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Bavaresi e greci: una faccia, una razza

IL 73 21.08.2015

Un viaggio a Monaco svela imprevedibili affinità con Atene: il bianco e l’azzurro ovunque, la passione per i propilei, gli intrecci tra le dinastie regnanti e una pericolosa inclinazione per il default

Tutto è bianco e azzurro e un po’ greco in Baviera. Biancazzurre le sei linee di metrò, con interni in finto legno come sui camper Hymermobil aspirazionali che qui si vedono nei boschi; e sedili e modanature di fòrmica come una Roma-Frascati vintage. E nessun tornello, o cancello, e invece dei piccoli vidimatori di biglietti più che altro simbolici. Tanto bianco e azzurro naturalmente nelle bandierine con lo stemma Wittelsbach, la casata che ha retto la Baviera per ottocento anni, prima come duchi e poi come re, col sovrano più abusivista e imaginifico del Novecento, quel Ludwig (1845-1886) che fece tanti castelli e fece rischiare il default alla sua Baviera, molto peggio di Varoufakis.

La bandiera dei Wittelsbach sventola su ogni casa e ogni ristorante e konditorei, e ha generato poi il bianco e azzurro di tante birre, della bandiera ellenica, essendo Ottone primo re di Grecia un altro zio del povero Ludovico, e naturalmente della Bmw (Bayerische Motoren Werke, fabbrica motori bavarese), anche se su queste autostrade girano soprattutto Audi, costruite sempre in Baviera ma più su, a Ingolstadt.

Ma questo stemma bianco e azzurro poi naturalmente campeggia anche alla Bmw Welt, sorta di lingottone accanto al parco olimpico tutto dedicato alla fabbrica motori bavaresi, con corpo a quattro cilindri disegnato per Monaco ’72, accanto al Museo Bmw che pare invece un copricerchio cascato per terra, e rovesciato. Almeno sei cilindri invece per tutti i modelli che si possono provare in un grande concessionario-museo, dunque parco giochi per adulti; e hostess che mostrano i gadget delle Rolls-Royce tipicamente inglesi (ombrelli che alloggiano in portiere customizzate), e tutti a dire: ammazza che brutte, buone solo per emiri e cinesi e rapper coatti.

Con Spirito dell’Estasi retrattile, però, per evitare scippi: la statuetta argentea infatti si capovolge e rientra nell’alveo del radiatore-partenone con un pulsantino; e vomitini forse per questa Nike di Samotracia un po’ automobilistica un po’ impiegatizia; lo scultore Charles Sykes infatti prese come noto a modello non una Vittoria mitica ma la segretaria e forse amante del secondo duca di Beaulieu, politico, cacciatore, soprattutto fondatore del Car Illustrated, tipo Quattroruote araldico d’epoca.

Intanto, su siti di aste specializzati in default, ecco una Silver Shadow blu presidenziale con bandiera biancazzurra appartenuta già ai colonnelli greci, con interni in pelle blu e radica chiara, e poi usata dal primo ministro Konstantinos Karamanlis (stimata da 80mila a 100mila euro, è stata venduta a 78mila in una già storica “vendita greca” del Christie’s dell’auto, Coys). Su siti specialistici turboliberisti, accanto ai lotti della vendita, commenti dei più cinici: ecco una rara Amphicar, auto galleggiante del 1962 (stimata 18-30mila, venduta a 42): «Se siete coinvolti nella crisi greca e attendete che i creditori bussino alle porte, quest’auto è l’ideale per prendere il largo, magari verso qualche isoletta ellenica».

Ma poi, sempre al Museo Bmw di Monaco, ecco anche una mostra sulla Mini, che naturalmente è molto greca: il suo disegnatore Alec Issigonis, qui in foto, con la regina che lo fa naturalmente baronetto e lo invita alle nozze della sorella Margaret il 6 maggio 1960, ecco l’invito, con la consueta formula: «Il lord ciambellano è comandato dalla regina di invitare…». Ma poi, Issigonis, con una storia proprio identica a quella del principe Filippo: entrambi vittime della guerra greco-turca del 1919-1922, entrambi vengono salvati dagli inglesi; il marito della regina Elisabetta, che essendo uno Schleswig-Holstein-Sonderburg-Glücksburg è cugino dell’ultimo re di Grecia, Costantino, viene salvato lattante da una fregata britannica, narra la leggenda, in una cesta come Mosè, mentre Issigonis viene evacuato dai britannici forse senza cesta, ma sempre evacuato.

Intanto, nella mostra Mini, ecco un trionfo di tutti i marchi scippati dai buoni bavaresi ai cugini inglesi, con diatribe che vanno avanti da anni; e però niente Mirafiori o Pomigliano e casse integrazioni, anzi modelli di successo e operai che qui a Monaco escono dai tornelli a fumare le loro sigarette con aria che pare contenta, vicino all’ex complesso olimpico 1972; e anche tante sinergie, con tutto un discorso qui riportato del premier Cameron su quant’è bello che l’industria dell’auto inglese sia stata rilevata dai tedeschi anche se «certo, all’inizio avevamo delle perplessità». E una foto della principessa Anna non in Range Rover protocollare, bensì in Bmw X-5, argento.

A Herrenchiemsee, intanto, primaria reggia bavarese, una Versailles neanche tanto in miniatura su un lago nerissimo, mai abitata dal re Ludwig amante del cemento e del laterizio al chiaro di luna; qui, si sale al piccolo villaggio di Prien su un battello con poltroncine e tappezzerie verde tabacco dello stesso colore delle campagne tedesche che si sono attraversate; con bandiera naturalmente bavarese-greca; attraverso vetratine lucidissime del piroscafo, con effetto Hopper, si vedono dentro coppie di anziani con canetti che mangiano piccoli bratwurst e pretzl, seduti su divanetti di chintz rossi decorati a piccole casine e ancorette, tipo Naj-Oleari negli anni Ottanta. Il vecchio battello Luitpold a vapore, quello del film di Visconti, è invece fermo in secca, e verrà usato solo per occasioni speciali; e Luitpold è lo zio tremendo che prenderà la reggenza quando a Ludwig fanno il tso col famoso colpo di Stato; altro che troike e referendum, andranno proprio su a prenderlo, però a Neuschwanstein, coi ministri delle Finanze, perché aveva quasi dilapidato i soldi pubblici, non per sconti sull’Iva alle isole ma per star dietro a Wagner e alle sue manie di grandezza anche edificatorie. Da Luitpold discendono poi tutti i Wittelsbach attuali, adorati dalla popolazione, che a ogni rumor di referendum sarebbe pronta a riavere indietro la sua dinastia artistica.

Qui a Herrenchiemsee la reggia ha porte dorate, ma di una doratura che sembra un alluminio anodizzato di fascia alta, con le “L” incrociate e coroncine reali; pare un grande stabilimento termale o un Grand Budapest Hotel o anche la Zecca di Piazza Verdi, ai Parioli; saloni e scaloni con parquet lucidissimi e gigli borbonici ovunque, e quadri raffiguranti la meglio gioventù di Luigi XIV e tutta l’ossessione borbonica di Ludwig, tormentato ed eccitato dalla lontana parentela con la Casa di Francia.

La sala da ballo è lunga cento metri («one hundred meters», dice la guida), siamo appunto nello stanzone al primo piano, il salone da ballo tutto oro e stucchi e specchi in cui Sissi-Romy Schneider si fa grasse ma tenere risate della pazzia edificatrice del cugino; siamo appena entrati nella sala da letto, che come in tutte le residenze di Ludwig è fuoriscala e al centro dell’edificio. E qui, una sala del trono dove al posto del trono, sotto un gran baldacchino dorato a piume di struzzo, c’è il letto (con una confusione sempre freudiana nell’interior decoration del sovrano), ma poi downstairs la parte più interessante: un pezzo di castello che sembra un bar newyorchese o romano dell’architetto Liorni, tutto mattoni a vista: ma il fatto è che nel 1884 il re aveva finito i soldi e stava portando al tracollo le finanze dello Stato; aveva già edificato gli altri castelli di Neuschwanstein e Linderhof, dilapidando le finanze oltre ogni possibile rapporto debito/Pil, disinteressandosi sommamente del suo governo, disprezzando i suoi ministri, vivendo tipo una Gloria Swanson abbonata a Case da Abitare.

E una grande foto di famiglia con tutti i Wittelsbach, a destra il ramo poraccio dei “duchi in Baviera”, i cugini un po’ di campagna con la duchessa e mamma di Sissi, Ludovica, con scucchia, a cui non riesce il colpo gobbo di piazzare un’altra figlia sul trono, dopo averne già installata una a Vienna, inopinatamente. A sinistra invece il ramo regale e principesco con il papà Massimiliano II e la mamma Maria di Prussia, e lo zio Ottone appunto re di Grecia. Re sfortunato, che era arrivato sul trono nel 1835 a soli 17 anni, giungendo ad Atene sul vascello Madagascar, con 3.500 uomini dell’esercito bavarese e il conte Josef Ludwig von Armansperg, ministro delle Finanze, che aveva recentemente ripianato i debiti della Baviera (un piccolo Schäuble), del resto anche Ludwig I era un dilapidatore, e un amante delle arti, ha fatto la Monaco neoclassica e un po’ greca che voleva “Piccola Atene”, e alla Königsplatz si accede ancora oggi attraverso imponenti propilei modellati su quelli dell’Acropoli.

Non poteva sognare di meglio di un figlio re ellenico; e però, eterodiretto dai banchieri inglesi e dai Rothschild, molto esposti con la Grecia, il povero Ottone si trovò subito a fare i conti con un’oligarchia di famiglie, con i 60 milioni di franchi che le “grandi potenze” esigevano dal debito greco, con i problemi di bilancio. Finì naturalmente malissimo. Nel 1862 un colpo di Stato lo depose, lui se ne tornò in Baviera però continuando ad abbigliarsi per tutta la vita da sovrano ateniese, e lasciò infine in eredità al valoroso popolo greco tutte le sue sostanze. Saranno finite in baby pensioni anche queste?

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