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Date l’Europa a Hollywood

IL 73 21.08.2015

Nessuna frontiera da Palermo a Tallinn: i tanto vituperati grigi burocrati di Bruxelles hanno realizzato un progetto strabiliante che però manca di un’epica pop. E senza il pop arriva il populismo

«Il vero problema del Mezzogiorno è la mezzanotte», diceva un tempo Ennio Flaiano, lamentandosi della cappa di noia che calava sulle città del Sud dopo una certa ora della sera. Il vero problema dell’Europa è la mezzanotte, si potrebbe aggiungere oggi. C’è il linguaggio del giorno, quello dei trattati e dei protocolli d’intesa, della razionalità fredda dei grafici e dei conti. E poi c’è la dimensione notturna, fatta di sogni e di paure, di desiderio e di passione.

Quando Norman Mailer descrive la convention democratica di Los Angeles del 1960, racconta la depressione dei signori delle tessere, rassegnati a nominare un candidato, Jack Kennedy, che non conoscono e non capiscono. Perché lui non vive, come loro, nella luce diurna dei voti, delle leggi e delle procedure congressuali, bensì altrove. «Sì, questo candidato – scrive Mailer – nonostante le sue impeccabili credenziali liberal, ha una patina di quell’altra vita, la seconda vita americana, la lunga notte elettrica dei fuochi al neon che guidano lungo l’autostrada al mormorio del jazz». È la notte di Frank Sinatra e di Marlon Brando, la riserva di caccia dei miti e dei seduttori, il luogo nel quale si scatenano gli istinti e la misura dell’uomo cessa di assumere la veste di un algoritmo.

L’Europa, per come la conosciamo, è una formidabile costruzione fondata sulla razionalità diurna. Il più grande edificio politico mai realizzato in tempi di pace, in punta di diritto, tra gli uffici squallidi del vecchio Berlaymont foderato di amianto e le cancellerie malinconiche di antiche potenze ridotte al rango di parchi a tema. Un miracolo di visione che ha camminato per decenni sulle spalle di uomini vestiti di grigio e di marrone, che costruivano poco a poco l’Unione a furia di direttive sulla pesca sportiva e di regolamenti sui fermenti lattici. Erano tutt’altro che sprovveduti, gli uomini e le donne che hanno intessuto la trama sempre più fitta degli interessi burocratici comuni. Parlavano il linguaggio diurno della tecnocrazia perché era l’unico che conoscevano, ma anche perché sapevano che l’altro, quello notturno dei sogni e delle passioni, rischiava di risvegliare i vecchi fantasmi europei: le culture, le identità e le nazioni che già troppe volte avevano condotto i popoli alla guerra e il continente alla rovina.

Il risultato l’abbiamo sotto gli occhi. Una macchina poderosa ma senz’anima che s’inceppa a ogni imprevisto come il solito elefante dei cartoni animati messo in fuga dal topolino – che si tratti della Grecia o della crisi dei rifugiati. Laddove a colpire non è tanto – o non solo – l’ignavia dei governanti, quanto l’indifferenza dei popoli. A questa Europa non vuole bene proprio nessuno. Neppure la generazione cresciuta a colpi di Interrail e di EasyJet, dalla quale pure sarebbe stato legittimo aspettarsi una punta di gratitudine in più.

Si fa presto a dare la colpa ai politici e ai tecnocrati. Ma la verità è che il deficit emotivo della costruzione europea non è imputabile solo a loro. Al contrario, lo si è detto: quelli tutto sommato avevano le loro buone ragioni per tenersi alla larga dalla dimensione notturna. Bene o male, ciò che dovevano fare l’hanno fatto. Se io adesso smetto di scrivere questo articolo, scendo sotto casa e mi metto in macchina, posso guidare ininterrottamente per 2.700 chilometri fino a Tallinn senza mai attraversare una frontiera che sia una, né cambiare moneta. Questo è merito degli uomini vestiti di grigio e di marrone. Ed è un fatto. Concreto, eppure strabiliante, se ci pensate bene. Il problema è che intorno a questo fatto non c’è uno straccio di mitologia. Se fossimo in America ci avrebbero già costruito su un’epopea degna dell’anello del Nibelungo. Pare di vederli i romanzi, i road movies, le avventure, i miti e i riti che si sarebbero inventati, tra Hollywood e Hbo. Da noi, invece, nulla. Un paio di filmini intimisti sovvenzionati dal Mibac(t). I bei romanzi di Andrzej Stasiuk che leggono in quattro. L’ottimo Paolo Rumiz che ogni tanto riprende la sua saccoccia e se ne va a fare un giro dalle parti di Skopje o di Kaliningrad. Tutte cose belle. Ma siamo lontani dalla notte elettrica del pop americano che scalda la vita di milioni di persone e continua a farli sognare e lottare e sognare ancora. La cultura pop è la mitologia del nostro tempo. Il luogo nel quale gli eroi inventano mondi e fondano comunità. Attraversano le differenze, superano la frammentazione di una vita sempre più dispersa in mille schegge e ci parlano di cosa significhi essere vivi qui e oggi. Di quanta magia la nostra esistenza possa ancora contenere nonostante gli algoritmi e le capsule di Arpeggio. Non dicono la verità, ma intensificano la vita. Reincantano il mondo e lo rendono nuovamente degno di essere conquistato. Un luogo di avventure, non solo di lampadine a basso consumo. In Europa non riusciamo a produrre pop. Né Guerre stellari né supereroi, né Jay-Z né Clint Eastwood, né Lady Gaga né House of Cards (tranne gli inglesi, che qualche James Bond e qualche Harry Potter di tanto in tanto lo tirano fuori ma loro, come si sa, con l’Europa c’entrano fino a un certo punto). Tant’è vero che importiamo dagli Stati Uniti, dal Giappone, ormai perfino dal Brasile e dalla Corea, mentre si contano sulle punte delle dita i casi di fenomeni culturali che, nati in un Paese dell’Unione, riescono a diffondersi su tutto il continente.

Chi ha mancato l’appuntamento con il grandioso processo dell’integrazione europea non sono i politici e i burocrati. Sono in primo luogo gli scrittori e i registi, gli artisti e i creatori: tutti quelli che, in questi anni, avrebbero potuto partecipare alla più grande avventura collettiva del nostro tempo, costruendo una cultura europea contemporanea e popolare, e hanno invece scelto di guardarsi l’ombelico, di dare la caccia alle sovvenzioni o di crogiolarsi nella depressione. Con il risultato che l’unica cultura europea esistente oggi è archeologia (i convegni, la République des Lettres, Erasmo e Goethe) o trash purissimo (l’Eurovisione della canzone).

Poco importa, direte voi, in fondo l’Europa è soprattutto questo: varietà irriducibile di differenze che non si lasciano livellare, elitismo di chi ha alle spalle una civiltà millenaria, critica delle derive estreme del consumismo. Tutte cose che rendono difficile produrre una cultura pop degna di questo nome. Lo diceva già l’impresario del Faust (Goethe, per l’appunto…): se vuoi intrattenere le masse devi impiegare mezzi massicci (che a noi mancano), produrre novità continue (che a noi non piacciono) e tender loro uno specchio (figuriamoci…).

L’unico problema è che chi non riesce a produrre pop è condannato al populismo. Se la cultura europea non riesce a produrre miti unificanti, sui quali fondare una comunità che vada al di là della semplice razionalità diurna, gli istinti tribali sono destinati a riemergere non appena sopraggiunge il crepuscolo. Tra il vuoto pneumatico dei dibattiti tra premi Nobel sull’identità europea e le droghe pesanti delle vecchie appartenenze etniche e nazionali, non è difficile intuire chi sia votato a prevalere in tempi di crisi. Gli unici soggetti politici che producono cultura oggi in Europa sono Marine Le Pen e Matteo Salvini da una parte e Alexis Tsipras e Podemos dall’altra. Le loro sono battaglie culturali condotte con argomenti retrogradi e grossolani, ma hanno il vantaggio di contrapporsi all’aria fritta di una retorica europeista senz’anima.

Anziché firmare appelli contro il razzismo e i nuovi fascismi, gli intellettuali europei dovrebbero darsi da fare per articolare il linguaggio notturno – emotivo e spettacolare – dell’integrazione continentale. Quando hanno chiesto ad Adam Price, il creatore di Borgen, cosa l’avesse spinto a scrivere una serie tv sulla politica danese, quello ha risposto che voleva rendere umano e appassionante un processo misterioso e noiosissimo. È ciò di cui avrebbe bisogno l’Europa: qualche serie tv fatta bene in più e qualche dibattito sul multilateralismo in meno. E non è certo un caso se gli unici che stanno provando a rendere un po’ più sexy e intellegibili gli arcani brussellesi sono gli americani di Politico.eu. Loro almeno sanno come si fa.

Anche noi, un tempo, lo sapevamo. Mentre scriveva il Manifesto di Ventotene, Altiero Spinelli redigeva alcune note più confidenziali, riproposte qualche tempo fa dalle edizioni del Melangolo. «C’è un linguaggio notturno – scriveva il teorico dell’Europa federale. Non è un ragionamento che si spiega alla luce del sole e si articola chiaro e comprensibile a tutti (…). Per parlare con sicurezza la lingua diurna bisogna conoscere quella della notte, ma pensar la notte, cioè nell’ora del contatto panico, del distacco dalla propria particolare personalità e dalla propria sorte – pensare la notte con il linguaggio del giorno, significa sbagliare ogni meditazione, sforzarsi di conservarsi quando invece bisogna perdersi». Se mai decideremo di prendere sul serio l’ideale solare dell’Europa unita non ci basterà riscrivere il Manifesto di Ventotene: dovremo prima ritrovare la strada di questa sapienza notturna e un po’ esoterica.

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