Manuale pratico (con giurisprudenza) per stare sui social network e non rischiare la galera

Sembra ieri l’inizio della dittatura dei social network, ma era il 2004 quando ci siamo consegnati a Facebook. Sono stati dieci anni indimenticabili. Per l’umanità si è aperta un’epoca di nuove liberazioni. Non pareva vero: volevi renderti ridicolo scrivendo sciocchezze inappropriate alla tua età? Ti lasciavano fare e la giustificazione “autoironia” valeva come copertura morale per tutto. Eri di malumore? Qualcuno disponibile alla rissa verbale si trovava anche a notte fonda. Dimagrivi e volevi esibirti in foto seminuda (finalmente quasi gradevole)? I tuoi duecento spettatori di fiducia erano ben contenti, se poi avevi il profilo aperto anche altri passanti online t’avrebbero messo un like come prezzo del biglietto. E poi opinioni, quante opinioni: ne hai incrociate molte sciocche, altre antipatiche, alcune cercavano attenzione con la violenza. Però, in mezzo a quelle perfide, alle non necessarie e a quelle troppo lunghe per arrivare a fondo pagina, ammetti volentieri di averne viste anche alcune migliori delle tue. Il mondo era cambiato: per quanto fossi poco interessante, t’avrebbero letto almeno cinque o sei estranei al giorno, gli amici a volte, i nemici sempre. Si diceva – dieci anni bellissimi. Dove bellissimi sta per: massima libertà, pochi controlli dello Stato, scarse conseguenze se non sul piano della perdita di dignità.Questo iniziale disinteresse dell’ordinamento per tutta la faccenda dei commenti online era stato riassunto con una certa concreta ineleganza dal Tribunale di Monza, Sez. IV, nella sentenza n. 770/10: «Coloro che decidono di diventare utenti [di social network] sono ben consci non solo delle grandi possibilità relazionali offerte dal sito, ma anche delle potenziali esondazioni dei contenuti che vi inseriscono: rischio in una certa misura indubbiamente accettato e consapevolmente vissuto». S’era considerato possibile un unico problema: il decoro.Questo è stato l’errore dell’inizio: pensare di farla facile. Ci hanno lasciato intendere che i social network potevano essere usati a piacimento. Lo Stato ha evitato il vecchio sistema – un codice di norme – e ha preferito l’accordo tra gentiluomini. In realtà è stata più noncuranza che fiducia: in fondo di che si trattava? Comunelle su internet. Se non sono previste le armi, la Costituzione è quasi sempre d’accordo. Solo che a ogni fenomeno fondato sul tempo libero s’accompagna una degenerazione di qualche tipo. Il principio di autodeterminazione non è bastato, gli inviti sommessi alla decenza nemmeno e il limite sta per tornare il solito, quello umiliante: la legge. Perché il cittadino dimostra di non sapere come ci si comporta neanche nella stanza dei giocattoli. Per esempio, è appena diventata necessaria la Circolare del Ministero della Giustizia 20.02.2015, n. 110050, un solo articolo, titolata gravemente: «Precisazioni sull’uso dei social network da parte del personale dell’Amministrazione». Un lavoratore adulto non può che mortificarsi, perché i modi sono davvero bruschi. Lo Stato non s’era mai permesso prima, almeno non nei seguenti termini: «Si ricorda che il diritto di manifestazione del pensiero e di critica in costanza del rapporto di lavoro soggiace a determinati limiti». Non fidandosi del sottinteso, pratica per intelligenti, il Capo Dipartimento incolonna le direttive per certi dipendenti che amano postare. Una sprezzante scaletta di buona condotta ora segna i limiti al pensiero pubblicabile: «Continenza verbale (correttezza espressiva); Continenza sostanziale (verità dei fatti); Rilevanza sociale delle dichiarazioni rispetto allo status del dichiarante e alla sua platea di riferimento». Temendo che le sole precisazioni dei limiti fossero insufficienti, la Circolare si aiuta con la minaccia: «Allorché il profilo privacy scelto e adottato dal lavoratore consente la visualizzazione dei suoi post, commenti, video e foto, anche ad una cerchia di utenti aperta e sostanzialmente indeterminabile, il dipendente soggiace a valutazioni di ordine deontologico e ad azioni di responsabilità disciplinare quando integri una lesione del rapporto fiduciario che lega il dipendente all’Amministrazione».Sinossi minima: esageri sui social network? Ricorda che non è poi così difficile essere licenziato. Per scoraggiare altro degrado, c’è anche una persecuzione della magistratura in corso.

Rassegna giurisprudenziale per continuare a stare sui social network nel prossimo decennio scansando la galera, il licenziamento, il risarcimento danni, sanzioni edittali a vario titolo, provvedimenti restrittivi, aggravamenti di pena e spese legali.

Chi sei: un Troll assiduo e commentatore professionista.

Cosa stai pensando di fare: offendere qualcuno su Facebook. Per onestà intellettuale userai nome e cognome del bersaglio, per prudenza però imposterai lo status privacy in: «Visibile solo ad alcuni». Le tre righe le vedrà solo un piccolo manipolo di sceltissimi a cui concederai di divertirsi assieme a te.

Rischio processuale: altissimo.

Non sei al sicuro come pensavi, sarai querelato per diffamazione. Eravate in tutto tre persone? Ma nell’internet uno vale mille.

Preparati alla condanna: «È sufficiente la consapevolezza di pronunciare una frase lesiva dell’altrui reputazione e la volontà che la frase venga a conoscenza di più persone, anche soltanto due» (Cassazione Penale, Sez. I, sent. 16712/14) e aspettati l’aggravante dell’utilizzo del mezzo di pubblicità (art. 595, co. 3, c.p.).

Chi sei: un Troll saltuario e molto sveglio. Non ti definiresti neanche un Troll.

Cosa stai pensando di fare: scrivere cose spiacevoli sul conto di qualche nemico, ma con intelligenza, senza fare nomi. Siccome la vittima è sveglia quanto te, capirà. E dovrà amareggiarsi in silenzio, perché non può certo chiederti «Stai parlando di me?». Sul web questo significa doppia soddisfazione.

Rischio processuale: altissimo.

I precedenti esistono e vanno tutti in un senso preciso: «Ai fini dell’integrazione del reato di diffamazione è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone indipendentemente dalla indicazione nominativa» (Cass. Pen., n. 16712/14, v. anche Cass. Pen., Sez. V, sent. n. 7410/10, rv. 249601). Non continuerei a considerarmi così intelligente: nella causa che quasi certamente perderai, il magistrato potrebbe considerare sufficiente qualche conoscente che testimoni: «So a chi si riferisce». Se hai il vizio, fai molta attenzione anche ai subtweet – qui si parlava di Facebook, ma la ratio (in diritto: il motivo per cui quella decisione esiste e dice quello che dice) sarebbe senz’altro operante per strumenti con lo stesso fattore di moltiplicazione.

Chi sei: un Troll inesperto. Era la prima volta.

Cosa hai fatto: non sopporti un collega e hai creato un suo falso profilo per scherzo. Però non sei del tutto stupido: hai usato solo la sua foto.

Rischio processuale: altissimo.

Sarai condannato per il delitto ex art. 494 c.p.: sostituzione di persona. E poco importa al giudice se è stata solo una burla di un paio di giorni. Insisti: non sei punibile perché – danno a parte – manca il dolo specifico per la configurazione della fattispecie, i.e.: «Il fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio patrimoniale o non». Tu non ci hai guadagnato proprio niente. Non insistere. Quello che conta è: ti sei divertito? Sì? Perché per il collegio «il soddisfacimento di una propria vanità» integra l’elemento doloso (Cass. Pen., sent. n. 25774/14).

Chi sei: uno che prova a fare il Troll, ma non sei tagliato. Nel senso: pensi una buona cattiveria e sul più bello rinunci.

Cos’è successo: t’annoiavi, avevi preparato un post insultante al massimo grado contro uno stupido di tua conoscenza. Per fortuna non sei coraggioso: l’hai pubblicato e cancellato in un attimo.

Rischio processuale: alto.

La sentenza del Tribunale di Firenze n. 1539/2014 sul punto pare tranquillizzante: «Si vuole chiarire che se un messaggio offensivo postato su Facebook viene rimosso dall’autore prima che sia giunto a conoscenza di almeno due persone, il reato non sussiste».

Ma aspetta a sentirti sollevato, il Giudice non ha finito: «Se si realizza una condotta idonea, diretta in modo inequivoco a commettere il reato stesso, potrebbe essere contestato il tentativo di diffamazione».

Se ti va bene, risponderai solo per tentativo di reato. Ma è il 2015 e dovresti ormai aver imparato che i social network sono governati da una costante: c’è sempre qualcuno che ha fatto in tempo a leggere (e di solito regala a tutti lo screenshot).

Se proprio ci tieni, per i principianti c’è una salvezza recente: il mese scorso in Corte Suprema hanno deciso che su Facebook è possibile insultare a condizione di tenersi sul generico (Cass. Pen., sent. n. 20366/15). Ti sembra ridicolo, oltre che da vigliacchi? Vorresti capire come si fa a essere sprezzanti ma vaghi? Non lo so, il creativo sei tu.

Chi sei: un uomo che non può stare dietro a mille cose.

Cos’è successo: la solita ragazzina (tua figlia) litiga con la compagna di classe che è riuscita a fidanzarsi col ragazzo che piaceva a tutt’e due. Poi crea un gruppo di amiche Facebook per maltrattarla meglio. Culpa in educando, dice l’avvocato dei genitori dell’altra bambina. Chiedono soldi.

Rischio processuale: altissimo.

Per salvarti, il Giudice pretende tre cose. Devi dimostrare «di avere adempiuto all’onere educativo tramite l’indicazione alla prole di regole», «di aver dato gli strumenti indispensabili alla costruzione di relazioni umane effettivamente significative» e poi «di non aver potuto impedire il fatto» (Trib. Teramo, sent. n. 18/12). Cioè convincere uno che non ti conosce che sei stato un ottimo genitore e se tua figlia è su internet spesso (sempre) e senza controlli non è colpa tua. Servono prove liberatorie, e non le troverai.

La sentenza metterà sulla pietra i fallimenti di una vita, tuoi e del tuo coniuge. Somiglierà a questa: «I genitori avrebbero dovuto allegare e comprovare di aver posto in essere quell’attività di verifica e controllo sull’acquisizione di quei valori da parte del minore; attività che invece, data la persistenza del comportamento ingiurioso-diffamatorio, consumatosi sul web lungo almeno tre giorni consecutivi, può agevolmente presumersi non essere stata posta in essere dai coniugi convenuti, quantomeno in modo adeguato».

Bastano tre giorni? Che cosa vogliono da te? Devi strappare a tua figlia l’iPhone? Credono che se chiedi a un’adolescente «che cosa stai facendo?» quella ti dica la verità?

Sei afflittissimo. Vuoi protestare? La pretesa di dimostrare che sei un genitore passabile ti sembra folle? Perché lo è. C’è anche un nome in latino quando succede nei processi, la chiamano probatio diabolica. Cioè: provalo, se ti riesce.

Chi sei: uno che ha sbagliato. Attualmente agli arresti domiciliari.

Cos’è successo: chiuso in casa ti sentivi impazzire. Hai fatto log-in su Facebook e hai parlato un po’ con tutti. Nei tutti è compreso il coimputato.

Rischio processuale: altissimo. Prepara la valigia, vai in galera: sostituzione della misura cautelare (Cass. Pen., Sez. IV, sent. n. 4064/11). Il tuo avvocato si opporrà: eri agli arresti domiciliari e avevi il divieto di comunicare con terze persone, anche se nel provvedimento Facebook non era nominato. Non hai fatto niente e puoi giustificare tutto. Ti offri di chiarire con una letterina, la consegni nell’udienza camerale. Il Giudice non ti risponde, ha deciso per l’implicita irrilevanza. Però in Cassazione ti spiegano perché non gliene importava: «Nella motivazione della sentenza il giudice di merito non è tenuto a compiere un’analisi approfondita di tutte le deduzioni delle parti» (Cass. Pen., sent. n. 1149/05, rv. 233187). In America saresti fortunato: fanno usare Twitter anche dal carcere militare.

Chi sei: un membro di commissione.

Cos’è successo: eri amico Facebook di un’esaminata. La ragazza ha vinto il concorso e gli esclusi hanno proposto ricorso. La conoscevi da un anno almeno – dicono – hanno cercato sui vostri profili e risulta. Agli atti c’è anche qualche foto insieme.

Rischio processuale: basso. Puoi smettere di agitarti. «L’amicizia Facebook non è causa di incompatibilità atta a determinare l’obbligo di astensione previsto dagli artt. 51 e 52 c.p.c.» (T.A.R. Genova, sent. 1330/14). I giudici di sezione sanno di che parlano e scrivono nella motivazione: «È notorio che la cosiddetta amicizia in ambito Facebook s’instaura assai spesso tra persone che si conoscono solo attraverso le pagine del social network». Amici, ma quali amici.

Chi sei: solo un uomo innamorato. Devi precisare: non corrisposto.

Cos’hai fatto: era carina. Aveva postato una foto quasi in reggiseno, hai commentato d’istinto. Poi qualche messaggio privato.

Rischio processuale: altissimo. Non sei uno sprovveduto, sai cos’è lo stalking: non l’hai mai chiamata, figurarsi pedinarla. Secondo te era normale corteggiamento. Secondo il giudice, invece, si applica l’art. 660 c.p.: «Chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto fino a 6 mesi (…)». Troverai un avvocato che muoverà due obiezioni: la prima, che quella poteva bloccarti su Facebook in qualsiasi momento e non era certo costretta a leggere. La seconda: l’art. 660 c.p. punisce solo le telefonate, i social network no. Eccezioni poco furbe e respinte. Il telefono non c’entra, Facebook ormai lo considerano luogo aperto al pubblico (Cass. Pen., sent. n. 37596/14), nonostante lo ius excludendi alios (in diritto: il fatto che in un posto decido io a chi aprire la porta. Il che sembra corretto se la bacheca è universale. Ma se la bacheca è chiusa? Diventa dimora privata?). Ti rifiuti. E un po’ hai ragione, anche qualcuno che ne capisce dice che sembra un’analogia in malam partem (è quando norme di diritto penale vengono allargate apposta per usarle contro un imputato. Non può succedere). Le Sezioni Unite interverranno sicuramente, intanto la condanna.

Chi sei: ex comproprietario di impresa.

Cos’è successo: tu e l’altro avevate un gruppo Facebook in comune col nome dell’azienda. Hai cambiato password e te lo sei tenuto. Quando tua moglie ha iscritto un’altra ditta alla Camera di Commercio le hai regalato il vecchio gruppo. In qualche foto però compare ancora il marchio della tua ex società.

Rischio processuale: altissimo. Quelli del gruppo non sono amici, è clientela. Lo sapevi. Sarai dichiarato responsabile di illecito concorrenziale ex art. 2598 n. 1 c.c. e contraffazione, art. 20 c.p.i. (Trib. Torino, Sez. Proprietà Industriale e Intellettuale, sent. 07.07.11, proc. n. 19145/11).

Chi sei: un tifoso di calcio come tutti gli altri. Intendi dire: se perdi ti scaldi.

Che hai fatto: ma niente. I soliti insulti all’attaccante avversario. Invece di urlare alla tivù li hai scritti su Facebook. Hai postato: «Traditore viziato» e «brucia all’inferno». Poi gli hai augurato altre cose irripetibili che non pensavi davvero.

Rischio processuale: medio. Ti hanno dato il D.A.SPO., non ti vogliono allo stadio perché sei pericoloso.  Ma non tutto è perduto, c’è un buon precedente, puoi ricorrere in giudizio. In un caso analogo il T.A.R. Firenze ha deciso che «si tratta di espressioni sommamente sgradevoli, ma non costituiscono un’induzione e/o un incitamento diretto e specifico alla violenza» (sent. n. 98, 16.01.12). Procurati un avvocato, anche mediocre. Basta uno che ti faccia passare per il povero cretino che non sa stare sull’internet.

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