Guardo ogni mattina i siti specializzati. Ho comprato le Nike Huarache del ’91 del colore giusto. Sogno le scarpe di LeBron James. Storia di una magnifica ossessione. E di un culto sempre più planetario

L’altro giorno per la prima volta ho comprato una paio di scarpe da ginnastica del colore giusto. Nonostante mi affanni per seguire la moda, non riesco a star dietro a quel che gli arbitri dell’eleganza intendono per sneaker culture e sneaker game: compro ancora le scarpe nei negozi generalisti invece che nelle boutique che si aggiudicano le uscite dai colori interessanti. I colori, anzi le combinazioni di colori, anzi come si dice le colorways delle mie scarpe sono sempre sbagliate: raramente presentano quelle macedonie perfette di viola rosso verde elettrico e nero che vanno nei modelli da basket, o i paradisi fluo della colorway South Beach (verde, fucsia, nero) o quelli pastello del Sorbet Pack (sabbia, pesca, grigio). Compro modelli generici di colori generici in negozi generici. Le scarpe del modello giusto e del colore giusto non arrivano mai in negozi del genere. Eppure, stavolta, ho trovato una combinazione di colori benedetta da sneakernews.com per un modello del ’91 tornato di moda negli ultimi tempi, le Nike Huarache: una delicatissima combinazione grigio chiaro azzurrino e bianco che ricorda volutamente le scarpe indossate da Michael J. Fox in Ritorno al futuro 2 (1989), che è ambientato peraltro nel 2015.

È da qualche anno che le scarpe da ginnastica, o sneaker, sono diventate la norma dell’abbigliamento occidentale. È un fenomeno che si misura in verticale e orizzontale. In orizzontale si può dire che è molto espanso e che chiunque, per la strada, da mia madre in poi, ha qualcosa di riconoscibile ai piedi, che siano le Adidas ZX, le Nike Roshe Run, o qualche modello di New Balance o Converse. Per quanto i prezzi di questi modelli base varino tra i sessanta euro e i centoventi, le vedi misteriosamente ai piedi di quasi tutte le classi sociali. In verticale si può dire che la piramide che va dal normale acquirente di scarpa da ginnastica allo squilibrato che le ruba dai piedi di qualcuno o va in capo al mondo a comprare un’edizione limitata è alta ed erta, e racconta varie cose di una cultura dell’immagine e del lifestyle che combina in maniera perfetta esclusività e conformismo, divisione in censo e riduzione del mondo a un’unica classe sociale con un solo genere di status symbol. Cioè, in poche parole, io e Obama indossiamo entrambi delle Jordan, ma le sue sono una serie limitata a un paio, le mie le hanno tutti (tranne il paio di cui dicevo sopra).

Spiegare mode, tendenze, fenomeni sociali è un vizio delle riviste. La pratica serve a mettersi l’animo in pace accarezzando la superficie di cose che in realtà sono sempre torbide e insensate, nascondono incubi che hanno a che fare con l’identità e la mortalità. La paranoia che la moda delle sneaker genera nei tanti appassionati che visitano tutti i giorni i siti di lifestyle o più specificamente di scarpe da ginnastica è al centro di Sneakerheadz, un film-documentario che proprio in questi giorni arriva nei cinema americani; una manìa sintetizzata dal post appena uscito – mentre scrivo – su sneakernews.com: «Solo l’entourage di LeBron ha messo mano sulle LeBron 12 basse modello Trainwreck». Per capire il titolo: LeBron James, il cestista più forte del mondo, è arrivato alla sua dodicesima scarpa personalizzata. Il modello di quest’anno ha una sua variante low top, cioè di taglio basso, senza protezione per le caviglie. La variante low top è stata avvistata in una nuova colorway battezzata Trainwreck, rossa con inserti dorati: è stato indossata da LeBron e da Jimmy Fallon per promuovere il film Trainwreck al Tonight Show. Nel film di Judd Apatow, scritto e interpretato da Amy Schumer, LeBron interpreta se stesso come paziente di un dottore, Bill Hader, ex Saturday Night Live, di cui si innamora Amy Schumer. All’apparizione della nuova colorway al Tonight Show, la Rete si è cominciata a chiedere se fosse prevista un’uscita o si trattasse invece di una PE, cioè una Player Exclusive, una scarpa customizzata. Ora però si è scoperto che sono state prodotte poche copie, per il giro stretto del campione. Una sorta di certificato di autenticità allegato – la cui foto è esibita nell’articolo – contiene spiegazioni sul rapporto fra il film e la scarpa: il colore usato lo trovi nella tale scena, sulla scarpa c’è scritta la tale frase… L’articolo di Sneakernews sentenzia: «Non le troverete nei negozi, ammiratele da lontano». Questa è la tipica storia di una scarpa preziosa in edizione limitata. Tra questa e le scarpe che troviamo da Foot Locker, stessi modelli ma colorways più anonime, c’è in mezzo un’intera filosofia del colore e della distribuzione limitata, che si articola in molti chiamiamoli “ceti”, cioè in una gamma di possibilità di accesso che vanno dal facile al rarefatto (modelli per il solo Obama).

 

Se perdersi nell’insensatezza delle mode dà troppa ansia, si può ricostruire coscienziosamente la storia della scarpe da ginnastica. È quanto fa il catalogo della mostra The Rise of Sneaker Culture, attualmente al Brooklyn Museum ma concepita da Elizabeth Semmelhack del Bata Shoe Museum di Toronto. Si apprende innanzitutto che la parola “sneaker” vuol dire “che arriva di soppiatto”, cosa a cui non avevo mai fatto caso e che dipende dalle proprietà antirumore della gomma. Con le sneaker si arriva senza essere traditi dal rumore dei passi: sono le scarpe preferite dai ladri.

La gomma, resina indisciplinata dell’albero di caucciù nota fin dalla prima metà del Settecento, comincia a funzionare a livello industriale solo quando la si stabilizza mescolandola a zolfo e calore, alla fine degli anni Trenta dell’Ottocento. Fino a pochi anni prima, ancora nel 1830, bastavano due mesi perché un prodotto in gomma si sfaldasse e tornasse allo stato liquido, facendo fallire tutti quelli che ci avevano investito sul mercato finanziario. Fu Charles Goodyear a ottenere la prima mescola stabile. Da lì si passò al brevetto del processo, che verrà poi chiamato vulcanizzazione, da Vulcano, dio del fuoco. Servirà per fare gli pneumatici e, appunto, mettere suole resistenti ed elastiche alle scarpe.

Nella seconda metà dell’Ottocento, mentre si scopriva l’importanza dell’esercizio fisico e della vita all’aria aperta per contrastare l’industrializzazione e urbanizzazione nelle grandi città, già esistevano la scarpe in tomaia di tela e suola di gomma. La morale vittoriana richiedeva la salute del corpo. È l’era dei parchi urbani, della creazione di Central Park, il primo parco pubblico americano, progettato subito con dentro i campi da tennis, che smette di essere lo sport dei re.

Nel 1891, poi, fu inventata la pallacanestro, che in meno di un secolo diventerà il più grande propulsore della sneaker culture, per il suo rapporto con la comunità afroamericana e quindi con la cultura hip hop e il suo stile. Negli anni Ottanta, con i Run DMC e i Beastie Boys, l’hip hop diventa una moda, i primi esibiscono Adidas, i secondi aprono i concerti di Madonna. Nell’85, Michael Jordan indossa il primo di ventinove modelli di Jordan, che rimane la scarpa re dello sneaker game, e gli anni Ottanta sono gli anni d’oro, anche se sono soprattutto gli anni Novanta, con i successi di Jordan e del Dream Team, e la diffusione dell’NBA nelle tv del mondo e del rap nelle radio, a far proliferare i modelli e salire le vendite. Ma ora è il momento della morale, senza il quale il pezzo di costume non tranquillizza il lettore. Lo sneaker game è irrimediabilmente maschio, nonostante la passione di molte donne. Perché è un ambito dominato dal potere d’acquisto più che dall’immaginazione.

Predica: le donne che si appassionano di moda e cominciano a capirci qualcosa, a sviluppare il gusto, sviluppano un talento particolare. Possono spendere trecento euro per un vestito, ma recuperano i soldi buttati comprando tanta roba nella gamma di prezzo tra 1 e 10 euro. Il motivo è che lo sviluppo del gusto allo scopo di esprimere la propria personalità con i vestiti fa sì che lo spirito della moda non rimanga intrappolato nel feticcio della marca, ma fluttui liberamente nel gioco di linee e colori che viene soprattutto interiorizzato. Conoscere la filosofia formale di Maison Margiela o Miu Miu porta a trovare certe forme e certi tagli anche nei negozi dell’usato, nelle cose senza marca: rende capaci di combinazioni, accostamenti.

Il gusto per le sneaker resta invece completamente ottuso: leggere siti di scarpe ogni giorno a caccia delle uscite del mese non mi mette in condizione di trovare forme e linee in un negozio dell’usato. È una moda letterale: vedo il modello, compro quel modello. La moda delle sneaker rassicura il maschio che non c’è niente di invisibile da trovare in fondo alla merce, non c’è spirito e non c’è vera espressione di sé. La merce è solo merce: devi trovare la scarpa rara e pagarla tanto.

Chiudi