Racconto

Dopo la doccia, l’asciugamano in vita, si sporse verso lo specchio del lavandino ed esaminò la pelle ancora sudata e viva, i peli bianchi della barba ricci e lunghi, raschiò le crosticine dagli occhi con l’unghia del mignolo. Stappò il flaconcino del sapone da viso, che aveva scordato di portare nella doccia, si insaponò e sciacquò e asciugò. Aveva con sé due beauty case, uno grande di stoffa e uno piccolo di plastica, contro il singolo di tela della moglie. Da quello grande estrasse lo spray di acqua salata, una lunga bottiglietta nero satinato, che passò sui capelli in pochi spruzzi indecisi. In mancanza di phon si frizionò i capelli con l’asciugamano, si sarebbero finiti al sole e una volta asciutti l’acqua salata li avrebbe spettinati ad arte.

Lasciò cadere a terra l’asciugamano ed entrò nudo in camera per farsi guardare. Granelli di sabbia sul pavimento, la moglie a letto si svegliò dal sonno profondo che l’aveva ripresa dopo il sesso: «Dove sei?».

«Prendo il tuo bancomat. Solo assorbenti e pinzette?».

La moglie mormorò.

«Ti prendo il bagnoschiuma? Ti prendo il Gatorade».

«Torna. Anche il doposole!»

«Sì. Dimmi il codice». Intanto, sperando di non fare cosa sgradita, cercava nella borsa da mare di lei il grande portafoglio facendo in modo di non “frugare”, ma solo scostare la spazzola e il carica-telefono e una rivista per arrivare all’oggetto oblungo di pelle mentre lei diceva “****5”.

Visualizzò il codice su un tastierino immaginario, estrasse quello che gli pareva un bancomat fra le due file di carte di negozi, locali e associazioni. Nudo col bancomat in mano andò a infilarsi le mutande che aveva lanciato sulla sedia. Poi mise i pantaloni corti e d’istinto li tolse, lasciandoli cadere a terra. Era più decoroso, data la nuova situazione, indossare pantaloni lunghi, per non sembrare un orsacchiotto: negli uomini con una posizione la sciatteria è considerata un vezzo, nei disoccupati è una colpa. Se aveva capito i siti americani dove seguiva la moda, presto si sarebbe tagliato anche la barba. Indossò i jeans neri, prese un libro dal tavolo e col solo bancomat in tasca uscì scalzo e senza cellulare.

Attraversò la grande piazza rettangolare sul cui lato lungo sbucava il vialetto della casa. Calpestò una strisciata di bicicletta, due foglie secche, la piazza era molto pulita e il pavimento di mattonelle ruvide fresco. Inserì il bancomat, ritirò duecento euro, ne piegò cinquanta per sé che nascose in una tasca, gli altri centocinquanta li piegò in quattro insieme allo scontrino e li infilò nell’altra insieme alla carta.

Il bar all’angolo nascondeva i tavolini sotto un pergolato e due ombrelloni bianchi. Delimitavano l’area un pino, un palmo e una grande aiuola d’agavi e ginestre. Era un posto sereno. Le case della piazza erano tutte di due piani, e tranne quella celestina erano tinte di giallo o beige, in accordo col castello quadrato che nascondeva il mare.

L’indomani si teneva l’elezione del sindaco e le circostanze – accuse di compravendita di voti, minacce mafiose, mare piatto e cielo terso – evocavano certi film anni Settanta ambientati in Centro America, certi libri di Graham Greene, più che i soliti Sciascia e Saviano. E non sembrava Italia ma un luogo molto più lontano perché lui, che in questi dieci anni aveva editato e pubblicato più di una decina di libri contro le mafie, riusciva a starci dentro senza pena, senza dirsi: «Potrei cercare un giornalista legato all’isola che scriva un saggio sulla compravendita di voti, e poi gli danno la scorta». Non lavorava più per una grande casa editrice, con i suoi avvocati esperti di querele, né per una piccola, con i suoi successes d’estime. Il giorno prima, un blogger anziano era stato ammazzato sulla terraferma di fronte all’isola per aver scritto di traffici mafiosi. Era la prima volta che sua moglie gli pagava un viaggio da quando lui aveva smesso di lavorare. I pantaloni lunghi facevano caldo ma non troppo. Credeva di avere dei bei piedi ma a volte si ricredeva.

La cameriera, di un’età che non sapeva definire, forse appena maggiorenne, nel prendere l’ordinazione gli diede del lei. Lui, che aveva una breve pagina Wikipedia col suo nome e secondo quella pagina era un poeta, aveva quasi quarant’anni ma fino a pochi anni fa era andato con le studentesse universitarie. Quel lei di cortesia l’aveva offeso, perciò cominciò a osservare la cameriera che si affrettava fra i tavoli e l’interno del bar. Portava jeans elastici di un azzurro chiaro uniforme e povero. I capelli ricci, raccolti in una coda, erano tirati indietro con una violenza che esponeva i lineamenti rozzi del suo viso ma pure la posa dolce e serena delle labbra e degli occhi. Portava scarpe da pugilato di una marca povera: il marchio, delle ali di gabbiano stilizzate, era cucito in rosa e dava un tocco di tristezza decisivo all’aspetto della ragazza, che aveva pure le sopracciglia spinzettate e un grembiulino corto nero con le tasche. Al prossimo contatto le avrebbe dato del lei.

Un uomo alto e bello che conosceva di vista da anni si sedette a fumare al tavolo accanto. Parlarono delle elezioni del sindaco: il giovane concorrente aveva ricevuto minacce anonime; in piazza era affisso in bacheca un foglio che ricordava che non si potevano comprare i voti pena 4-10 anni di reclusione. Il ragazzo possedeva trenta camere sparse per l’isola e amava la sua vita. L’isola era piena, o lo era l’aliscafo su cui erano arrivati ieri, ma c’era in piazza una quarantina di persone e sembrava vuota. La gestrice del bar spiegava a voce il menù a due ragazze scortesi che non volevano pesce e preferivano il menù cartaceo. Lei era giovane ma esperta e non si scomponeva, le accontentava senza badarci. Intanto la cameriera gli aveva portato alici e rucola e vino, ma lui non l’aveva guardata in faccia né ringraziata. Al prossimo contatto intendeva darle del lei.

Mangiò quando l’affittacamere se ne fu andato. Bevve il vino bianco senza temere l’acidità perché al risveglio aveva succhiato un Limpidex. A un altro tavolo, un uomo si lamentava dell’amante: «Mi ha detto Tu sì ccaaro… ma che cazzo di gente è? È una stronza. È una merda».

Era un mistero dove questi italiani dall’aspetto modesto trovassero i soldi per comprare le Nike. Uomini e donne sgrammaticati con le Saucony ai piedi e il giacchetto fluo da running. Assomigliavano ai promotori del grande editore con cui faceva le riunioni sui libri da lanciare. Era ancora un poeta, finché nessuno cancellava da Wikipedia la notizia del più importante premio per esordienti, che un decennio prima l’aveva presentato al mondo delle lettere e portato a poco a poco ad avere del potere. Doveva approfittare della disoccupazione e scrivere poesie malinconiche da gentiluomo. Era stato definito un nipote di Gozzano asciugato da Zeichen, e il romanzo modernista giapponese che aveva portato sull’isola gli faceva tornare i suoi sobri struggimenti.

Rise perché capì che l’uomo accanto era stato definito “caro” non da un’amante ma da una cliente, nel senso di costoso. La cameriera usciva dal bar con cinque calici a testa in giù tra le dita di una mano. La gestrice diceva a un tavolo: «Com’è andata col calamaro?».

Dopo aver finito di mangiare chiamò la cameriera e le chiese un caffè freddo.

«Scusi», disse la ragazza. «Caffè freddo non c’è. Però c’è il caffè shakerato».

«Mmm».

«Dubbi dubbi dubbi… esistenziali!», scherzò lei stringendo i pugnetti con gli avambracci alzati e un sorriso.

Quel momento di dolcezza lo tranquillizzò e, rimessosi a leggere il romanzo, coltivò il desiderio di tornare dalla moglie e svegliarla infilando la faccia tra le sue gambe.

Quando la ragazza tornò con un caffè shakerato, lui disse «Ma non c’è il goccio di latte!», perché alla fine dei dubbi esistenziali, poco prima, aveva ordinato lo shakerato con un goccio di latte.

Quando tornò da lui, gli diede del tu: «Vuoi zucchero?»

Si sorrisero. Un bambino alto poco più dei tavolini lanciò un passeggino contro un tavolo, poi lo riprese e ci fece un girotondo. Il poeta si stropicciò la faccia con gusto. Due coppie, alte e belle, si facevano le foto a vicenda, vestite per un matrimonio, le mani dei mariti salde sui manubri dei passeggini.

Mentre sorseggiava il caffè ascoltò la cameriera che flirtava con un ragazzo dall’accento di ricco napoletano.

Lei scherzava: «Cosa vuoi ordinare? Gelato? Caffè? Tieni il posto occupato per gente che potrebbe ordinare».

Era un bel ricciolino con i Wayfarer: «Quando stacchi tu?», le chiese. «Quali sono i tuoi orari di lavoro?». E dopo aver ascoltato gli orari, che lei rivelò cercando di non mostrarsi né emozionata né rigida, lui rilanciò: «Fatti vedere in giro».

Il ragazzo ci sapeva fare: le diceva «Non combino un cazzo. Gli altri lavorano tutti e io sto così a non far niente. Sto in vacanza». La ragazza era conquistata. (Quella sera li avrebbe incontrati che passeggiavano e non avrebbe riconosciuto lei, sulle prime, perché avrebbe avuto un’altra pettinatura, con una frangetta carinissima, e lei avrebbe salutato con un ciao molto naturale il poeta a cena con la moglie).

A un altro tavolo, due uomini sui sessanta, occhiali quadrati e clip da sole, sigarette, parlottavano in dialetto. Decise che erano venuti a controllare che chi aveva venduto il suo voto votasse bene. Si voltavano a guardare le stesse donne che si voltava a guardare il poeta, che si alzò facendosi forza coi gomiti sui braccioli della sedia, e invece di pagare con i cinquanta euro accantonati nel portafoglio estrasse dalla tasca il bancomat della moglie e dopo un primo errore col codice, concentrandosi meglio per ricordare la forma che aveva avuto il codice prima, sul tastierino della banca, produsse un “codice valido” e il rantolo immediato dello scontrino.

Tornò in casa dimenticandosi di fare la spesa. Entrò dalla porta a imposte e trovò la moglie addormentata. Con il sapore delle alici in bocca, si avvicinò sfilando le scarpe, si chinò sul letto ai suoi piedi, i gomiti sul materasso, e cominciò a baciarle l’interno delle cosce. Sul comodino c’era la molla stringimano per esercitare gli avambracci che portava sempre con sé: aveva su lo stesso marchio delle scarpe della cameriera. Ora la moglie si stava svegliando. Il poeta aveva ancora addosso i pantaloni, con dentro il bancomat e i centocinquanta euro in una tasca, e nell’altra tasca i cinquanta per sé.

Chiudi