L’ultima produzione Pixar arriva al cinema il 16 settembre anticipata da un hype che fa sperare nel capolavoro

Il film più bello dell’anno (almeno finora) è un cartone animato. Ah no: oggi non si chiamano più cartoni animati. Viviamo l’epoca in cui la differenza tra me e te non esiste più: l’animazione non va considerata da meno dei film con gli attori veri (spesso più cani di quelli fatti di acquerello o pixel), le serie tv sono meglio dei titoli che escono al cinema, e via così, secondo ciò che l’hype vuole e indirizza. Dunque, riformulando: il film più bello dell’anno (almeno finora) è Inside Out, produzione Pixar, uscita in Italia il 16 settembre. È il primo film freudiano per tutta la famiglia, per i famigerati grandi-e-piccini, da 0 a 99 anni, com’è scritto sulla scatola del Memory. Non è un caso che proprio lì si vada a parare: nei labirinti della mente, soprattutto quelli che vengono decisi e codificati per sempre quando si è piccoli e tutto sembra troppo bello, o troppo brutto, o troppo ingiusto, schifoso, pauroso, troppo tutto. Da lì i personaggi che regolano le emozioni dell’undicenne Riley, arrivata con la famiglia dal Minnesota a San Francisco: là c’era l’hockey nella palestra del paese, qua gastronomie organic che ti vendono solo pizza coi broccoli. Le emozioni di Riley sono Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto: vivono dentro al cervello, stanno posizionate davanti a un ponte di comando alla Star Trek, sono colorate allo stesso modo di Spock ed equipaggio.

Inside Out l’ha scritto e diretto Pete Docter (coadiuvato rispettivamente da Meg LeFauve e Josh Cooley al copione e da Ronaldo Del Carmen alla regia), il ragazzone nerd con le orecchie a sventola che poi è lo stesso di Up, difatti omaggiato in uno dei ricordi che compongono le tessere della memoria della ragazzina. C’è la testa di Riley e quella degli adulti, maschi i cui sentimenti sono distratti dal campionato di calcio e femmine sempre pronte a piantar polemica. All’entrata in scena delle emozioni dei grandi si è sollevato un boato nella Salle Lumière di Cannes, dove il film è stato proiettato per la prima volta. E tutta la platea ha tifato per il viaggio dentro il cervello – quello di Riley, ma a conti fatti quello di chiunque – fatto di palle che conservano i ricordi a lungo termine, luna park il più delle volte tristemente abbandonati dove accatastiamo le cose belle, come sulla luna dell’Orlando furioso. E da un amico immaginario che è un elefante rosa e che prima o poi bisognerà abbandonare per sempre, l’inconscio sede delle paure più indicibili (i broccoli che urlano: «Mangiaci! Siamo biologici!»), il dispositivo automatico che ci fa tornare in mente gli insopportabili jingle delle pubblicità, un teatro di posa in stile vecchia Hollywood dove un gruppo di figuranti mette in scena i nostri sogni: si chiama Dream Productions, e affissi al suo ingresso ci sono poster in stile Saul Bass o Billy Gold, con titoli dei nostri incubi del tipo I’m Falling for a Very Long Time Into a Pit (iconografia del tutto simile a La donna che visse due volte) e Something’s Chasing Me! (pare mutuato dalla locandina di Che fine ha fatto Baby Jane?). La fonte primaria è Reason and Emotion, cortometraggio Disney datato 1943: anche lì c’erano omini che guidavano piccoli carretti e smistavano le reazioni e le fantasie di uomini e donne. Si era in tempo di guerra, c’era bisogno di immaginarsi come lavorava l’immaginazione. Inside Out parte da lì ed è però il frutto dei benchmark raggiunti e via via superati negli anni (i passaggi della crescita: la saga di Toy Story; i babau sotto al letto: Monsters & Co.; il riassunto dei ricordi di una vita: Up), miscelati e rinnovati con la mano sicura di chi sa di possedere, oggi, l’egemonia culturale in quanto a creazione di mitologia.

C’è questo e c’è molto altro, per esempio Chinatown: «It’s Cloudtown», dice l’amico immaginario di Riley in uno dei posti della mente dove le cose scompaiono, esattamente come veniva detto a Jack Nicholson nel capolavoro di Roman Polański: «Forget it, Jake. It’s Chinatown». E c’è Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Michel Gondry, quello che da noi fu orrendamente tradotto con Se mi lasci ti cancello: «Per favore, mi lasci questo ricordo. Soltanto questo», implorava Joel Barish/Jim Carrey, non ancora pronto a fare tabula rasa del passato. E c’è anche una delle sequenze più belle di tutta la storia del cinema d’animazione: quando Gioia, Tristezza e l’elefante rosa finiscono nel luogo delle idee astratte e diventano ritratti picassiani, fino a ridursi all’essenza di ogni disegno, di ogni idea: una linea, à la Osvaldo Cavandoli. C’è quella cosa per cui la Disney, per interposta Pixar, riesce a farsi voler bene nonostante tutto. Inside Out comincia come la classica storia di bravi genitori e bravi figli, di mondi americani e perfetti in cui solo la Gioia deve regnare sovrana. E procede confutando la sua stessa tesi. Gioia (in originale ha la voce di Amy Poehler) è il personaggio più detestabile. Nella vita – e nei film più belli del mondo – bisogna imparare a voler bene a Tristezza.

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