Magazine / Cover Story

Apocalittici e cassintegrati

IL 73 21.08.2015

Guido Morselli e Antonio Moresco hanno raccolto le lettere di riufiuto ai loro manoscritti. E se il primo alla fine si tira un colpo di pistola, il secondo le ha pubblicate

Vite (e copertine) parallele. Guido Morselli raccoglie in una cartellina azzurra le lettere di accompagnamento ai suoi manoscritti e i sistematici rifiuti degli editori. Stanco, tra le altre cose, di questo ostinato diniego, nel 1973 si tira un colpo di pistola. Antonio Moresco cataloga lui pure i rifiuti, e soprattutto le lettere petulanti con cui rimprovera o blandisce i suoi destinatari colpevoli di ignorarlo. Ma invece di spararsi (Dio non voglia) le pubblica. La cartellina di Morselli porta sul frontespizio il disegno a matita di un fiasco, simbolo amaro del fallimento. Il faldone di Moresco, approdato a Einaudi nel 2008 con il titolo Lettere a nessuno, ha una copertina pacchiana simil Gallimard che è il sogno di ogni parvenu. Va da sé, tra Morselli che si spara e Moresco che per poco non si appella al Tar del Lazio per farsi pubblicare c’è un vasto spettro di possibilità intermedie. Ma questi due estremi descrivono bene l’arco che dagli ultimi bagliori del mito romantico del genio incompreso ha portato alla fase attuale, dove lo spettro del fallimento si affronta per vie più o meno sindacali. Non c’è da stupirsene, visto che la cittadella letteraria ha incorporato negli anni tutti i meccanismi con cui si amministra il potere negli altri ambiti – corporativismo, partitocrazia, capitalismo di relazione, ribellismo consociativo, spirito sindacale, terrore del rischio d’impresa. Cosa può fare, dunque, un giovane scrittore che lotta per emergere? La via più semplice è affiliarsi a una delle tante camarille che possono far capo a un venerato maestro, a una venerata rivista o a entrambi, sorta di correnti di partito che funzionano anche come sistemi di mutuo riconoscimento e di mutua adulazione (un po’ come i finti premi letterari oggetto di tante satire, sennonché i premi cosiddetti veri sono ormai del tutto indistinguibili dai finti). Il vantaggio di questa forma di amministrazione partecipata del talento e più ancora del mancato talento è che disinnesca all’origine la possibilità del fallimento. La gloria non arriverà, perché quasi mai arriva, circostanza che si può facilmente addebitare alla rapacità del capitalismo editoriale (leggi: socializzare le perdite); ma se dovesse arrivare, è bene circondarsi di sodali pronti a giurare che ciò è avvenuto malgrado la rapacità del capitalismo editoriale (leggi: privatizzare i profitti). Il rischio d’impresa letterario è annullato, non si dovrà mai dichiarare bancarotta, e si può andare avanti così: apocalittici e cassintegrati.

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