È seduta scomoda ma composta, come il giorno prima e quello dopo. Dà le spalle alla finestra, le finestre degli ospedali danno tutte sul verde, guarda il lettino, ha spostato la sedia per schivare il bocchettone dell’aria, tiene il telefono sulle gambe. Federica non le ha ancora scritto, dovrebbe essere già atterrata a Lisbona, poi prende il pullman per quel posto, come si chiama, Praia. Ma Fede dove cazzo vai, ho visto le foto su Tripadvisor, che spiaggia di merda, piena di vecchi – ha visto che le scriveva un’amica in chat, spiandole il telefono. Mica torto. Allora anche lei ha preso coraggio: con tanti posti belli che ci sono in Portogallo, si è messa a elencare dov’era stata a vent’anni, prima di conoscere tuo padre, ha detto, e Federica ha sbuffato. Non le fa mai finire una frase. Ero una persona anch’io sai, avrebbe voluto ricordarle, ti stai perdendo le cantine di Porto, l’università di Coimbra, ma fai un po’ come ti pare, che me ne frega. Mia figlia si fissa, ha pensato, si dovrà incontrare con qualcuno, c’era uno di Lisbona che le piaceva l’anno scorso quando stava in Erasmus, la chiamava su Skype e quella cantava portoghese finché non cadeva la linea. Certo, anche lei faceva così con sua madre, tutti fanno così con i genitori.

Guarda la mano di sua madre, quand’è che si è ricoperta di macchie? Se la ricorda tirare ceffoni, girare le chiavi di casa, tenere stretto il volante della Centoventisette. Ha le dita aperte, si allungano verso la sbarra di ferro, una mano morta com’è morto il corpo suo, cascante, abbandonata.

Che deve preparare a cena? Stefano ha detto niente legumi per favore, sono stato male con quei ceci, queste cose che irritano il colon ti prego non le digerisco più, fa caldo, comprami una mozzarella, mi bastano due pomodori, non mettere tutto quel basilico.

Di sua madre ricorda pranzi e cene in una scala che va da insignificante a vomitevole. Mani che preparavano un po’ di tutto e mai la cosa giusta. Sbagliava sempre un ingrediente, magari il minestrone non era male però dopo che avevi buttato giù la prima cucchiaiata arrivava un retrogusto che guastava il passabile. Una volta, avrà avuto dodici anni, l’aveva sentita dire a una vicina che il ragù come lo faceva lei nessuno, che marito e figli erano abituati in un certo modo e non mangiavano niente da nessun’altra parte, sua figlia in particolare se veniva invitata da un’amica per dispetto restava digiuna. Così aveva scoperto che quel suo segreto, quella felicità inconfessabile che esplodeva ogni volta che era invitata a mangiare qualsiasi cosa a casa di chiunque, sua madre l’aveva scoperto e non riusciva a tollerarlo.

Passa l’infermiere e le chiede se vuole un po’ di succo di frutta. Prima esistevano solo pera o pesca e a lei ne piaceva uno soltanto, era facile. Quello le versa lime e mango e le viene da ridere, alza il bicchiere di plastica, brinda con sua madre. Una volta, le dice piano, avrei dovuto risponderti: pesca. Magari smettevi di chiedermelo. Magari ti sorprendevi e mi chiedevi perché avevo cambiato idea. Quell’immagine è più presentabile, è nel perimetro di quello che è lecito pensare seduta accanto a una che sta morendo. Meglio della colite di tuo marito, delle vacanze di tua figlia, di quanto si suda il tredici agosto. Un pensiero di famiglia è buono sempre, pure se non è granché.

Il bicchiere di plastica è rosso. Dev’essere avanzato dal compleanno di un paziente. Morto, sicuro. Oppure del parente di un paziente, morto anche lui. Forse sta lì da capodanno, capodanno in ospedale, come un cinepattone. La signora nel letto accanto comincia a urlare, agitarsi, è disperata, urla ancora ma non si capisce che dice, si sta strappando il gorgogliatore, l’infermiere torna di corsa. Oggi non c’è il figlio. Neanche la nipote, quella brava. La stessa età di Federica ma un altro universo: mai iscritta all’università, concorso vinto, impiegata, fidanzata in famiglia da quando aveva quindici anni. Nessun tatuaggio sotto il sole né – l’avrebbe giurato – in altri posti sconvenienti. Una vecchia, la liquiderebbe Fede se la incrociasse o se lei provasse a parlargliene. Federica era andata una volta sola a trovare la nonna, arrivando all’ultimo minuto, era entrata col casco al gomito ed era scoppiata a piangere, non me la fa’ vede’ più così, aveva detto e poi erano dovute andar via.

Tutto a posto? si informa educatamente dopo che la signora è stata sedata; certo, risponde l’infermiere e le sorride; lei gli guarda le macchie che si allungano sotto le ascelle e pensa non male, belle braccia, quando si gira gli guarda il culo, non male neanche quello.

A che ora torni? chiede suo marito, e per poco non gli scrive: non torno. Se solo non facesse quel caldo fuori. Se fosse possibile andarsene in giro alle quattro del pomeriggio. Se non fosse quel cazzo di ferragosto. Andarsene in giro senza meta, magari con l’infermiere, chissà se anche a lui va una fetta di pizza con la mortadella.

Sai se Fede è arrivata? risponde velocemente.

Quando solleva gli occhi dal telefono, la mano di sua madre è avvinghiata alla sbarra. Un attimo prima non poteva arrivarci, eppure il suo corpo è ancora immobile, sembra sdraiato uguale, come ha fatto a spostarsi, quando, perché. Com’è che si chiama l’infermiere? Sarà il caso di avvisarlo. L’ha sentito chiamare, qualche volta. Le ha anche ricordato il suo nome quando le ha detto che lavorava a ferragosto: conti su di me, l’ha rassicurata, qui sarà il delirio. Pensa: i tuoi pranzi con l’anguria surgelata e la pasta al forno scotta, rivoglio pure quelli, facciamo un’altra estate soltanto, un altro ferragosto e poi basta. Come si chiama, deve chiamarlo. Per nome è meglio, si stabilisce una confidenza diversa, ci ha messo tanto per far sì che sua madre non fosse un numero, maledetta sanità pubblica, non che quella privata sia meglio, un tempo credeva in queste distinzioni. Mia madre è una persona e non un numero, ha urlato dopo il ricovero, quando dal pronto soccorso non la spostavano mai in nessun reparto, poi ha fatto tutte le trafile, ha smosso tutte le conoscenze, ha pianto in sala col medico, si è sentita dare della rompicoglioni appena girava le spalle, è andata al tribunale per i diritti del malato, non ha concluso nulla. A poco a poco ha preso ad andare in ospedale senza far storie, come tutti. Tutti i giorni. Con suo fratello ha fatto un patto: lei la mattina, lui la sera. Per coprire entrambi gli orari, ma ovviamente perché non si sopportano. Quel cretino, quella cretina di sua moglie, quei cretini dei suoi figli, pensa, non voglio vedere nessuno, non morire, non morire che poi mi tocca il funerale, che poi ci tocca avere a che fare con loro, tu almeno sei morta ma io resto qua, t’immagini come si vestirà tua nuora?, pensa alle scarpe che aveva quando ti hanno ricoverata, aperte e con la zeppa, cosa c’entrano quelle scarpe con un ricovero d’urgenza, con la parola urgenza, mamma, ti ricordi come ci siamo guardate la prima volta che tuo figlio l’ha portata in casa?

La mano stringe sempre il lettino. Come si chiama l’infermiere.

È atterrata 40 min fa, è in pullman.

Quindi ora Federica scrive a Stefano e non a lei. Stronza, anche sua figlia. La sera prima le ha dato un bacetto dopo aver chiuso lo zaino, con una mano impugnava il telefono e con l’altra si lisciava i capelli, le ha regalato un bacetto unto e sei minuti in cui ha finto di preoccuparsi per lei. Mamma, pensi sempre a nonna, stacca un po’, rilassati, vai a farti una lampada. Si guarda le gambe che vengono fuori da una gonna andante, stropicciata, non ha avuto voglia di stirarsela anche se il tempo c’era, bianche, mollicce, ma non ha brutte gambe, pensa soddisfatta, e scarpe rigorosamente chiuse, solo le scarpe chiuse sono eleganti, anche se basse, come le vengono quei pensieri?, caviglie che forse piacerebbero all’infermiere, potrebbe farlo una volta, scopare in bagno con un altro, anche in ospedale, ecco: sua madre sta morendo e a lei vengono in mente cose così.

Stefano, è morta.

Non invia il messaggio perché ce n’è un altro in arrivo.

Alla fine vado a Coimbra. Guarda che ti ho rubato. In allegato c’è una foto di quando aveva vent’anni, una di quelle che proprio non ricordava, ha i capelli corti come un maschio, è schiacciata contro un muro e gioca a fare l’indifesa, ha una macchina fotografica vecchia, era vecchia già allora, grossa, con il laccio per il collo, ha le scarpe aperte. Gliel’ha fatta Mario, con cui stava ai tempi, dove l’ha trovata sua figlia? Quello prima di tuo padre, pensa, ma non scrive niente. Come si chiama l’infermiere. Come.

Quando alza di nuovo lo sguardo dal telefono è pronta per quella mano rigida, indurita, chiamerà chi deve chiamare, gli dirà che è finita la farsa: portiamola all’obitorio. Storie di ordinario reparto subintensivo. Alza gli occhi e sente profumo di mortadella, ma anche di minestrone, è l’ora del pranzo per quei pochi che là dentro ce la fanno a mangiare, sente il rumore del carrello, vorrebbe dire: il minestrone sbagliato come lo facevi tu, mamma, non lo fa nessuno – da qualche parte ricompaiono una bambina e una madre giovane protette da una bugia.

Sua madre non si è mai mossa. Ha l’aspetto stanco ma tranquillo, la mano incriminata è lontana dalla sbarra, abbandonata a palmo in su. Guarda per sicurezza anche la sinistra: identica. Con questo caldo non dovrei nemmeno uscire di casa, pensa, e poi: ciao mamma, ci vediamo domani.

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