Magazine / Cover Story

Settimana della Moda: cambio d’abito

di Mattia Carzaniga
fotografie di PIERFRANCESCO CELADA
IL 72 19.06.2015

A Milano, la Settimana della Moda Uomo occupa ex acciaierie, ex dogane, ex fiere, ex cinema. Spazi ritrovati che sono la nuova frontiera dell’hype cittadino. Sempre nel nome della riservatezza

Chissà se, ora che hanno aperto la Fondazione Prada e l’Armani Silos, qualcosa cambierà. In realtà, come sempre accade, tutto cambia e tutto resta com’è. I grandi marchi insegnano a Milano come si fa (e si rinnova) la cultura, ma continuano a organizzare i loro défilé in privato.

Re Giorgio usa quello che ha molto semplicemente chiamato Teatro, di fronte al Silos, «la mia Tate Gallery», come dice lui: cinquanta sfumature di greige che hanno trasformato via Bergognone in pieno Design District. Donna Miuccia resta nel loft di via Fogazzaro, anche se il quartier generale è stato spostato là dove c’era una distilleria e ora c’è il museo più bello della nuova Milano. Si fanno carte false per avere accesso alla sua sfilata, per la solita legge dell’hype: tutti vorrebbero l’invito, in pochi sono ammessi, soprattutto i cosiddetti “vip” che credono di avere front row facile. Perché da noi non sai mai chi ti capita.

Mantengono quotazioni stabili il calciatore, l’attore di fiction, il giudice di talent, il fidanzato di showgirl sudamericana più fotografata di lui, l’influencer con gli hashtag giusti o presunti tali. Finiscono pure alle feste, spesso nei luoghi direttamente customizzati: l’ultima volta, al Just Cavalli, c’era Paris Hilton a mettere i dischi. A Parigi van di moda (letteralmente) i palazzi Belle Époque e si fanno happening nei negozi fighetti del Faubourg, vedi alla voce: Colette. A Londra, sarà la posa eternamente swinging, si porta molto la festa nei club: il Monaco, il DSTRKT, si capisce già dal nome che son per pochi.

 

Da noi nell’industria della moda è l’era degli ex-qualcosa: Fendi è ormai fissa nell’ex acciaieria (nonché ex Fondazione Pomodoro) di via Solari, diventata pure il suo showroom; Gucci trasferisce la passerella nell’ex dogana dietro il Monumentale; Zegna va nell’ex padiglione della Fiera Milano, altro polo riconvertito per colpa di Rho pigliatutto; Dolce & Gabbana ricevono nel solito ex cinema Metropol sulla circonvallazione del tram.

Spazi ritrovati, recuperati, lontani però dalla Milano che sta riscoprendo gli spazi di Milano. Se il (Fuori)Salone anima i luoghi e l’agenda cittadina, crea nuovi fantomatici distretti, offre bollicine gratis anche a chi non sa distinguere un Mollino da un Magistretti, la moda fa ancora quadrato attorno a se stessa, senza concedersi mai fino in fondo, mai per davvero. Forse, in modo se non subdolo quantomeno subconscio, perché resti vera la battuta del film Il diavolo veste Prada: «Tutti vogliono questa vita, tutti vorrebbero essere noi». Perciò quei “noi” devono rimanere dietro vetri oscurati.

Anche la nuova ondata di animatori del presunto jet-set ha fatto suo questo ritornello. Si favoleggia degli after-party dello stilista-deejay Marcelo Burlon (di County of Milan), e la festa a cui tutti vogliono andare è quella del tedesco Philipp Plein. Dopo che l’altr’anno si è portato Snoop Dogg al Teatro Vetra, stavolta ha scelto la Social Music City, venuta su insieme alle novità più o meno provvisorie di Expo. Sta proprio dietro la Fondazione Prada: tu chiamalo, se vuoi, marcare il territorio.

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