Yolo / Cinema

Scienza, genio, Harvard. Una cronistoria

IL 72 19.06.2015

LaPresse

Natalie Portman e l’ambizione sconfinata

Natalie Portman ha poco più di trent’anni e nessuna intenzione di passare alla storia del cinema come un’Angelina Jolie (molto bella) o una Sofia Coppola (semibrava).
Neta-Lee Hershlag (Gerusalemme, 1981).

1985. Non ha mai voluto un’infanzia felice: a 4 anni è iscritta a danza, a 8 diventa vegetariana, a 9 la vogliono come modella Revlon.

1990. Intuisce a 9 anni e mezzo che la bellezza conta molto ma non puoi contarci a lungo e supera la seduzione dello specchio: rinuncia a un futuro nei lucidalabbra economici (poi arriveranno i profumi Dior) per concentrarsi sulla recitazione. Subito le prime delusioni: la bocciano ai provini perché impresentabilmente piccola. Cerca di crescere passando le successive estati allo Stagedoor Manor Performing Arts Camp.

1994. Finalmente la ricompensa per la privazione di giocattoli: la parte in Léon. La Bambina Portman si rivela sublime nelle scene di fumo (gli avvocati dei genitori pretesero un contratto con non più di 5 sigarette, niente inalazione e vollero una firma anche per il messaggio educativo: Mathilda doveva perdere il vizio nel secondo tempo).

1999. Mentre si misura col mainstream (Star Wars), la liceale Portman continua a non andare alle feste e la sua ricerca sulla produzione enzimatica di idrogeno dagli zuccheri finisce all’Intel Science Talent Search, competizione per l’élite scientifica.

2000. Il film con le astronavi è deludente, la critica la maltratta, Natalie torna a studiare. Dichiara: «Vado ad Harvard. È meglio essere intelligente che grande attrice». La matricola Portman ha un IQ da quasi genio (140) e studia psicologia: si è senz’altro accorta di aver messo “smart” e “movie star” come pericolosissimi opposti nella frase. Era voluto.

2004. Finita la scuola, era tempo di carriera. Natalie inizia a insistere meglio: si mette nuda con una parrucca rosa al palo da lap dance in Closer e perfeziona il talento “ragazza complicata che piange col labbro che trema”.

2005-2008. Solo una nomination per Closer: il cinema non le aveva perdonato l’affronto della laurea. Si poteva fare meglio, sfruttare quella determinazione che viene solo dalle delusioni. Innanzitutto, il regime doveva diventare più severo. Tanto per cominciare sarebbe dimagrita ancora: aumentò il livello di autorestrizione alimentare passando da vegetariana a vegana.

2009. Quel misogino di Sorkin la invitò a cena mentre stava scrivendo The Social Network per farsi riferire cosa succedeva nelle camere di Harvard (era fidanzata con uno del Porcellian Club). Dopo averla convinta a fare la spia e usata malamente, Aaron la liquidò senza una parte e pure con un riferimento inelegante nel film*.
*Questo: dicono a Zuckerberg che lui è «the biggest thing on a campus that included 19 Nobel Laureates, 15 Pulitzer Prize winners, 2 future Olympians, and a movie star». Un avvocato chiede chi è la star del cinema, la risposta è: «Ce ne importa?».

2010. Le propongono Black Swan, un thriller psicologico sulla sindrome del ballerino d’accademia. La protagonista è una perfezionista ossessionata, Natalie non poteva non appassionarsi: accetta e inizia ad allenarsi. L’atleta Portman ama essere precisissima nell’elenco dei propri sacrifici e li declama con competenza commerciale prima dell’uscita del film: «Ho cominciato un anno fa con 2 ore di danza quotidiane, aumentate a 6 dopo sei mesi, aumentate a 8 negli ultimi due. E poi nuotavo un miglio al giorno». Per preparare meglio il mito di mercato della dura preparazione dell’attore, s’incrina una costola e non nomina la controfigura. Il risultato è l’acclamazione – non si nota che la ballerina Portman non sa ballare (nota di merito: molte vincitrici di Oscar sono state brave a ingrassare o dimagrire, qualcuna ha tirato qualche pugno di boxe, ma mai nessuna ha avuto i nervi e i tendini per salire su due punte di gesso).

2011. Insieme all’Oscar si procura il completamento da essere umano femmina: l’uomo della vita e un figlio (Aleph). Per i 9 mesi di gravidanza smette di fare la vegana e torna prudentemente vegetariana – ha pur sempre un IQ 140, e un genio non è un genio se non sa anche quando restare sano di mente.

2015. Aleph è ormai autonomo: suona il violino e va all’asilo, Natalie può finalmente abbandonare la famiglia per il lavoro. La regista Portman debutta a Cannes con A Tale of Love and Darkness, in autunno forse sarà Jackie Kennedy nel film di Pablo Larraín. Poi studierà Legge per impersonare il giudice costituzionale americano Ruth Bader Ginsburg in On the Basis of Sex, dopodiché Planetarium con la francese Rebecca Zlotowski e, se avanza tempo, Annihilation, un horror apocalittico di Alex Garland.

Questa non è certo un’agenda, è strategia. Bisognava essere delle ingenue per pensare che la scienziata Portman non avesse anche un piano preciso contro le concorrenti: laureata, bellissima, intelligente, instancabile doveva diventare un primato troppo frustrante per essere invidiato onestamente, figurarsi replicarlo.
Per difendersi non resta che la domanda di consolazione: l’eccesso di perfezione non diventa noioso? Conviene dirsi di sì senza chiedersi se è vero.

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