Per Boys Don’t Cry si sono mossi i nomi più altisonanti della produzione mondiale: da Pharrell Williams a Danger Mouse, da Diplo a Charlie Gambetta, fino a Hit-Boy e Rick Rubin. Capolavoro come il precedente Channel Orange?

Frank Ocean viene da Long Beach, porto industriale a sud di Los Angeles e città a più alta densità di rapper d’America (povertà, quartieri disastrati, mancanza di opportunità e tanto tempo libero da passare per strada sono gli ingredienti del posto. Il risultato è la Mecca dell’hip hop, versione West Coast).
In realtà Frank è nato a New Orleans e ha 18 anni quando Katrina spazza via lo studiolo di registrazione dove faceva il suo apprendistato musicale. A quel punto mette la prua verso la California, il posto migliore per mettersi in luce. La stoffa è di prima qualità: ma Ocean (cognome d’arte, quello vero è creolo ed è Breaux) da subito, ovvero dall’album d’esordio che pubblica nel 2012, si fa notare per le peculiarità che ne faranno un caso a parte nella black music contemporanea, proiettandone la personalità assai in alto. La prima decisione presa da Frank è di modificare le regole del gioco, lavorando a un’idea musicale non di genere, bensì di fusione tra suoni diversi – fino a generare un prodotto nuovo. Pur essendosi fatto le ossa con la migliore posse dell’hip hop di Los Angeles, la Odd Future di Earl Sweatshirt e Tyler, The Creator, quando si sente pronto a giocare le sue carte, Ocean l’ha fatto abbandonando l’idea rap, disciplina nella quale pure eccelle, grazie a un flow cui solo gli amici Kendrick Lamar e Vince Staples gli tengono testa.

La sua visione è più vasta, contaminata e al tempo stesso ambiziosa, contemplando il sublime songwriting nero di Stevie Wonder e Marvin Gaye ma anche i Beatles e i Beach Boys, il light soul da Beyoncé a John Legend, i suoni cari a Hollywood, nelle pellicole giovanilistiche. Channel Orange, il disco arancione d’esordio di Ocean, è un capolavoro grazie al quale l’artista è stato all’unanimità eletto neo caposcuola, incaricato di far progredire il suono nero. Del resto anche il suo personaggio ha presto mostrato una cifra inedita: quando nelle prime interviste Frank ha cominciato a parlare con ostinazione della sua bisessualità e del lato femminile che voleva lasciar emergere nella sua musica, uno dei comandamenti fondativi dell’hip hop – l’ostentata mascolinità – è stato scosso alle radici, però con un savoir faire che procurerà a Ocean solidarietà, consensi e ammirazione.

 

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Così Frank è entrato nel mondo della black music e del pop internazionale, col bagliore di una stella nuova. Ma poi è arrivato il lungo stop. Nei tre anni dopo Channel Orange non ha pubblicato altro, limitandosi a qualche ospitata e a un paio di brani per colonne sonore (uno per Django Unchained di Tarantino; l’altro per Southpaw di Jake Gyllenhaal) entrambi bellissimi, eppure esclusi dai final cut dei film.
Intanto sembrava giocare con l’incertezza, col rimandare, con gli annunci, le smentite e le indiscrezioni di lunghe session in studio di cui non si ascoltava mai il frutto. Colpa forse dello splendore di Channel Orange e delle sue fissazioni da perfezionista, schivo e alieno alle dinamiche di mercato. Colpa del timore di non essere all’altezza degli standard da lui stesso stabiliti. Boys Don’t Cry, il secondo disco, è restato nei cassetti ben dopo essere stato ultimato, con una lavorazione a singhiozzo e piena di ripensamenti, a cui hanno contribuito – tra Abbey Road a Londra, vari studi a L.A. e perfino a Bora Bora – talmente tanti talenti da far aumentare a dismisura le preoccupazioni. Basta scorrere l’elenco dei produttori coinvolti, da Pharrell Williams a Danger Mouse, da Diplo a Charlie Gambetta, da Hit-Boy a Rodney Jerkins, fino al venerabile Rick Rubin e perfino a due ex-Clash Paul Simonon e Mick Jones, convocati per Hero, il primo brano che ha anticipato l’album. All’ultimo momento, a incisioni concluse, è arrivata perfino la chiamata per il pianista francese Chassol, un ricercatore di suoni esotici, cercato per arricchire alcuni brani di un intero strato musicale nuovo di zecca.
Una lavorazione sofferta, una produzione torturata, magari troppe tentazioni ad attirare Ocean verso esperimenti sempre nuovi.

La fortuna è che la sua visione è straordinaria e la sua musicalità segue percorsi imperscrutabili, come un tempo accadeva a Brian Wilson o a John Lennon. L’unica costante è la sua voce: melodiosa, americana, araba, nera, bianca, baritonale, tenorile. Romantiche ballads, venate di mélo grazie al suo gorgheggio soul, per un XXI secolo venuto a patti col passato e pronto a un futuro luminoso. Il generalissimo Ocean, bisessuale, amico dei migliori rapper ma adoratore delle popstar di razza, è un leader di cui fidarsi. Dove va la sua musica, i ragazzi non piangono. E certamente risiede un futuro sonico molto intelligente.

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