benny rimase spiazzato dal ragionamento. Erano quei parrucchieri finocchi a indottrinarla. A cucinare doveva stare: ecco l’ennesima dimostrazione. Certo che però il suo stipendio faceva comodo. «Quelli erano solo campi di prigionia, lo dicono i libri che mi ha passato mio papà».

Chantal sapeva che, quando entrava in ballo il padre, il discorso poteva dirsi chiuso. E infatti non continuò.

«Ma dove sta? In montagna?».

«È un posto meraviglioso».

«Meraviglioso? Lì sotto c’erano le spiagge. Qui si sale e basta».

«Che lagna. Sono paesini arroccati. “Suggestivi”, come dice il mio collega hairstylist».

«Allora stiamo freschi».

«Freschi, appunto. Almeno si respira. E il mio collega è un mago della piega».

«Ci credo, è frocio».

«Parli tu», osò Chantal, con una risatina. «Che fai più o meno lo stesso mestiere…».

Benny inchiodò. «Io non faccio lo stesso mestiere. Io lavo i cani a fighetti pieni di soldi e tiro su qualche euro, anche per aiutare mio cugino. In attesa che tutto cambia…».

«Ah, sì? E come?».

«Appena ho messo qualcosa da parte apro il Circolo della Verità».

«E che ci fai?».

«Vendo i libri che dico io. E servo birra celtica».

«A proposito, hai visto che pure in Irland…». Si morse il labbro. «Ma non sono illegali i libri che dici tu?»

«Ancora per poco».

A quel punto il discorso si arenava sul progetto vago di un camerata con agganci nella Capitale – l’Urbe – dove girava voce che in caso di ritorno al potere una leggina in relazione alla dignità storiografica di certo revisionismo forse magari un giorno…

«Dai», troncò lei. «Un paio di curve e siamo arrivati».

Affascinante, il paesino, ma non si trovava un posteggio nemmeno a pagarlo. Finalmente, sistemata l’auto alla bell’e meglio, Benny annaspò con le sacche in spalla, fino alla piazza dove aveva scaricato Chantal.

«È delizioso».

«Sarà, ma ancora non si vede il mare».

«Dai, musone mascellone: andiamo a vedere dov’è il nostro alberghetto».

Sistemate le cose nella pensione, Benny e Chantal andarono alla reception.

«Lascia parlare me», intimò Chantal. «Senta, un’informazione…».

«C’è il mare da qualche parte?», ridacchiò Benny.

«Sssh… C’è una spiaggia nelle vicinanze?».

«Guardi, una spiaggia vera e propria non c’è. Abbiamo il moletto qui sotto. Là si può fare il bagno. Se no…».

«Se no?».

Il ragazzo notò la croce celtica sul polso di Benny ed ebbe un attimo di esitazione. «Se no c’è Luvano Beach, ma non ve la consiglio».

«Perché?».

«È… complicato arrivarci».

«Complicato?».

«Complicatissimo».

«Vabbè, intanto andiamo al moletto, no?». Chantal si voltò verso Benny che annuì controvoglia.

«Tanto valeva andare all’Idroscalo».

«Oh, che noia! Ma guarda che spettacolo!».

Tutta gocciolante, Chantal si sdraiò accanto a Benny, sfiorando l’avambraccio del vicino.

«Spettacolo? Siamo in metà di mille, sdraiati sul cemento, per di più».

Benny non aveva tutti i torti. Dopo la svolta, la scalinata a strapiombo aveva rivelato un porticciolo senza spiaggia con un semplice molo che definire un carnaio era poco. Però il mare era bello, sopra si stagliava quel paesino caratteristico e non facevano una vacanza da mesi.

«Buttati anche tu. L’acqua è stupenda.»

Benny pensò per un attimo alla voce del Duce che riecheggiava nel condominio deserto, come le città di quel pittore, la metafisica dell’Eur o quello che era, ed ebbe un brivido di rammarico. Poi fece un sorriso a Chantal, controllò che il tizio accanto in slip attillati non la guardasse troppo e si tuffò nell’acqua fresca. Ma sì, poteva anche andare per un fine settimana.

Più tardi, davanti a un piatto di fritto scadente, Chantal tornò a tormentarlo sul tatuaggio.

«Non potresti cambiarlo un po’? Che so, addolcirlo».

«Seee, ci metto un emoji. Guarda che questo simbolo esiste da sempre».

«In che senso?», chiese lei, succhiando un anello di totano.

«C’era già in India. Nei templi, no?».

«Cioè, prima di Hitler?».

«Eh».

«E cosa vuol dire?».

«Vuol dire che tutto questo esisteva da molto prima» azzardò Benny, sull’onda del vino della casa. «Hitler è meno importante dell’idea di base».

Stava avventurandosi su un terreno minato, lo sapeva, ma Chantal non era agguerrita come i frequentatori di certi forum.

«Cioè Hitler non è indispensabile?».

«Caffè? Ammazzacaffè?».

«Sì», rispose Benny, con sollievo, sia a lei che al cameriere.

Il giorno dopo, fatta la prima colazione, tornarono dal ragazzo alla reception.

«Scusi sa, ma il moletto è troppo affollato. Non è che ci potrebbe dire come arrivare in quell’altro posto. Quel Guzzano?».

«Luvano».

«Esatto».

«Non è facile arrivarci, vi avviso. E poi… E poi…».

«E poi?».

«Niente. Ora vi spiego».

Bisognava superare il punto dove avevano parcheggiato la macchina, trovare una scalinata che scendeva a precipizio, fare una serie di svolte e seguire una stradina tortuosa fino al vero ostacolo. Andava attraversato un tunnel lungo almeno un chilometro.

«Un tunnel?» chiese allibita Chantal.

«Già» annuì il ragazzo, come a ribadire: Ve l’avevo detto, no? «Credo che sia ancora illuminato, ma sarà meglio se vi portate una torcia».

«Cioè, non c’è altro modo per arrivarci?».

«Temo di no».

«E al di là c’è la spiaggia?».

«Sì».

«E ne vale la pena?».

«Be’», esitò nuovamente il ragazzo. «La spiaggia è bellissima, sì».

Benny e Chantal si guardarono. Tanto valeva provare.

«E la torcia?».

«Possiamo fare senza», disse Chantal.

«Sicura?».

«Non avrai paura del buio?».

«Oh, non finisce mai», disse Benny, con il fiatone.

«Perché non chiediamo a qualcuno?».

Benny s’inoltrò per un viottolo laterale finché non trovò una signora che strappava le erbacce intorno al cancelletto di casa.

«Buongiorno, signora… È di qua per Luvano Beach?».

La signora si tirò su e squadrò Benny da capo a piedi, poi annuì. «Vuoi entrare nel tunnel, eh?».

«Me l’hanno detto. È lungo?».

«È una vergogna per tutti».

«Ma, ma… Non sarà poi così terribile».

La donna fece una smorfia indecifrabile. Benny girò i tacchi e fece qualche passo, quando la signora gli gridò qualcosa.

«Come?», domandò Benny.

«Ci sono quelli…».

«Quelli?».

«I mostri…».

La signora fece un gesto con la mano e sparì dentro casa, mollandolo lì nella luce abbacinante. I mostri? Non c’era un’anima, solo il silenzio della scarpata vuota. Per un attimo a Benny quel luogo parve disabitato, spaventoso. Un lieve frinire di cicale dava al tutto un sentore di eternità funebre. Pensò ai libri delle Edizioni Esoteriche, che ogni tanto sfogliava sul gabinetto. O alle parole del Vate, che però non ricordava con esattezza. Roba sul meriggio che gli metteva i brividi. Si affrettò a tornare da Chantal.

«Allora?».

«È giusto per di qua», fece segno Benny, senza accennare alle parole della signora.

«Che hai? Sei sbiancato».

«Niente, niente. Un calo di pressione».

Arrivati alla base della scalinata, approdarono al sentiero. Non vedevano l’ora di arrivare a quel tunnel, per poi sdraiarsi sulla meravigliosa spiaggia di Luvano.

Chantal esitò. «Ma il tunnel non sarà pericoloso?».

Benny avrebbe voluto rassicurarla, se non che le parole della signora avevano preoccupato anche lui e quindi avrebbe tanto voluto essere rassicurato a propria volta. «Ma va’». balbettò. E poi, in un sussulto di ragionevolezza, prima ancora che di mascolinità. «Siamo al mare, dai!».

Detto questo la guidò verso l’ultima svolta. Ad attenderli, dietro l’angolo, c’era la nera imboccatura di un tunnel che spariva nella montagna. Benny aveva imparato a considerare il nero come fraterno. L’assenza di colore e di emozioni, la tinta inflessibile della bella morte e del sacrificio, ma anche della rigenerazione. In più accanto all’entrata c’era un cartello con su scritto «Luvano Beach», sebbene corretto in «Luvano, Bitch!», accompagnato da una rassicurante bandiera arcobaleno. Eppure, davanti a quel nero vacuo e muto, sentì vacillare la sicurezza. E, per la prima volta dopo la morte del padre («Chi è stato a rompere quel vaso?», la voce imperiosa che precedeva la cinghia), avvertì un tremore alle gambe.

«Possibile che per andare a fare un bagno si deve attraversare un tunnel?», imprecò Benny. Si inoltrò di qualche passo dentro la galleria. Non si vedeva nemmeno un leggero chiarore, manco a pochi metri. Solo un tetro, cupo, fosco silenzio, enfatizzato dalla vaga eco di un gocciolio. Un film d’orrore, puro e semplice.

«Te la senti? Se no, si aspetta».

«Si aspetta cosa?».

«Qualcuno con la torcia».

Se ne stavano lì, con le pinne e le maschere e il boccaglio, come due cretini, davanti alla bocca nera a guardarsi intorno senza sapere che fare. Poi un essere umano apparve dietro l’angolo. Aveva la barba, i jeans sdruciti e la maglietta dell’Italia. Un uomo virile che rassicurò sia Benny che Chantal. Soprattutto, in mano aveva una torcia.

«Ciao raga! Aspettate qualcuno?».

«No, è che…», rispose Chantal. «Non abbiamo la luce».

«Mai venuti a Luvano?», esclamò il tizio. «Ma è il paradiso. E non solo dei nudisti…».

«Nudisti?».

«Poi è bello vedere anche qualche etero in spiaggia», continuò, senza notare il loro stupore. «Altrimenti sai che noia.»

I mostri. In un lampo Benny capì cosa intendeva la signora. I mostri di Luvano Beach: nudisti omosessuali. In quell’istante, senza farsi notare, Chantal allungò una mano per coprire la svastica che spuntava appena dalla manica corta della maglietta di Benny. Ma il tizio sembrò accorgersene, perché disse: «Sai che non è sbagliato riappropriarsi di quei simboli lì? In fondo nei templi indù rappresentava semplicemente il sole e qui certo non manca». L’uomo fece un sorriso affettuoso a Benny il Mastino. «Carina, la maglietta.»

In quell’istante Benny si rese conto d’aver messo – proprio quel giorno, disgraziatamente – la maglietta del negozietto Doggy Style. Non fece in tempo a rispondere che dietro l’angolo spuntò una nuova pattuglia di uomini. Dieci-dodici mostri di Luvano in assetto da combattimento.

«Per fortuna c’è qualcuno, ragazze!», gridò il primo. «C’eravamo dimenticati la torcia!»

«Allora, organizziamoci» disse quello con la maglietta dell’Italia. «Io capofila, con la fiamma. Voialtri tutti dietro di me. Sarà meglio tenersi per mano, in modo da non perderci».

Chantal lanciò a Benny uno sguardo implorante: Pensa al caldo infernale in città, dove Linutti boccheggia. Gli strinse il palmo sudato, un po’ per mettersi in fila e un po’ per rassicurarlo. Il dramma fu l’altra mano, perché il capofila allungò la sua verso Benny, il quale avrebbe volentieri risposto con una testata ma – tra il nervosismo di Chantal, il bisogno di fare il bagno e l’attesa degli altri mostri, già tutti mano nella mano – si sentì costretto a stringere quella decadenza fatta persona e a partecipare a quell’oscena catena umana. O meglio disumana, snaturata, invertita.

Così si inoltrarono nel buio. Era davvero molto fitto e sarebbe stato impossibile attraversarlo senza guida. Perfino la luce della torcia, che pure era lì davanti a Benny, lottava a fatica per non essere risucchiata dalle tenebre. L’umidità intirizziva le ossa e una goccia cadeva qui e là mettendo i brividi. Non bisogna avere paura, pensò Benny. E invece ne aveva. Tutti quei mostri dietro di lui, compresa Chantal. Poi accadde qualcosa. La presa salda e asciutta della guida gli comunicò una sensazione dapprima di sicurezza, quella che non era riuscito a comunicare a Chantal poco prima. Quindi di tranquillità, o forse di languidezza. L’immagine di un raro sorriso paterno si fece strada in lui, sovrapponendosi ai momenti del Mussolini più felice, durante la marcia su Roma. O ancora prima: alla direzione del Popolo d’Italia. Languidezza, sì. Finché in quel buio ci fu solo la mano salda dell’uomo davanti e all’improvviso all’inguine si fece strada un’erezione che Benny non ostacolò. Il suo revisionismo, la sua verità. Come il locale che avrebbe tanto voluto aprire. Lasciò andare la mano di Chantal e non se ne preoccupò. A un tratto sentì una musica distante, come una marcetta, insieme marziale e angelica. La mano dell’uomo con la maglietta dell’Italia lo scortò di lato, con un passo leggero dove a guidare la danza non era Benny. E dove lo guidò? Dove guidò il nostro uomo, all’anagrafe Benito Frangipane, Benny per la fidanzata e Mastino per i camerati? Lo guidò fra i mostri di Luvano, dentro un buio rassicurante dove Benito non riuscì a non immaginare il tenerissimo emoji di due uomini che si baciano: di lì in poi, fu tutto molto dolce.

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