Un capitolo di “Purity”, il nuovo romanzo di Jonathan Franzen, uscito il primo settembre 2015 negli Stati Uniti e l'8 marzo 2016 in Italia (Einaudi, traduzione di Silvia Pareschi)

La chiesa di Siegfeldstrasse era aperta a chiunque mettesse in imbarazzo la Repubblica, e Andreas Wolf era talmente imbarazzante che risiedeva proprio lì, nel seminterrato della canonica; ma a differenza degli altri – i cristiani fanatici, gli amici della Terra, i disadattati che difendevano i diritti umani o non volevano combattere nella Terza guerra mondiale – lui era imbarazzante anche per se stesso.

Per Andreas la cosa più perfettamente totalitaria della Repubblica era la sua ridicolaggine. Certo, gli spari contro chi cercava di attraversare la striscia della morte non erano affatto ridicoli, ma per lui quella era più che altro una bizzarria geometrica, una discontinuità fra la piattezza orientale e la tridimensionalità occidentale che bisognava presupporre per far quadrare i conti. Purché ci si tenesse alla larga dal confine, il peggio che poteva capitare era venire spiati, arrestati e interrogati, finire in prigione e avere la vita distrutta. Per quanto fastidiosa sul piano individuale, la situazione era vivacizzata dalla stupidità dell’apparato, dal linguaggio risibile del «nemico di classe» e degli «elementi controrivoluzionari», dall’assurda devozione al protocollo probatorio. Le autorità non si sarebbero mai limitate a dettarti la confessione o la denuncia, a estorcerti o falsificarti la firma. Dovevano avere foto e registrazioni, dossier scrupolosamente citati, appelli a leggi democraticamente promulgate. La Repubblica era angosciosamente tedesca nel suo sforzo di essere coerentemente logica e seguire le regole. Era un bambino coscienzioso che voleva far colpo sul padre sovietico e superarlo. Era persino riluttante a falsificare i risultati elettorali. E soprattutto per paura, ma forse anche per compassione nei confronti di quel bambino, che credeva nel socialismo proprio come i bambini dell’Ovest credevano in un Christkind volante che accendeva le candeline sull’albero di Natale e portava i regali, la gente andava in massa alle urne e votava per il Partito. Perfino i dissidenti parlavano il linguaggio della riforma, non del rovesciamento. La vita di tutti i giorni era soltanto limitata anziché tragicamente terribile (per la «Berliner Zeitung» la definizione di catastrofe era vincere la medaglia di bronzo alle olimpiadi). E così Andreas, che si sentiva in imbarazzo perché era l’antitesi megalomane di una dittatura troppo ridicola per essere degna di megalomania, manteneva le distanze dagli altri disadattati che si nascondevano sotto le gonne della chiesa. Lo deludevano dal punto di vista estetico, offendevano il suo senso di unicità, e comunque non si sarebbero fidati di lui. I paradossi della sua vita in Siegfeldstrasse erano circoscritti al privato.

 

L’edizione italiana esce nella collana Supercoralli
656 pagine, 22 euro

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Accanto al paradosso generale di essere un ateo mantenuto da una chiesa, c’era il paradosso più sottile di guadagnarsi vitto e alloggio come consulente psicologico per giovani a rischio. Quale bambino della Germania dell’Est era stato meno a rischio di lui? Eppure adesso era lì, nel seminterrato della canonica, a tenere sedute di gruppo e incontri individuali per consigliare agli adolescenti come superare promiscuità, dipendenza dall’alcol e problemi domestici, e assumere una posizione più produttiva in una società che lui disprezzava. E Andreas era bravo nel suo lavoro – bravo a far tornare i ragazzi a scuola, a trovargli un lavoro nell’economia sommersa, a metterli in contatto con assistenti sociali fidati – e perciò anche lui, paradossalmente, era un membro produttivo di quella società.

La sua caduta in disgrazia gli serviva come credenziale con i ragazzi. Il loro problema era che prendevano tutto troppo sul serio (il comportamento autodistruttivo era anch’esso una forma di presunzione), e il messaggio di Andreas era sempre, a tutti gli effetti: «Guardatemi. Mio padre è nel Comitato Centrale e io vivo nel seminterrato di una chiesa, ma quando mai mi vedete serio?». Era un messaggio efficace, ma non avrebbe dovuto esserlo, perché, a dire il vero, Andreas non era molto meno privilegiato per il fatto di vivere nel seminterrato di una chiesa. Aveva interrotto i contatti con i genitori a ventun anni, nel 1981, ma loro, in cambio di quel favore, lo proteggevano. Non era neppure stato arrestato per lo scherzo «sovversivo» che aveva fatto alla più importante rivista letteraria della Repubblica, come invece sarebbe successo a uno qualunque dei suoi ragazzi a rischio. Eppure quelli lo trovavano simpatico e lo ascoltavano, perché Andreas diceva la verità, e loro erano bramosi di sentirla. Le ragazze si mettevano praticamente in fila davanti al suo ufficio per calarsi i pantaloni, e anche questo, naturalmente, era paradossale. Andreas rendeva un prezioso servizio allo stato, convincendo gli elementi asociali a tornare all’ovile, e veniva ricompensato per i suoi servigi con una grande quantità di fiche giovani.

Anche se il suo appetito per le ragazze sembrava illimitato, Andreas era orgoglioso di non essere mai consapevolmente andato a letto con una minorenne o una vittima di abusi sessuali. Queste ultime era bravo a identificarle, a volte per via delle immagini fecali o putride che usavano per descriversi, a volte grazie a una certa risatina rivelatrice, e nel corso degli anni il suo istinto aveva spesso colto nel segno. Quando una ragazza vittima di violenze gli faceva delle avance, Andreas non solo la respingeva, ma scappava a gambe levate; aveva la fobia di sentirsi un predatore.

Se i suoi scrupoli gli lasciavano ancora un apparente residuo di malessere – il timore di scoprire perché si sentisse obbligato a ripetere lo stesso schema con una ragazza dopo l’altra –, lui dava la colpa al malessere del paese in cui viveva. Andreas continuava a esistere solo in rapporto alla Repubblica che lo aveva definito, e a quanto pareva uno dei ruoli che la Repubblica gli imponeva era quello di Assibräuteaufreisser. Poiché viveva nel seminterrato di una canonica e mangiava robaccia in scatola, sentiva di avere diritto all’unico piccolo lusso garantito dai suoi privilegi residui. Non aveva un conto in banca, però teneva un registro mentale dei coiti e lo controllava regolarmente, per accertarsi di ricordare non solo nomi e cognomi, ma anche l’ordine preciso in cui si erano svolti.

Era arrivato a cinquantadue, nel tardo inverno del 1987, quando commise un errore. Il problema era che la n. 53, una piccola rossa di nome Petra, momentaneamente residente con il padre inadatto al lavoro in una casa occupata senz’acqua calda a Prenzlauer Berg, era, come suo padre, una persona molto religiosa. Questo, curiosamente, non aveva smorzato la sua attrazione per Andreas (né quella di lui per lei), però la induceva a considerare il sesso in chiesa una mancanza di rispetto verso Dio. Andreas cercò di liberarla da quella superstizione, ma riuscì solo a metterla in apprensione per la salvezza della sua anima, e capì che rischiava di perderla del tutto se la sua anima non rimaneva in gioco. Una volta che decideva di concludere un affare, Andreas non riusciva più a pensare ad altro, e poiché non aveva un amico intimo che potesse prestargli un appartamento né i soldi per pagare una stanza d’albergo, e poiché quella fatidica sera la temperatura era parecchio al di sotto dello zero, l’unico modo che gli venne in mente per infilarsi nei pantaloni di Petra fu salire con lei sulla S-Bahn e portarla nella dacia dei suoi genitori sul Müggelsee, che veniva usata di rado in inverno e mai nei giorni feriali.

La dacia, raggiungibile a piedi dalla stazione, sorgeva su un grande appezzamento di terreno coperto di pini, che digradava dolcemente verso la riva del lago. Cercando a tastoni nel buio, Andreas trovò la chiave appesa alla solita grondaia. Quando entrò insieme a Petra e accese la luce, vide con sconcerto che il soggiorno era arredato con i mobili in stile falso-danese della sua infanzia cittadina. Non entrava nella dacia da sei anni. Nel frattempo, a quanto pareva, sua madre aveva riarredato l’appartamento in città.

– Di chi è questa casa? – disse Petra, colpita da tutti quei comfort.

– Non importa.

Accese la caldaia elettrica e condusse Petra lungo il corridoio, fino alla stanza che un tempo era sua. – Posso farmi un bagno? – disse la ragazza.

– Non devi farlo per me.

– È da quattro giorni che non lo faccio.

Andreas non aveva voglia di occuparsi di un asciugamano bagnato, che bisognava lasciare asciutto e ripiegato al momento di andarsene. Ma era importante mettere al primo posto la ragazza e i suoi desideri.

– Va bene, – le assicurò, affabile. – Fai pure.

Si sedette sul suo vecchio letto e la sentì chiudere a chiave la porta del bagno. Nelle settimane seguenti, lo scatto della serratura sarebbe diventato il seme della paranoia: perché si era chiusa dentro, se erano soli in casa? Ma forse era stato solo un caso sfortunato che Petra fosse bloccata nella vasca con l’acqua ancora aperta e lo scroscio delle tubature che copriva il rumore della macchina e dei passi in avvicinamento, quando Andreas sentì dei colpi alla porta e una voce che sbraitava: – Volkspolizei!

Lo scroscio dell’acqua cessò di colpo. Andreas pensò di scappare, ma era intrappolato dalla presenza di Petra nella vasca da bagno. Si tirò su dal letto, riluttante, e andò ad aprire. Si trovò davanti due VoPos, illuminati in controluce dai lampeggiatori e dai fari della volante.

– Sì? – disse.

– Documenti, prego.

– Di cosa si tratta?

– Ci dia i documenti, prego.

Se i poliziotti avessero avuto la coda, in quel momento non l’avrebbero agitata; se avessero avuto le orecchie a punta, le avrebbero appiattite all’indietro. L’agente più anziano guardò accigliato il libretto blu di Andreas e lo passò all’altro, che lo prese e andò verso la volante.

– Ha il permesso di stare qui?

– In un certo senso.

– È solo?

– Come mi avete trovato –. Andreas fece un cenno cortese. – Vuole accomodarsi?

– Devo usare il telefono.

– Certo.

L’agente entrò con circospezione. Andreas immaginò che avesse più paura dei proprietari della casa che dei criminali armati che poteva trovare lì dentro.

– Questa è la casa dei miei genitori, – spiegò.

– Conosciamo il Sottosegretario. Non conosciamo lei. Nessuno ha il permesso di trovarsi qui stasera.

– Sono arrivato un quarto d’ora fa. La vostra vigilanza è lodevole.

– Abbiamo visto le luci.

– Davvero lodevolissima.

Dal bagno arrivò il rumore di una goccia che cadeva; col senno di poi, Andreas avrebbe trovato significativo che l’agente non si fosse interessato al bagno. L’uomo sfogliò un logoro taccuino nero, trovò un numero e lo compose sul telefono del soggiorno.

– Signor Sottosegretario? – L’agente si identificò e denunciò concisamente la presenza di un intruso che si dichiarava un parente. Poi ripeté «sì» diverse volte.

– Gli dica che vorrei parlare con lui, – disse Andreas.

L’agente lo zittì con un gesto.

– Voglio parlare con lui.

– Certo, subito, – disse l’agente al Sottosegretario.

Andreas tentò di afferrare la cornetta. L’agente gli diede uno spintone sul petto, buttandolo a terra.

– No, sta cercando di prendere il telefono… proprio così… sì, certo. Glielo dirò… d’accordo, signor Sottosegretario –. L’agente riattaccò e abbassò lo sguardo su Andreas. – Deve andarsene immediatamente e non tornare mai più.

– Capito.

– Se torna ci saranno ripercussioni. Il Sottosegretario vuole che sia chiaro. Ma se fosse per me? Spero che lei torni, e spero che quel giorno sarò in servizio.

Quando i poliziotti se ne andarono, Andreas bussò alla porta del bagno e disse a Petra di spegnere la luce e aspettarlo. Spense le altre luci e uscì fuori nella notte, dirigendosi verso la stazione. Alla prima curva vide la volante parcheggiata e fece un cenno di saluto agli agenti. Alla curva successiva si nascose dietro alcuni pini ad aspettare che la volante si allontanasse. Quella serata aveva prodotto dei danni, e non aveva intenzione di sprecarla. Ma quando infine riuscì a insinuarsi di nuovo nella dacia e trovò Petra rannicchiata sul suo letto d’infanzia, piagnucolante per la paura della polizia, era troppo esasperato dall’umiliazione ricevuta per badare al piacere della ragazza. Le ordinò di fare questo e quello, al buio, e andò a finire con lei che piangeva e gli diceva che lo odiava, sentimento che a quel punto era del tutto ricambiato. Non la rivide mai più.

Trascorse la primavera e l’estate in uno stato di depressione che lo rendeva ancora più ossessionato dal sesso, ma poiché d’un tratto non si fidava più né di se stesso né delle ragazze, si negava anche quel sollievo. Anche se così metteva a repentaglio il miglior impiego che un tedesco dell’Est nella sua posizione potesse sperare di trovare, passava le giornate sdraiato sul letto a leggere romanzi inglesi, gialli e non solo, proibiti e non solo. Era casto ormai da sette mesi quando, un pomeriggio di ottobre, il giovane «vicario» andò a parlargli della ragazza seduta in chiesa. Il vicario indossava tutti i tipici paramenti dell’ecclesiastico ribelle – barba lunga: presente; giubbotto di jeans sbiadito: presente; crocifisso di rame moderno: presente – ma era utilmente insicuro di fronte alla superiorità di Andreas in fatto di esperienza di strada.

– L’ho notata per la prima volta due settimane fa, – disse, sedendosi per terra. Doveva aver letto su qualche libro che sedersi per terra creava una relazione con l’altro e trasmetteva un senso di umiltà cristiana. – A volte rimane in chiesa per un’ora, a volte fino a mezzanotte. Non prega, fa i compiti. Alle fine le ho chiesto se potevamo aiutarla. Lei si è spaventata e ha chiesto scusa, dicendo che credeva di poter stare lì. Le ho risposto che la chiesa è sempre aperta ai bisognosi. Avrei voluto fare due chiacchiere, ma lei voleva solo assicurarsi di non aver infranto nessuna regola.

– E allora?

– Be’, sei tu il consulente psicologico dei giovani.

– La chiesa non è precisamente il mio territorio.

– È comprensibile che tu sia esausto. Non ci è dispiaciuto che ti sia preso un po’ di tempo per te.

– Molto gentile da parte vostra.

– Sono preoccupato per la ragazza, però. Le ho parlato di nuovo ieri e le ho chiesto se fosse nei guai: ho paura che abbia subito violenza. Parla così piano che si fa fatica a capirla, ma se non sbaglio ha detto che non può rivolgersi alle autorità perché è già conosciuta. A quanto pare è qui perché non ha un altro posto dove andare.

– Come tutti noi.

– Forse a te dirà qualcosa di più.

– Quanti anni ha?

– Giovane. Quindici, sedici. È anche bellissima.

Minorenne, vittima di violenza e bella. Andreas sospirò.

– Dovrai uscire dalla tua stanza, prima o poi, – suggerì il vicario.

Quando salì in chiesa e vide la ragazza seduta in penultima fila, Andreas percepì subito la sua bellezza come una complicazione sgradita, una particolarità che lo distraeva dalla parte anatomica femminile universale che gli era sempre interessata. Aveva i capelli e gli occhi scuri, era vestita senza traccia di ribellione, e sedeva con una postura eretta da Libera Gioventù Tedesca e un libro scolastico in grembo. Sembrava una brava ragazza, di quelle che non si vedevano mai nel seminterrato. Non alzò la testa mentre lui si avvicinava.

– Vuoi parlare con me? – le disse.

Lei scosse la testa.

– Hai parlato con il vicario.

– Solo per un minuto, – mormorò la ragazza.

– Okay. Magari mi siedo dietro di te, così non devi per forza vedermi. E poi, se…

– No, ti prego.

– Va bene. Rimango in vista –. Si sedette sulla panca davanti a lei. – Mi chiamo Andreas. Sono il consulente psicologico della chiesa. Vuoi dirmi come ti chiami?

Lei scosse la testa.

– Sei qui per pregare?

Lei fece un sorrisetto. – Esiste un Dio?

– No, certo che no. Come ti è venuto in mente?

– Qualcuno ha costruito questa chiesa.

– Qualcuno si era illuso.

La ragazza alzò la testa, come se Andreas l’avesse un po’ incuriosita. – Non hai paura di finire nei guai?

– Con chi? Con il pastore? Dio è solo una parola che lui usa contro lo stato. In questo paese non esiste niente che non sia riferito allo stato.

– Non dovresti dire queste cose.

– Ripeto solo quello che dice lo stato.

Andreas abbassò lo sguardo sulle gambe della ragazza, che erano in armonia con il resto.

– Hai molta paura di finire nei guai? – le disse.

Lei scosse la testa.

– Allora hai paura di mettere nei guai qualcun altro. È così?

– Vengo qui perché questo posto non esiste. È bello passare un po’ di tempo in un posto che non esiste.

– Nessun posto esiste meno di questo, sono d’accordo.

Lei fece un sorrisetto vago.

– Quando ti guardi allo specchio, – disse Andreas, – cosa vedi? Una bella ragazza?

– Non mi guardo allo specchio.

– Cosa vedresti se ti guardassi?

– Niente di buono.

– Qualcosa di brutto? Qualcosa di pericoloso?

Lei alzò le spalle.

– Perché non hai voluto che mi sedessi dietro di te?

– Mi piace vedere con chi sto parlando.

– Allora stiamo parlando. Facevi solo finta di non volermi parlare. Stavi drammatizzando… mi prendevi in giro.

Il brusco passaggio al confronto sincero era uno dei suoi trucchi da consulente psicologico. Il fatto che fosse stufo di quei trucchi non voleva dire che non funzionassero più.

– Lo so già che sono cattiva, – disse la ragazza. – Non c’è bisogno che me lo spieghi.

– Ma dev’essere difficile sopportare che la gente non lo sappia. Nessuno crede che una ragazza così bella possa essere così cattiva dentro. Dev’essere difficile per te rispettare gli altri.

– Ho degli amici.

– Anch’io li avevo, alla tua età. Ma non serve a niente, vero? Anzi, quando piaccio agli altri è peggio. Mi trovano divertente, mi trovano bello. Solo io so quanto sono cattivo dentro. Sono molto cattivo e molto importante. A dire la verità, sono la persona più importante del paese.

Era incoraggiante vederla sogghignare come un’adolescente. – Tu non sei importante.

– Oh, sì, invece. Solo che tu non lo sai. Però sai come ci si sente a essere importanti, vero? Anche tu sei molto importante. Tutti ti prestano attenzione, tutti vogliono starti vicino perché sei bella, e poi tu gli fai del male. Devi andare a nasconderti in una chiesa per stare in un posto che non esiste, per dare un po’ di respiro al mondo.

– Vorrei che mi lasciassi in pace.

– A chi stai facendo del male? Dimmelo.

La ragazza abbassò la testa.

– A me puoi dirlo, – insistette Andreas. – Anch’io ho fatto male a molta gente.

Lei ebbe un piccolo brivido e intrecciò le dita in grembo. Da fuori, il rombo di un camion e lo stridio di una marcia grattata entrarono in chiesa e indugiarono nell’aria, che odorava di stoppini bruciati e ottone ossidato.

A mia madre, – mormorò la ragazza. Era difficile conciliare l’odio nella sua voce con l’idea che non volesse fare del male. Andreas ne sapeva abbastanza di abusi sessuali per capire cosa voleva dire.

– Dov’è tuo padre? – domandò in tono gentile.

– Morto.

– E tua madre si è risposata.

Lei annuì.

– Non è a casa?

– Fa l’infermiera di notte all’ospedale.

Andreas trasalì; era tutto chiaro.

– Qui sei al sicuro, – le disse. – Questo posto non esiste per davvero. Qui non puoi fare male a nessuno. Stai tranquilla, puoi dirmi come ti chiami. Non ha importanza.

– Mi chiamo Annagret, – disse la ragazza.

La loro prima conversazione fu analoga, per rapidità e franchezza, alle seduzioni di Andreas, ma nello spirito era l’esatto contrario. La bellezza di Annagret era così sensazionale, così fuori dall’ordinario, che sembrava un esplicito affronto alla Repubblica del Cattivo Gusto. Non sarebbe dovuta esistere: sconvolgeva l’universo ordinato di cui Andreas si era sempre messo al centro; lo spaventava. Aveva ventisette anni e non era mai stato innamorato (a parte di sua madre, quando era piccolo), perché doveva ancora incontrare – e non cercava più nemmeno di immaginare – una ragazza per cui ne valesse la pena. E adesso eccone una.

La rivide per tre sere di seguito. Si sentiva in colpa a essere impaziente di rivederla solo perché era molto bella, ma non poteva farci niente. La seconda sera, per dimostrarle che poteva fidarsi di lui, si premurò di raccontarle che era andato a letto con decine di ragazze che frequentavano la chiesa. – Era una specie di dipendenza, – disse, – ma avevo dei limiti rigorosi. Ti prego di credere che tu ne sei completamente al di fuori.

Era la verità, ma anche, in fondo in fondo, una totale bugia, e Annagret glielo fece notare. – Tutti credono di avere dei limiti rigorosi, – disse, – finché non li superano.

– Se me lo permetti, ti dimostrerò che certi limiti sono davvero rigorosi.

– Tutti dicono che questa chiesa è un ritrovo per gente senza morale. Non capivo come fosse possibile: è una chiesa, dopotutto. Ma adesso mi stai dicendo che è proprio così.

– Mi dispiace di doverti disilludere.

– C’è qualcosa di sbagliato in questo paese.

– Non potrei essere più d’accordo.

– Come se non bastasse il Judo Club, adesso scopro che anche in chiesa…

Annagret aveva una sorella più grande, Tanja, che era diventata campionessa di judo mentre frequentava l’Oberschule. Entrambe le sorelle erano destinate all’università, grazie agli ottimi voti e all’appartenenza alla classe operaia, ma Tanja pensava solo ai ragazzi e aveva esagerato con lo sport, e dopo l’Abitur era finita a fare la segretaria, passando tutto il tempo libero a ballare nei locali o ad allenarsi al centro sportivo. Annagret era minore di sette anni e meno atletica della sorella, ma tutta la famiglia era appassionata di judo, e così a dodici anni si era iscritta al circolo locale.

Tra gli habitué del centro sportivo c’era un bell’uomo maturo, Horst, che aveva circa trent’anni e possedeva una grossa motocicletta. Frequentava il centro soprattutto per mantenere la sua notevole muscolatura, ma giocava anche a pallamano e gli piaceva assistere agli allenamenti di judo degli allievi avanzati, e in breve Tanja si era aggiudicata un appuntamento con lui e la sua moto. Da lì erano passati a un secondo appuntamento e poi a un terzo, e a quel punto era capitata una sventura: Horst aveva conosciuto la madre delle due ragazze. Da quel momento, anziché portare fuori Tanja in moto, aveva cominciato ad andarla a trovare a casa, nel loro schifoso appartamentino, insieme ad Annagret e alla madre.

La madre, vedova di un meccanico di camion morto tragicamente di tumore al cervello, interiormente era una persona dura e amareggiata, ma esteriormente era una bella trentottenne, non solo più bella di Tanja, ma anche più vicina per età a Horst. Da quando Tanja l’aveva delusa abbandonando la scuola, le due avevano litigato su ogni cosa immaginabile, tra cui adesso anche Horst, che secondo la madre era troppo vecchio per Tanja. Quando era diventato chiaro che Horst la preferiva alla figlia, lei non si era affatto sentita in colpa. Per fortuna Annagret non era in casa, il pomeriggio fatale in cui Tanja si era alzata in piedi dicendo che aveva bisogno di aria e chiedendo a Horst di portarla a fare un giro in moto. Lui le aveva risposto che loro tre dovevano discutere di una questione dolorosa. Esistevano modi migliori per affrontare la situazione, ma probabilmente non esisteva un buon modo. Tanja si era sbattuta la porta alle spalle ed era tornata a casa solo tre giorni dopo. Si era trasferita a Lipsia appena aveva potuto.

Horst e la madre di Annagret si erano sposati, e poi avevano traslocato in un appartamento decisamente spazioso, dove Annagret aveva una camera tutta per sé. Le dispiaceva per Tanja e disapprovava sua madre, ma il patrigno l’affascinava. Aveva un buon lavoro, come leader di un collettivo di lavoratori nella più grande centrale elettrica della città, che però non bastava a spiegare come riuscisse a ottenere certe cose: la moto, l’appartamento spazioso, le arance e le noci del Brasile e i dischi di Michael Jackson che ogni tanto portava a casa. Dalla descrizione di Annagret, Andreas ebbe l’impressione che fosse dotato di un amore di sé non mitigato dalla vergogna, e perciò contagioso. Di certo ad Annagret piaceva stare con lui. Horst la portava avanti e indietro dal centro sportivo. Le aveva insegnato a guidare la moto in un parcheggio. Lei in cambio aveva cercato di insegnargli un po’ di judo, ma Horst aveva il busto così sproporzionato che non riusciva a cadere bene. La sera, quando sua madre era fuori per il turno di notte, Annagret gli parlava del lavoro extracurricolare che stava svolgendo nella speranza di frequentare una Erweiterte Oberschule; colpita dalla sua rapidità di comprensione, gli diceva che anche lui avrebbe dovuto frequentare una EOS. Ben presto aveva cominciato a considerarlo uno dei suoi migliori amici. Questo, oltretutto, faceva piacere a sua madre, che non ne poteva più del lavoro d’infermiera ed era contenta che il marito e la figlia andassero d’accordo. Forse Tanja era perduta, ma Annagret era la brava ragazza, la speranza di sua madre per il futuro della famiglia.

E poi una sera, nell’appartamento decisamente spazioso, Horst era andato a bussare alla porta di Annagret prima che lei spegnesse la luce. – Sei presentabile? – le aveva detto in tono scherzoso.

– Sono in pigiama, – aveva risposto lei.

Horst era entrato e aveva avvicinato una sedia al letto. Aveva la testa molto grande: Annagret non riusciva a spiegarlo ad Andreas, ma la grandezza della testa di Horst le sembrava il motivo per cui gli andava sempre tutto bene. Oh, ha una testa splendida, diamogli quello che vuole. Qualcosa del genere. Quella sera in particolare, la testona di Horst era arrossata dall’alcol.

– Scusa se puzzo di birra, – le aveva detto.

– Se potessi berne una anch’io non sentirei la puzza.

– Sembra che tu la sappia lunga sulla birra.

– Oh, l’ho solo sentito dire.

– Potresti bere una birra se smettessi di allenarti, ma non hai intenzione di smettere, e così non puoi bere.

Ad Annagret piaceva quel loro rapporto scherzoso. – Tu però ti alleni, eppure bevi.

– Stasera ho bevuto tanto solo perché devo dirti una cosa importante.

Annagret vide che quella sera, in effetti, la sua faccia aveva qualcosa di diverso. Una specie di angoscia mal controllata negli occhi. E poi gli tremavano le mani.

– Cosa c’è? – gli aveva chiesto, preoccupata.

– Sai tenere un segreto? – aveva detto lui.

– Non lo so.

– Be’, è necessario, perché sei l’unica persona a cui posso dirlo, e se non tieni il segreto finiremo tutti nei guai.

Annagret aveva riflettuto. – Ma perché devi dirmelo?

– Perché ti riguarda. È una cosa su tua madre. Terrai il segreto?

– Posso provarci.

Horst aveva emesso un gran sospiro puzzolente di birra. – Tua madre è tossicodipendente, – aveva detto. – Ho sposato una tossicodipendente. Ruba i narcotici all’ospedale e ne fa uso al lavoro e anche a casa. Lo sapevi?

– No, – aveva risposto Annagret. Ma era propensa a crederci. Sempre più spesso, ultimamente, sua madre aveva un’aria intorpidita.

– Ha la mano lesta, – aveva aggiunto Horst. – All’ospedale nessuno sospetta niente.

– Dobbiamo parlare con lei, dirle di smettere.

– I tossici non smettono se non si curano. Se decide di farsi curare, le autorità scopriranno che rubava.

– Ma se dice la verità e cerca di guarire, le autorità saranno contente.

– Be’, purtroppo c’è un’altra questione. Un segreto ancora più grande. Neppure tua madre ne è a conoscenza. Posso rivelartelo?

Horst era uno dei suoi migliori amici, e così, dopo un momento di esitazione, Annagret aveva detto di sì.

– Ho giurato di non dirlo a nessuno, – aveva proseguito Horst. – Dicendotelo, infrango il giuramento. Da alcuni anni lavoro informalmente per il Ministero della sicurezza statale. Sono un collaboratore, ufficioso ma fidato. Di tanto in tanto incontro un agente. Gli passo informazioni sui miei operai e soprattutto sui miei superiori. Questo è necessario perché la centrale è di vitale importanza per la sicurezza del paese. Ho la grande fortuna di essere in buoni rapporti con il ministero. È una grande fortuna anche per te e tua madre. Ma capisci cosa significa?

– No.

– Che i nostri privilegi dipendono dal ministero. Come credi che reagirebbe l’agente, se scoprisse che mia moglie è una ladra e una drogata? Penserebbe che non sono affidabile. Potremmo perdere l’appartamento, e io potrei perdere il lavoro.

– Ma potresti dirgli la verità sulla mamma. Non è colpa tua.

– Se glielo dico, tua madre perderà il lavoro. Probabilmente finirà in prigione. È questo che vuoi?

– Ovviamente no.

– Perciò dobbiamo tenere tutto segreto.

– Ma ora vorrei che non me lo avessi mai detto! Dovevo proprio saperlo?

– Sì, perché devi aiutarmi a tenere il segreto. Tua madre, infrangendo la legge, ci ha traditi. Ora la famiglia siamo noi due. E lei è diventata una minaccia per la nostra famiglia. Bisogna fare in modo che non la distrugga.

– Dobbiamo cercare di aiutarla.

– Ora tu per me sei più importante di lei. Sei tu la donna della mia vita. Guarda qui – . Le aveva messo una mano sulla pancia, divaricando le dita. – Sei diventata una donna.

La mano sulla pancia l’aveva spaventata, ma non quanto ciò che le aveva detto.

– Una donna bellissima, – aveva aggiunto Horst, con voce roca.

– Mi fai il solletico.

Lui aveva chiuso gli occhi senza togliere la mano. – Dobbiamo tenere tutto segreto, – le aveva detto. – Io posso proteggerti, ma tu devi fidarti di me.

– Non possiamo dirlo alla mamma?

– No. Una cosa tirerebbe l’altra, e lei finirebbe in prigione. Siamo più tranquilli se continua a rubare e drogarsi: è bravissima a non farsi beccare.

– Ma se le dici che lavori per il ministero, lei capirà perché deve smettere.

– Non mi fido di lei. Ci ha già traditi una volta. Devo fidarmi di te, invece.

Le veniva da piangere; respirava sempre più in fretta.

– Non dovresti toccarmi, – gli aveva detto. – Mi sembra sbagliato.

– Forse sì, è sbagliato, un pochino, considerando la differenza d’età –. Horst aveva annuito con la sua testona. – Ma guarda quanto mi fido di te. Possiamo fare una cosa che forse è un pochino sbagliata, perché so che non lo dirai a nessuno.

– Potrei dirlo a qualcuno.

– No. Dovresti svelare i nostri segreti, e non puoi farlo.

– Oh, vorrei che non mi avessi detto niente.

– Invece te l’ho detto. Dovevo dirtelo. E adesso condividiamo dei segreti. Solo noi due. Posso fidarmi di te?

Le erano salite le lacrime agli occhi. – Non lo so.

– Raccontami un tuo segreto. Allora saprò che posso fidarmi.

– Io non ho segreti.

– Allora mostrami qualcosa di segreto. Qual è la cosa più segreta che puoi mostrarmi?

La mano sulla pancia si era spostata lentamente verso il basso, e Annagret aveva sentito il cuore martellarle nel petto.

– È questa? – aveva detto Horst. – È questa la tua cosa più segreta?

– Non lo so, – aveva piagnucolato Annagret.

– Non preoccuparti. Non devi per forza farmela vedere. Basta che me la fai toccare –. Attraverso la mano, Annagret lo aveva sentito rilassarsi in tutto il corpo. – Ora mi fido di te.

Per Annagret, la cosa terribile era che quanto era successo dopo le era piaciuto, almeno per un po’. Per un po’, era stata solo una forma più intima di amicizia. Scherzavano ancora insieme, lei gli raccontava ancora la sua giornata a scuola, andavano ancora in moto e si allenavano al circolo sportivo. Era una vita normale ma con un segreto, una cosa segretissima da adulti che succedeva dopo che Annagret aveva messo il pigiama ed era andata a letto. Mentre la toccava, Horst le ripeteva che era bellissima, che era perfetta. E visto che per un po’ lui aveva continuato a toccarla solo con la mano, Annagret si era convinta che fosse colpa sua, che quella storia fosse stata una sua idea, che avesse combinato tutto lei con la sua bellezza e che l’unico modo per chiudere la faccenda fosse arrendersi e lasciarsi andare. Quel desiderio di lasciarsi andare le faceva odiare il suo corpo ancora più di quanto lo odiasse per la sua presunta bellezza, ma per qualche motivo l’odio rendeva più impellente il desiderio. Voleva che Horst la baciasse. Voleva che la desiderasse. Era molto cattiva. E forse era logico che fosse molto cattiva, visto che era figlia di una tossicodipendente. Aveva chiesto a sua madre, in tono noncurante, se fosse mai tentata di provare i farmaci che somministrava ai pazienti. Ogni tanto sì, le aveva risposto tranquilla sua madre, se all’ospedale avanzava qualche farmaco, magari lei o un’altra infermiera ne prendevano un po’ per calmarsi i nervi, ma questo non voleva dire che fossero tossicodipendenti. Annagret non aveva fatto alcun accenno alla tossicodipendenza.

La cosa peggiore, per Andreas, era che il ficacentrismo del patrigno di Annagret gli ricordava molto il suo. Si sentì appena un po’ meno coinvolto quando Annagret passò a raccontargli che per Horst quelle settimane di palpeggiamenti erano state solo un preludio al momento di togliersi i pantaloni. Doveva succedere, prima o poi, eppure quel gesto aveva rotto l’incantesimo di cui era caduta vittima; aveva reso partecipe del loro segreto un terzo individuo. Quell’individuo non le piaceva. Doveva averli spiati fin dall’inizio, aspettando il momento giusto, manipolandoli come un agente segreto. Annagret non voleva vederlo, non lo voleva vicino a sé, e quando lui aveva cercato di affermare la propria autorità le era venuta paura di stare in casa di notte. Ma cosa poteva fare? L’uccello conosceva i suoi segreti. Sapeva che, anche se solo per un po’, era stata impaziente di farsi compromettere. Era diventata la sua collaboratrice ufficiosa; aveva prestato un tacito giuramento. Non poteva rivolgersi alle autorità, perché allora Horst avrebbe rivelato che sua madre si drogava, così loro l’avrebbero messa in prigione e lei sarebbe rimasta sola con l’uccello. E forse sua madre meritava di andare in prigione, ma non se Annagret doveva rimanere a casa per continuare a farle del male. Si chiedeva se sua madre si drogasse per non sapere quale corpo l’uccello volesse realmente.

Tutto questo venne fuori durante la quarta sera di colloquio con Andreas. Quando terminò la sua confessione, nel gelo della chiesa, Annagret scoppiò a piangere. Vedendo una ragazza così bella in lacrime, vedendola strofinarsi gli occhi con i pugni come una neonata, Andreas fu preso da una sensazione fisica sconosciuta. Era un uomo così allegro e ironico, un tale artista della spensieratezza, che non riconobbe nemmeno ciò che gli stava succedendo: anche lui si stava mettendo a piangere. La bellezza di Annagret aveva scardinato qualcosa dentro di lui. Si sentiva uguale a lei. E così piangeva anche perché l’amava, e perché non poteva averla.

– Puoi aiutarmi? – sussurrò Annagret.

– Non lo so.

– Perché ti ho raccontato tutte queste cose, se non puoi aiutarmi? Perché hai continuato a farmi domande? Ti sei comportato come se potessi aiutarmi.

Andreas scosse la testa e non disse niente. Annagret gli posò una mano sulla spalla, leggerissima, ma anche quel tocco leggero gli sembrò terribile. Si curvò in avanti, scosso dai singhiozzi. – Sono tanto triste per te.

– Ma ora capisci cosa voglio dire. Io faccio male alle persone.

– No.

– Forse dovrei essere la sua ragazza e basta. Farlo divorziare da mia madre ed essere la sua ragazza.

– No –. Andreas si ricompose e si asciugò la faccia. – No, è uno stronzo malato. Lo so perché sono un po’ malato anch’io. Posso dedurlo.

– Magari hai fatto la stessa cosa…

– Mai. Te lo giuro. Io sono uguale a te, non a lui.

– Ma… se sei un po’ malato e sei uguale a me, vuol dire che sono un po’ malata anch’io.

– Non volevo dire questo.

– Hai ragione, però. Dovrei andare a casa e diventare la sua ragazza. Visto che sono malata. Grazie dell’aiuto, Signor Consulente.

Andreas l’afferrò per le spalle e la costrinse a guardarlo. Ora nei suoi occhi c’era solo sfiducia. – Voglio essere tuo amico, – le disse.

– Sappiamo tutti a cosa porta l’amicizia.

– Ti sbagli. Resta qui e riflettiamo un po’. Sii mia amica.

Annagret si staccò da lui e si strinse le braccia contro il petto.

– Possiamo andare direttamente alla Stasi, – disse Andreas. – Lui ha infranto il giuramento. Nell’istante in cui decideranno che può metterli in imbarazzo, lo molleranno come una patata bollente. Per quanto li riguarda, non è altro che un collaboratore di basso livello: un signor nessuno.

– No, – disse lei. – Penseranno che mento. Non ti ho raccontato tutto quello che ho fatto, è troppo imbarazzante. Ho fatto delle cose per suscitare il suo interesse.

– Non importa. Hai quindici anni. Agli occhi della legge non sei assolutamente responsabile. Se lui non è del tutto stupido, adesso se la starà facendo sotto. Hai il coltello dalla parte del manico.

– Ma anche se mi credessero avrò rovinato la vita a tutti, compresa me stessa. Non avrò più una casa, non potrò andare all’università. Persino mia sorella mi odierà. Credo sia meglio dargli quello che vuole finché non avrò l’età per andarmene.

– Se è questo che vuoi.

Annagret scosse la testa. – Se lo volessi non sarei qui. Ma ormai ho capito che nessuno può aiutarmi.

Andreas non sapeva cosa dire. Quello che lui voleva era vivere nel seminterrato della canonica insieme ad Annagret. Poteva proteggerla, istruirla, studiare l’inglese con lei, insegnarle il mestiere di consulente per la gioventù a rischio ed esserle amico, proprio come re Lear immaginava di essere amico di Cordelia, seguendo le notizie di corte da lontano, ridendo di chi era dentro e di chi era fuori. Forse col tempo sarebbero diventati una coppia, la coppia del seminterrato, con una loro vita privata.

– Possiamo trovarti un posto qui, – le disse.

Annagret scosse di nuovo la testa. – È già arrabbiato perché torno a casa a mezzanotte. Pensa che esca con dei ragazzi. Se non tornassi del tutto, denuncerebbe mia madre.

– Te lo ha detto lui?

– È una persona malvagia. Per molto tempo ho pensato il contrario, ma ho cambiato idea. Ora tutto quello che mi dice è una minaccia. Non si fermerà finché non avrà ottenuto quello che vuole.

Stavolta Andreas provò una sensazione diversa: non più lacrime, ma un’ondata di odio. – Posso ucciderlo, – disse.

– Non è il tipo di aiuto che cercavo.

– Qualcuno avrà comunque la vita rovinata, – disse Andreas, seguendo la logica dell’odio. – Perché non io e lui? Io vivo già in una specie di prigione. In una prigione vera non si mangia peggio che qui. Potrei leggere libri a spese dello stato. Tu potresti andare a scuola e aiutare tua madre a risolvere il suo problema.

Lei fece un verso di scherno. – Ottimo piano. Tentare di uccidere un culturista.

– Ovviamente non lo avviserei in anticipo.

Annagret lo guardò come se dubitasse delle sue intenzioni. Fino a quel momento avrebbe avuto ragione a dubitare. Il mestiere di Andreas era la leggerezza. Ma era più difficile vedere il lato ridicolo della casuale distruzione di una vita nella Repubblica, quando la vita in questione era quella di Annagret. Andreas si stava innamorando di quella ragazza, e non poteva fare niente con quel sentimento, non poteva trasformarlo in azione, non poteva convincerla a fidarsi di lui. Annagret dovette leggergli qualcosa in faccia, perché cambiò espressione.

– Non puoi ucciderlo, – disse piano. – È solo un uomo malato. Tutti nella mia famiglia sono malati, tutti quelli che tocco sono malati, me compresa. Ho solo bisogno di aiuto.

– In questo paese non lo troverai.

– Non può essere.

– È la verità.

Annagret rimase per un po’ a fissare le panche davanti a loro, o la croce dietro l’altare, abbandonata nella penombra. Poi il suo respiro si fece breve e affannoso. – Non piangerei se morisse, – disse. – Ma dovrei essere io a farlo, e non ci riuscirei mai. Mai, mai. Preferirei diventare la sua ragazza.

Pensandoci meglio, Andreas decise che neanche lui voleva davvero uccidere Horst. Poteva concepire di sopravvivere alla prigione, ma l’etichetta di assassino non si conciliava con la sua immagine di sé. Quell’etichetta lo avrebbe seguito ovunque, e lui non sarebbe più riuscito a piacersi tanto quanto adesso, e neppure a piacere agli altri. Gli andava bene essere un Assibräuteaufreisser – un rimorchiatore di antisociali – perché era un’etichetta adeguatamente ridicola. Assassino, invece, non lo era.

– Allora, – disse Annagret, alzandosi. – Sei stato gentile a proporlo. Sei stato gentile ad ascoltare la mia storia senza disgustarti troppo.

– Aspetta, però, – disse Andreas, perché gli era venuta un’altra idea: se lei fosse stata sua complice, forse non lo avrebbero preso, e anche se lo avessero preso, la bellezza di Annagret e il suo amore per lei sarebbero stati inscindibili da ciò che avevano fatto. Non sarebbe stato un semplice assassino; sarebbe stato l’uomo che aveva eliminato il molestatore di quella ragazza straordinaria.

– Ti fidi di me? – le disse.

– Mi piace che con te posso parlare. Non credo che racconterai in giro i miei segreti –. Fece una pausa. – Non voglio essere la tua ragazza, – aggiunse, – se è questo che intendi. Non voglio essere la ragazza di nessuno. Voglio solo tornare a essere normale.

– Questo non succederà.

Annagret lo guardò desolata. La cosa più naturale sarebbe stata prenderla fra le braccia e consolarla, ma nella loro situazione non c’era niente di naturale. Andreas si sentiva del tutto impotente: un’altra sensazione nuova che non gli piaceva affatto. Si aspettava che Annagret se ne andasse e non tornasse più. Invece respirò a fondo per calmarsi e disse, senza guardarlo: – Come lo faresti?

Con voce bassa e cupa, come se fosse in trance, Andreas glielo spiegò. Annagret doveva smettere di andare in chiesa, tornare a casa e mentire a Horst. Doveva dirgli che era andata in chiesa per starsene sola a pregare e cercare l’aiuto di Dio, e che adesso aveva le idee più chiare. Era pronta a darsi completamente a lui, ma non poteva farlo in casa, per rispetto verso sua madre. Conosceva un posto migliore, un posto romantico e sicuro dove alcuni suoi amici andavano a bere birra e pomiciare nel fine settimana. Se rispettava i suoi sentimenti doveva portarla lì.

– Conosci un posto del genere?

– Sì, – disse Andreas.

– Perché vuoi fare questo per me?

– E per chi dovrei farlo, se non per te? Ti meriti una bella vita. Sono disposto a correre un rischio per fartela avere.

– Non è un rischio, è una sicurezza. Ti prenderanno senz’altro.

– Okay, esperimento concettuale: se fosse sicuro che non mi prenderanno, me lo lasceresti fare?

– Sono io che dovrei morire. Ho fatto una cosa terribile a mia madre.

Andreas sospirò. – Tu mi piaci molto, Annagret. Però non vado matto per le drammatizzazioni.

Aveva detto la cosa giusta, se ne accorse subito. Non ottenne un autentico sguardo ardente, ma senz’altro negli occhi di Annagret si era accesa una scintilla. Quasi si infastidì per il calore che avvertiva nei lombi; non voleva sedurre anche lei. Voleva tenerla ben lontana dal deserto di seduzione dove viveva.

– Non potrei mai farlo, – disse Annagret, distogliendo lo sguardo.

– Certo. Stiamo solo parlando.

– Anche tu drammatizzi. Hai detto che eri la persona più importante del paese.

Avrebbe potuto farle notare che un’affermazione così ridicola doveva per forza essere ironica, ma si rese conto che non era del tutto vero. L’ironia era precaria, la sincerità di Annagret era solida. – Hai ragione, – disse con gratitudine. – Drammatizzo anch’io. È un’altra cosa in cui ci somigliamo.

Annagret alzò le spalle con stizza.

– Ma visto che stiamo solo parlando, pensi di saper guidare una moto?

– Voglio solo tornare a essere normale. Non voglio essere come te.

– Okay. Cercheremo di farti tornare normale. Ma sarebbe utile se sapessi guidare la sua moto. Io non sono mai salito su una moto.

– È un po’ come il judo, – disse Annagret. – Devi cercare di assecondarla, senza opporti.

Dolce ragazza del judo. Continuò così, chiudendogli la porta in faccia e poi aprendo uno spiraglio, rifiutando possibilità per poi cambiare idea e accettarle, finché non venne l’ora di tornare a casa. Decisero che non aveva più motivo di andare in chiesa, a meno che non fosse pronta a mettere in atto il piano o a trasferirsi nel seminterrato. Erano le uniche due idee che avevano avuto.

Quando Annagret smise di frequentare la chiesa, Andreas perse i contatti con lei. Per sei pomeriggi di seguito salì di sopra e l’aspettò fino all’ora di cena. Era sicuro che non l’avrebbe più rivista. Era solo una studentessa, non le importava niente di lui, o almeno non abbastanza, e non condivideva l’odio omicida di Andreas per il suo patrigno. Si sarebbe persa d’animo, sarebbe andata alla Stasi da sola o avrebbe accettato abusi peggiori. Con il passare dei pomeriggi, Andreas cominciò a sentirsi sollevato. In termini di esperienza, prendere seriamente in considerazione un omicidio equivaleva quasi a commetterlo, con il vantaggio di non comportare alcun rischio. Tra andare in prigione e non andarci, era senz’altro preferibile non andarci. Ciò che lo tormentava era il pensiero di non rivedere mai più Annagret. La immaginava al Judo Club, mentre si allenava diligentemente nei lanci come una brava ragazza, e compiangeva se stesso. Si rifiutava di immaginare cosa poteva succederle la sera, una volta rientrata a casa.

Annagret comparve il settimo pomeriggio, pallida ed emaciata e con indosso la stessa orribile giacca a vento indossata da metà degli adolescenti della Repubblica. Un’antipatica pioggerella fredda cadeva su Siegfeldstrasse. Si sedette sull’ultima panca e chinò la testa, torcendosi le mani smorte, dalle unghie mordicchiate. Rivedendola dopo aver passato una settimana a immaginarla, Andreas venne sopraffatto dal contrasto fra amore e lussuria. L’amore era un sentimento opprimente, nauseante, stranamente claustrofobico: rinchiuso dentro di lui c’era un senso di infinità, di peso infinito, di potenzialità infinite che potevano manifestarsi solo attraverso una ragazzina pallida e tremante con una brutta giacca a vento. Toccarla era l’ultima cosa che gli veniva in mente. D’istinto si sarebbe buttato ai suoi piedi.

Si sedette un po’ discosto da lei. Per molto tempo, per parecchi minuti, non dissero niente. L’amore alterava il suo modo di percepire gli ansiti irregolari e le mani tremanti di Annagret: di nuovo il divario fra l’enormità della sua importanza e l’ordinarietà dei suoni che emetteva, la banalità delle sue dita da studentessa. Gli venne la strana idea che fosse sbagliato, sbagliato nel senso di malvagio, pensare di uccidere un uomo che, anche se in modo malato, era a sua volta innamorato di lei; avrebbe dovuto compatirlo, invece.

– Devo andare al Judo Club, – disse infine Annagret. – Non posso fermarmi molto.

– Sono contento di vederti, – disse Andreas. L’amore gliela fece sembrare la cosa più vera che avesse mai detto.

– Allora, dimmi solo cosa devo fare.

– Forse non è un buon momento. Forse preferisci tornare un altro giorno.

Annagret scosse la testa, e qualche ciocca di capelli le ricadde sulla faccia. Non l’allontanò. – Dimmi solo cosa devo fare.

– Merda, – le rispose con sincerità. – Sono spaventato quanto te.

– Impossibile.

– Perché non scappi? Vieni a vivere qui. Ti troveremo una stanza.

Annagret cominciò a tremare ancora più forte. – Se non vuoi aiutarmi, lo farò da sola. Tu credi di essere cattivo, ma quella cattiva sono io.

– No, dai, coraggio –. Andreas le prese le mani tremanti. Erano fredde e ordinarie, tanto ordinarie, e lui le amava. – Tu sei una persona molto buona. Stai solo facendo un brutto sogno.

Annagret si girò verso di lui, e dietro i capelli Andreas vide lo sguardo ardente. – Mi aiuterai a venirne fuori?

– È questo che vuoi?

– Hai detto che mi avresti aiutata.

Esisteva qualcuno per cui ne valesse la pena? Andreas se lo chiese, ma poi lasciò andare le mani di Annagret ed estrasse dalla tasca del giubbotto un foglio con il disegno di una mappa.

– La casa è qui, – disse. – Dovrai andarci una volta da sola con la S-Bahn, per imparare bene la strada. Vacci quando è buio e stai attenta ai poliziotti. Quando ci tornerai in moto, chiedigli di spegnere le luci all’ultima curva e seguire il vialetto che gira intorno alla casa. E poi mi raccomando, toglietevi il casco. Di quale sera stiamo parlando?

– Giovedì.

– A che ora comincia il turno di tua madre?

– Alle dieci.

– Non andare a casa per cena. Digli che lo aspetti alle nove e mezza dove ha parcheggiato la moto. Nessuno deve vederti lasciare il palazzo insieme a lui.

– Okay. Tu dove sarai?

– Non preoccuparti. Basta che vai all’ingresso sul retro. Andrà tutto come abbiamo detto.

Annagret sussultò come se stesse per vomitare, ma riuscì a controllarsi e infilò la mappa nella tasca della giacca a vento. – È tutto? – disse.

– Glielo hai proposto tu. L’appuntamento.

Lei annuì in fretta.

– Mi dispiace tanto, – disse Andreas.

– È tutto?

– Un’ultima cosa. Vuoi guardarmi?

Annagret restò curva come un cane colpevole, ma girò la testa.

– Devi essere sincera con me, – disse Andreas. – Lo fai perché lo voglio io o perché lo vuoi tu?

– Che importanza ha?

– Tanta. Tantissima.

Lei abbassò di nuovo lo sguardo. – Voglio solo farla finita. In un modo o nell’altro.

– Tu sai che non potremo vederci per molto tempo, comunque vada. Nessun contatto, di nessun tipo.

– È quasi meglio.

– Pensaci, però. Se invece venissi a stare qui, potremmo vederci tutti i giorni.

– Non credo che sarebbe meglio.

Andreas alzò lo sguardo verso il soffitto macchiato della chiesa, pensando che era davvero uno scherzo cosmico che la prima persona scelta liberamente dal suo cuore fosse una persona che non solo non poteva avere, ma che non gli sarebbe stato nemmeno concesso di vedere. Eppure si sentiva bene. Perfino quel senso di impotenza era dolce. Chi lo avrebbe mai detto? Gli balenarono in mente svariati luoghi comuni sull’amore, stupidi adagi e testi di canzoni.

– Faccio tardi a judo, – disse Annagret. – Devo andare.

Andreas chiuse gli occhi per non vederla uscire.

Continuò a piovigginare per tutta la settimana, con acquazzoni intermittenti, e per tre notti Andreas pensò ossessivamente alla pioggia, chiedendosi se fosse un bene o un male. Quando riusciva ad addormentarsi per qualche minuto faceva sogni che di norma avrebbe trovato ridicolmente ovvi – un corpo che non era più nel posto dove lo aveva lasciato, un paio di piedi che spuntavano da sotto il letto quando qualcuno entrava nella sua stanza – ma che in quelle circostanze erano veri incubi, da cui generalmente sarebbe stato contento di risvegliarsi. Ma ora essere sveglio era anche peggio. Considerò il lato positivo della pioggia: niente luna. E il lato negativo: impronte di piedi e pneumatici. Il lato positivo: scavo facile e gradini scivolosi. E il lato negativo: gradini scivolosi. Il lato positivo: la pioggia puliva. E il lato negativo: fango dappertutto… L’ansia aveva una vita propria, gli ribolliva dentro. L’unico pensiero che gli dava sollievo era che Annagret stava sicuramente peggio di lui. Il sollievo stava nel sentirsi collegato a lei. Il sollievo era amore, lo stupore di avvertire la sua sofferenza più intensamente della propria; di tenere a lei più che a se stesso. Finché riusciva ad aggrapparsi a quel pensiero e a esistere dentro di esso, poteva più o meno respirare.

Alle tre e mezzo del giovedì pomeriggio preparò uno zaino con una pagnotta, un paio di guanti, un rotolo di corda di pianoforte e un paio di pantaloni. Gli sembrava di aver trascorso la notte in bianco, ma forse un pochino aveva dormito. Uscì dal seminterrato della canonica passando dal retro e sbucò fuori in cortile, dove cadeva una pioggia lieve. Individui coscienziosi e imbarazzanti fumavano nella sala riunioni al pianterreno, con le luci già accese.

Sul treno si sedette accanto al finestrino e si nascose la faccia con il cappuccio del giubbotto impermeabile, fingendo di dormire. Quando scese a Rahnsdorf tenne lo sguardo fisso a terra e camminò più adagio dei pendolari, lasciando che si disperdessero. Il cielo era quasi buio. Quando rimase solo accelerò, come se fosse uscito a correre. Due macchine, non della polizia, lo superarono sibilando. Nella penombra piovigginosa aveva un aspetto anonimo. Quando svoltò l’ultima curva prima della casa e vide che la strada era deserta, aumentò ancora il passo. Lì il suolo era sabbioso e l’acqua non ristagnava. Sulla ghiaia del vialetto, almeno, non avrebbe lasciato impronte.

Malgrado l’avesse ripassato un’infinità di volte, ancora non capiva come il piano avrebbe potuto funzionare: come avrebbe fatto a nascondersi rimanendo a portata di tiro. Voleva disperatamente tenere fuori Annagret, mantenerla al sicuro nella sua essenziale bontà, ma temeva di non riuscirci. La notte precedente l’ansia si era concentrata sull’immagine di un’orribile rissa a tre che avrebbe completamente distrutto la sua fiducia in lui.

Tese la corda di pianoforte tra due montanti della balaustra, all’altezza del secondo gradino della veranda posteriore. L’assicurò in basso per permettere a Annagret di scavalcarla in maniera non troppo palese, poi l’affondò nel legno dei montanti e staccò qualche scaglia di vernice, ma più di così non poteva fare. Nel bel mezzo della sua prima notte d’ansia, Andreas si era alzato dal letto e aveva fatto una prova con il secondo gradino della scala del seminterrato. Era rimasto sorpreso dalla violenza della caduta, malgrado sapesse che stava per inciampare: si era quasi slogato il polso. Ma lui non era atletico come il patrigno, non era un culturista…

Si spostò sul davanti della dacia e si tolse gli scarponi. Si chiese se i due VoPos che aveva incontrato l’inverno precedente fossero di pattuglia anche quella sera. Si ricordò che il più anziano si era augurato di incontrarlo ancora. – Vedremo, – disse forte. Sentendo la propria voce, notò che l’ansia era diminuita. Molto meglio fare che pensare al da farsi. Entrò in casa e prese la chiave del capanno degli attrezzi dal gancio dove era appesa fin dalla sua infanzia.

Uscì di nuovo, si infilò gli scarponi e camminò con cautela lungo il margine del giardino, attento a non lasciare impronte. Quando fu al sicuro nel capanno senza finestre, cercò a tastoni una torcia e la trovò sulla solita mensola. L’accese e fece l’inventario. Carriola: sì. Badile: sì. Rimase sbigottito nel vedere che il suo orologio segnava quasi le sei. Spense la torcia e la portò fuori sotto la pioggerella, insieme al badile.

Il punto che aveva in mente era dietro il capanno, dove suo padre ammucchiava gli scarti di giardinaggio. Oltre il mucchio i pini erano radi, gli aghi caduti formavano un tappeto spesso sul terreno sollevato dal gelo degli inverni precedenti. Lì l’oscurità era quasi totale, interrotta solo da qualche striscia di luce grigiastra che filtrava tra gli alberi circostanti, in direzione della grande luminosità dell’Ovest. Adesso era così lucido che pensò di togliersi l’orologio e metterlo in tasca, per non danneggiarlo mentre scavava. Accese la torcia e la posò a terra mentre spostava gli aghi di pino, mettendo da parte quelli appena caduti. Poi la spense e si mise a scavare.

Spezzare le radici fu la parte peggiore: molta fatica e molto rumore. Ma le case vicine avevano le luci spente, e Andreas si fermava spesso ad ascoltare, sentendo solo il fruscio della pioggia e i suoni deboli e indifferenziati della civiltà che si raccoglievano nel bacino del lago. Ancora una volta si rallegrò della sabbiosità del suolo. Poco dopo incontrò la ghiaia, più rumorosa da scavare ma meno scivolosa. Lavorò senza tregua, spezzando radici, rimuovendo le pietre più grosse, finché non ricordò, con un po’ di panico, che aveva perso il senso del tempo. Si arrampicò fuori dalla fossa per prendere la torcia. Le otto e quarantacinque. La fossa era profonda più di mezzo metro. Non bastava, ma era un buon inizio.

Si impose di continuare lo scavo, ma adesso l’ansia era tornata e lo spingeva a chiedersi in continuazione che ora fosse. Sapeva di dover resistere e continuare il più possibile a fare, anziché pensare, ma ben presto l’ansia gli tolse la forza di maneggiare il badile. Non erano neanche le nove e mezzo, Annagret non aveva ancora incontrato il patrigno in città, ma Andreas uscì dalla fossa e si costrinse a mangiare un po’ di pane. Mordi, mastica, inghiotti, mordi, mastica, inghiotti. Il problema era che moriva di sete e non aveva portato l’acqua.

Completamente fuori di testa, buttò a terra il pane e s’incamminò verso il capanno con il badile. Non ricordava bene dov’era. Cominciò a pulirsi le mani guantate sull’erba bagnata, ma era troppo fuori di testa per completare il lavoro. Costeggiò il margine del giardino, fece un passo falso e lasciò un’impronta profonda in un’aiuola fiorita, si inginocchiò e cominciò a riempirla con frenesia, finendo per lasciare un’impronta ancora più profonda. Ormai era convinto che i minuti trascorressero come secondi senza che lui se ne accorgesse. Da molto lontano riusciva a scorgere la sua ridicolaggine. Immaginò di passare il resto della notte a lasciare impronte mentre si puliva le mani dopo aver riempito le impronte che aveva lasciato mentre si puliva le mani, ma intuì anche quanto fosse pericoloso immaginarlo. Se avesse lasciato che la sua risolutezza venisse sopraffatta da quelle stupidaggini, avrebbe potuto deporre il badile, tornare in città e ridere all’idea di se stesso come assassino. Tornare a essere l’Andreas di prima, non l’uomo che voleva essere ora. La questione gli apparve chiaramente in quei termini. Doveva uccidere qualcun altro per uccidere l’uomo che era sempre stato.

– ’Fanculo, – disse, lasciando perdere l’impronta. Non sapeva quanto tempo avesse trascorso inginocchiato sull’erba in preda a pensieri estranei e rinviabili, ma temeva che fosse molto più di quanto gli sembrava. Sempre da molto lontano osservò che erano pensieri da pazzo. E forse la pazzia era proprio questo: una valvola di emergenza per alleviare la pressione di un’ansia intollerabile.

Un pensiero interessante, ma nel momento sbagliato. C’erano molte piccole azioni che avrebbe dovuto ricordarsi di compiere, nella giusta sequenza, e che non stava compiendo. Si ritrovò di nuovo sulla veranda anteriore senza sapere come ci fosse arrivato. Non era un buon segno. Si tolse gli scarponi infangati e i calzini scivolosi ed entrò in casa. Che altro, che altro, che altro? Aveva lasciato guanti e badile sulla veranda. Uscì a prenderli e rientrò. Che altro? Chiuse a chiave la porta. Aprì quella sul retro. Si esercitò ad aprirla e richiuderla.

Brutto pensiero estraneo: le impronte delle dita del piede erano uniche come quelle delle dita della mano? Stava lasciando impronte rintracciabili?

Pensiero peggiore: e se il bastardo avesse pensato di portare una torcia, o magari ne avesse sempre una sulla moto?

Pensiero ancora peggiore: probabilmente il bastardo aveva davvero una torcia sulla moto, in caso di guasto notturno.

Andreas aveva a disposizione un pensiero ancora più brutto – e cioè che Annagret poteva usare il proprio corpo, simulando una libidine incontrollabile, per impedire l’accensione della torcia – ma era deciso a non prenderlo in considerazione, neppure per alleviare la sua nuova, terribile ansia, perché avrebbe comportato la consapevolezza di un fatto ovvio, e cioè che Annagret doveva già aver usato il proprio corpo e simulato libidine per attirare lì il bastardo. Andreas poteva sopportare di pensare all’omicidio solo lasciandola completamente fuori. Se l’avesse fatta entrare – se si fosse permesso di ammettere che Annagret stava usando il proprio corpo per favorire il delitto – non avrebbe più voluto uccidere il patrigno, bensì se stesso. Per averla cacciata in un guaio del genere, per averla sporcata ai fini del proprio piano. Se era disposto a uccidere il patrigno perché l’aveva sporcata, la conseguenza logica era che doveva uccidere anche se stesso. E così invece si mise a pensare che forse, anche con una torcia, il patrigno non avrebbe visto la corda.

Aveva sentito dire che ogni suicidio era il surrogato di un omicidio che l’esecutore poteva commettere solo simbolicamente: ogni suicidio era un omicidio andato a monte. Era pronto a sentirsi infinitamente grato nei confronti di Annagret, ma in quel momento le era grato, più limitatamente, perché gli stava portando una persona meritevole di morte. Immaginò che dopo si sarebbe sentito umile e purificato, finalmente libero dalla sua sordida storia. Anche se fosse finito in prigione, Annagret gli avrebbe letteralmente salvato la vita.

Ma la sua, di torcia, dov’era finita?

Non l’aveva in tasca. Poteva essere ovunque, anche se non gli era sicuramente caduta nel vialetto. Senza torcia non poteva vedere l’orologio, e senza vedere l’orologio non poteva assicurarsi di avere il tempo di rimettersi gli scarponi e tornare sul retro per ritrovare la torcia e assicurarsi di avere effettivamente il tempo di cercarla. D’un tratto si sentì schiacciato dalla logica dell’universo.

Sopra il fornello della cucina, però, c’era una piccola luce. Accenderla un istante per guardare l’orologio? Aveva una mente troppo complicata per essere un assassino, troppa immaginazione. Non vedeva alcun rischio razionale nell’accendere la luce sopra il fornello, ma avere una mente complicata significava anche comprenderne i limiti, comprendere che non poteva pensare a tutto. La stupidità scambiava se stessa per intelligenza, mentre l’intelligenza conosceva la propria stupidità. Un paradosso interessante. Ma non rispondeva alla domanda se accendere la luce oppure no.

E perché era così importante guardare l’orologio? Non gli veniva in mente nessun motivo. Ciò confermava il suo ragionamento sui limiti dell’intelligenza. Appoggiò il badile alla porta e si sedette a gambe incrociate sul tappetino. Poi, temendo che il badile cadesse, si sporse per sistemarlo, ma gli tremava tanto la mano che lo fece cadere. Il rumore fu catastrofico. Andreas saltò in piedi e accese la luce sopra il fornello per guardare l’orologio. Gli restavano almeno trenta minuti, più probabilmente quarantacinque.

Si risedette sul tappetino e piombò in uno stato del tutto identico a un sogno febbrile, con la differenza che si rendeva perfettamente conto di dormire. Era come essere morto, ma senza il sollievo dai tormenti. E forse la massima andava intesa a rovescio, forse ogni omicidio era un suicidio andato a monte, perché quello che lui provava, oltre a una diffusa compassione per il suo io tormentato, era l’impulso di portare a termine l’omicidio per poter smettere di soffrire. Non sarebbe morto lui, ma ciò non aveva importanza, perché il sollievo seguito all’omicidio avrebbe avuto, in prospettiva, il carattere profondo e definitivo della morte.

Senza motivo apparente, d’un tratto si risvegliò in uno stato di fredda lucidità. Aveva sentito qualcosa? C’era solo il picchiettare leggero della pioggia. Gli sembrava che fosse passato molto tempo. Si alzò in piedi e afferrò il manico del badile. Gli era venuto un altro brutto pensiero: malgrado la cura con cui aveva elaborato il piano, per qualche motivo aveva trascurato di domandarsi cosa fare se Annagret e il patrigno non fossero arrivati; era così ossessionato dalla logistica del piano che non aveva notato quell’enorme punto cieco, e ora, poiché il fine settimana era vicino e forse i suoi genitori sarebbero venuti alla dacia, doveva affrontare la prospettiva di richiudere la fossa che aveva scavato per niente; ma in quel momento sentì una voce bisbigliare davanti alla finestra della cucina.

Una voce di ragazza. Annagret.

Dov’era la moto? Come aveva fatto a non sentire la moto? Avevano percorso il vialetto a piedi? La moto era essenziale.

Sentì la voce di un uomo, un po’ più forte. Stavano andando sul retro della casa. Stava succedendo tutto molto in fretta. Andreas tremava tanto che quasi non riusciva a stare in piedi. Non osava toccare il pomolo della porta per paura di fare rumore.

– La chiave è appesa a un gancio, – disse la voce di Annagret.

Sentì i suoi passi sui gradini. E poi: un tonfo che fece tremare il pavimento, un forte grugnito.

Andreas afferrò il pomolo e lo girò dalla parte sbagliata e poi dalla parte giusta. Mentre correva gli sembrò di non avere il badile, invece l’aveva. Lo stringeva fra le mani, e l’abbatté con forza, dalla parte convessa, sulla sagoma scura che gli incombeva davanti. Il corpo crollò sui gradini. Adesso era un assassino.

Fermandosi un istante per controllare dov’era la testa, alzò il badile e l’abbatté con tanta forza sul cranio che lo sentì spezzarsi. Finora tutto rientrava perfettamente nel piano. Annagret, da qualche parte alla sua sinistra, stava emettendo il suono più orribile che avesse mai sentito, una via di mezzo tra un gemito, un lamento, un conato e un rumore di strangolamento. Andreas, senza guardarla, scavalcò il corpo, e dopo aver lasciato cadere il badile lo afferrò per i piedi e lo trascinò giù dai gradini. La testa era girata di lato. Andreas raccolse il badile e colpì la tempia con tutta la forza che aveva, per sicurezza. Sentendo il cranio spezzarsi di nuovo, Annagret lanciò un urlo terribile.

– Basta, – disse Andreas, ansimando. – È finita.

La intravide muoversi sulla veranda, avvicinandosi alla balaustra. Poi la sentì vomitare, un rumore stranamente infantile, quasi tenero. Lui non aveva la nausea. Piuttosto si sentiva come dopo un orgasmo: immensamente stanco e ancora più immensamente triste. Invece di vomitare scoppiò a piangere, emettendo anche lui un suono infantile. Buttò a terra il badile, cadde in ginocchio e singhiozzò. Aveva la mente vuota di tutto, tranne che di tristezza.

La pioggia era così sottile che sembrava bruma. Quando terminò le lacrime, Andreas era talmente stanco che il suo primo pensiero fu andare a costituirsi insieme ad Annagret. Gli sembrava impossibile finire ciò che gli restava da fare. L’omicidio non gli aveva recato alcun sollievo: come aveva potuto pensarlo? Il vero sollievo lo avrebbe provato consegnandosi alla polizia.

Annagret era rimasta immobile mentre lui piangeva, ma ora scese dalla veranda e gli si accovacciò vicino. Quando gli posò la mano sulla spalla, Andreas riprese a singhiozzare.

– Shh, shh, – fece Annagret.

Gli appoggiò la faccia contro la guancia bagnata. Il contatto con la sua pelle, la grazia della sua calda vicinanza fecero evaporare la stanchezza.

– Mi sa che puzzo di vomito, – disse Annagret.

– No.

– È morto?

– Sicuramente.

– Il brutto sogno è questo. È adesso. Prima non era così male. Adesso è tremendo.

– Lo so.

Cominciò a piangere, silenziosa e ansimante, e Andreas la prese fra le braccia. Era così tesa che tremava dalla testa ai piedi, e non c’era niente che lui potesse fare con la sua compassione tranne tenerla stretta finché il tremito non fosse cessato. Quando finalmente cessò, Annagret si pulì il naso sulla manica e avvicinò la faccia a quella di lui. Aprì la bocca contro la sua guancia in una specie di bacio. Erano complici, e sarebbe stato naturale entrare in casa e sancire la loro complicità; fu allora che Andreas si rese conto di quanto fosse puro il suo amore per lei: si tirò indietro e si alzò in piedi.

– Non ti piaccio? – sussurrò Annagret.

– A dire il vero, ti amo.

– Voglio stare con te. Non m’importa se ci prendono.

– Anch’io voglio stare con te. Ma non va bene. Non è sicuro. Non lo sarà per molto tempo.

Nell’oscurità, ai suoi piedi, gli sembrò che Annagret si accasciasse. – Allora sono completamente sola.

– Puoi pensare che ti sto pensando, perché è quello che starò facendo ogni volta che penserai a me.

Annagret emise un piccolo suono sbuffante, forse ilare. – Ti conosco appena.

– Ti posso garantire che non è mia abitudine uccidere la gente.

– È una cosa terribile, – disse Annagret, – ma immagino di doverti ringraziare. Grazie di averlo ucciso –. Emise un altro suono presumibilmente ilare. – Mi basta dirlo per capire che sono davvero cattiva. Prima ho spinto lui a volermi, e poi ho spinto te a fare questo.

Andreas era consapevole del passare del tempo. – Che fine ha fatto la moto?

Annagret non rispose.

– È qui?

– No –. Annagret respirò a fondo. – Dopo cena si è messo a sistemarla. Quando sono andata a incontrarlo non l’aveva ancora rimontata… gli serviva un pezzo nuovo. Ha detto che saremmo usciti un’altra sera.

Non molto passionale, pensò Andreas.

– Ho pensato che si fosse insospettito, – proseguì Annagret. – Non sapevo cosa fare, ma gli ho detto che doveva essere stasera.

Andreas scacciò di nuovo il pensiero di come avesse fatto a convincerlo.

– Così abbiamo preso il treno, – concluse Annagret.

– Accidenti.

– Scusa!

– No, hai fatto bene, ma questo ci complica le cose.

– Non ci siamo seduti vicini. Gli ho detto che era più prudente stare separati.

Di lì a poco gli altri passeggeri avrebbero visto la foto dell’uomo scomparso sul giornale, forse anche in televisione. L’intero piano si basava sulla motocicletta. Ma Andreas doveva tenerla su di morale. – Sei molto intelligente, – le disse. – Hai fatto bene. Temo solo che tu non riesca a tornare in tempo, neppure se prendi il primo treno.

– Mia madre va a letto appena rientra. E ho chiuso la porta della mia stanza.

– Hai pensato anche a questo.

– Per prudenza.

– Sei molto, molto intelligente.

– Non abbastanza. Ci prenderanno. Ne sono sicura. Non dovevamo venire in treno, io odio i treni, la gente mi fissa, si ricorderanno di me. Ma non sapevo che altro fare.

– Continua a comportarti con intelligenza. Il peggio è passato.

Annagret gli afferrò le braccia e si rimise in piedi. – Ti prego, baciami, – disse. – Una volta sola, così potrò ricordarmelo.

La baciò sulla fronte.

– No, sulla bocca, – disse Annagret. – Andremo in prigione per sempre. Almeno ti avrò baciato. Non ho pensato ad altro. Solo così sono riuscita a superare questa settimana.

Andreas aveva paura di dove poteva portarli quel bacio – il tempo continuava a passare – ma era una paura ingiustificata. Annagret tenne le labbra solennemente chiuse. Probabilmente cercava la stessa cosa che cercava lui. Un modo più pulito per sfuggire alla sporcizia. Per lui, il buio della notte era una benedizione: se avesse visto l’espressione dei suoi occhi, forse non sarebbe riuscito a lasciarla andare.

Mentre Annagret lo aspettava nel vialetto, lontano dal corpo, Andreas entrò in casa. La cucina gli sembrò satura della malvagità del suo agguato, del malvagio contrasto fra il mondo in cui Horst era vivo e quello in cui era morto, ma si costrinse a infilare la testa sotto il rubinetto e tracannare un po’ d’acqua. Poi andò sulla veranda anteriore e si rimise calzini e scarponi. Dentro uno scarpone trovò la torcia.

Quando si spostò sul lato della casa, Annagret gli corse incontro e lo baciò con avventatezza, a bocca aperta, mettendogli le mani fra i capelli. Era così giovane da spezzare il cuore, e lui non sapeva cosa fare. Voleva darle quello che desiderava – lo desiderava anche lui – pur sapendo che, in una prospettiva più ampia, l’unica cosa che doveva desiderare era non farsi prendere. Le prese la faccia tra le mani guantate e disse: – Ti amo, ma dobbiamo smetterla.

Annagret rabbrividì e gli si rannicchiò contro. – Passiamo una notte insieme, e poi ci faremo prendere. Ho fatto tutto quello che potevo.

– Non facciamoci prendere, e poi passeremo molte notti insieme.

– Non era così cattivo, aveva solo bisogno di aiuto.

– Ora cerca di aiutare me, per un minuto. Un minuto solo, e poi potrai dormire.

– È troppo orribile.

– Devi solo tenere ferma la carriola. Puoi chiudere gli occhi. Riesci a farlo per me?

Nell’oscurità gli sembrò di vederla annuire. La lasciò lì e tornò verso il capanno degli attrezzi, muovendosi con cautela. Sarebbe stato molto più facile caricare il corpo sulla carriola se lei lo avesse aiutato a sollevarlo, ma la prospettiva di occuparsene da solo non gli riusciva sgradita. La stava proteggendo da ogni contatto diretto, tenendola il più possibile al sicuro, e voleva che lei lo sapesse.

Il cadavere indossava la tuta da lavoro della centrale elettrica, adatta per la manutenzione della moto ma non per andare ad amoreggiare in campagna. La conclusione inevitabile era che quella sera lo stronzo non aveva proprio voglia di uscire, ma Andreas si sforzò di non pensarci. Girò il cadavere sulla schiena. Era pesante di muscoli palestrati. Trovò un portafoglio e se lo infilò in una tasca del giubbotto, poi cercò di sollevare il cadavere prendendolo per la tuta, ma la stoffa si strappò. Fu costretto a cingerlo con le braccia per caricare la testa e il busto sulla carriola.

La carriola si ribaltò di lato. Né lui né Annagret aprirono bocca. Si limitarono a riprovare.

Dietro il capanno incontrarono altri problemi. Annagret dovette aiutarlo spingendo i manici della carriola mentre lui la tirava dal davanti. La situazione delle impronte era davvero tremenda. Quando finalmente arrivarono accanto alla fossa, si fermarono a riprendere fiato. L’acqua gocciolava lenta dagli aghi di pino, il cui profumo si mescolava all’odore penetrante della terra appena smossa, vagamente simile a quello del cacao.

– Non è stato molto difficile, – disse Annagret.

– Mi dispiace che tu abbia dovuto aiutarmi.

– Solo che… non so.

– Cosa c’è?

– Siamo sicuri che non esiste un Dio?

– È un’idea alquanto inverosimile, non trovi?

– Ho la fortissima sensazione che sia ancora vivo da qualche parte.

– Ma dove? Dove potrebbe essere?

– È solo una sensazione.

– Un tempo era tuo amico. Tutto questo è molto più difficile per te che per me.

– Credi che abbia sofferto? Che abbia avuto paura?

– Sinceramente no. È successo molto in fretta. E adesso che è morto non può ricordare il dolore. È come se non fosse mai esistito.

Voleva che Annagret ci credesse, ma neppure lui era sicuro di crederci. Se il tempo era infinito, allora tre secondi e tre anni ne erano entrambi una frazione infinitamente piccola. E così, se tutti erano d’accordo che infliggere paura e sofferenza per tre anni era sbagliato, allora doveva essere sbagliato anche infliggerle per tre secondi. Colse un fuggevole barlume di Dio in quei calcoli, nella durata infinitesimale di una vita. Nessuna morte poteva essere così rapida da giustificare chi infliggeva dolore. Se quei calcoli erano possibili, voleva dire che contenevano una morale nascosta.

– Be’, – disse Annagret con voce più dura. – Se esiste un Dio, allora il mio amico starà andando all’inferno per avermi stuprata.

Era la prima volta che parlava di «stupro». Ad Andreas piacque l’idea che non fosse coerente, che fosse addirittura un po’ bugiarda. Il desiderio di decifrare il suo mistero era forte quanto quello di andare a letto con lei; i due desideri erano quasi la stessa cosa. Ma il tempo passava. Saltò dentro la fossa e ricominciò a scavare.

– Dovrei farlo io.

– Tu vai a sdraiarti nel capanno. Cerca di dormire.

– Vorrei che ci conoscessimo meglio.

– Anch’io. Ma devi cercare di dormire.

Rimase lì in silenzio per molto tempo, per mezz’ora, a guardarlo scavare. Andreas aveva la sensazione confusamente sdoppiata della sua vicinanza e della sua completa alterità. Avevano ucciso un uomo insieme, ma lei aveva i suoi pensieri, i suoi motivi, così vicini a lui eppure così distinti. Aveva capito subito che era importante rimanere insieme – che restare separati dopo quello che avevano fatto sarebbe stata una continua tortura – mentre lui lo capiva solo adesso. Annagret aveva appena quindici anni, ma lei era svelta e lui lento.

Solo quando Annagret andò a sdraiarsi, Andreas tornò a concentrarsi sulla logistica. Scavò fino alle tre e poi, senza fermarsi, trascinò il corpo fino alla buca, ve lo fece rotolare dentro e saltò giù per girarlo in posizione supina. Non voleva ricordare la faccia, e così vi buttò sopra un po’ di terra. Poi accese la torcia e ispezionò il corpo in cerca di gioielli. Trovò un pesante orologio, non economico, e una catena d’oro da buzzurro. L’orologio venne via facilmente, ma per rompere la catena dovette appoggiare una mano sulla fronte coperta di terra e dare uno strattone. Per fortuna niente era reale, almeno non per molto. Infinitesimamente presto, l’eternità della sua stessa morte lo avrebbe reso irreale.

Dopo due ore finì di riempire la buca e si mise a saltarci sopra per ricompattare la terra. Quando tornò al capanno, il fascio di luce della torcia trovò Annagret rannicchiata in un angolo, tremante, le mani intorno alle ginocchia. Andreas non sapeva cosa fosse più insopportabile da vedere, se la sua bellezza o la sua sofferenza. Spense la torcia.

– Hai dormito?

– Sì. Mi sono svegliata per il freddo.

– Immagino che tu non sappia quando arriva il primo treno.

– Cinque e trentotto.

– Sei straordinaria.

– È stato lui a controllare l’orario, non io.

– Vuoi che ripassiamo insieme la tua storia?

– No, ci ho pensato. So cosa dire.

L’atmosfera tra loro si era fatta fredda e incolore. Per la prima volta gli venne in mente che potevano non avere alcun futuro insieme: che avevano fatto una cosa terribile e da allora in poi si sarebbero detestati per questo. L’amore distrutto dal crimine. Gli sembrava già passato moltissimo tempo da quando gli era corsa incontro e lo aveva baciato. Forse aveva ragione lei; forse avrebbero dovuto passare una notte insieme e poi costituirsi.

– Fra un anno, se nel frattempo non succede niente, – le disse, – e se pensi di non essere spiata, forse potremo rivederci senza rischi.

– Un anno o cent’anni cambia poco, – rispose Annagret con amarezza.

– Ti penserò per tutto il tempo. Ogni giorno. Ogni ora.

La sentì alzarsi in piedi.

– Vado alla stazione, – disse.

– Aspetta venti minuti. Meglio che non ti vedano gironzolare lì intorno.

– Devo scaldarmi. Farò una corsetta e poi andrò in stazione.

– Mi dispiace per quello che è successo.

– A me di più.

– Sei arrabbiata con me? Ne hai il diritto. Qualunque cosa provi, ti capisco.

– No, sto male. Sto molto male. Basterà che mi facciano una domanda e capiranno tutto. Sto troppo male per fingere.

– Sei arrivata a casa alle nove e mezzo e lui non c’era. Sei andata a letto perché non stavi bene…

– Ho già detto che non dobbiamo ripassare la storia.

– Scusa.

Annagret si avviò verso la porta, andò a sbattere contro Andreas e proseguì fino all’esterno. Da qualche parte nell’oscurità si fermò. – Allora ci vediamo fra cent’anni.

– Annagret.

Andreas sentì il terreno risucchiarle i passi, vide la sagoma scura attraversare il giardino. Non si era mai sentito così stanco in vita sua. Ma portare a termine il proprio compito era più tollerabile che pensare a lei. Usando la torcia il meno possibile, coprì la fossa con gli aghi di pino, prima i più vecchi e dopo i più freschi, poi sfregò il piede sul terreno per cancellare le impronte e i solchi della carriola e sparpagliò ad arte foglie secche e scarti di giardinaggio. Gli scarponi e le maniche del giubbotto erano irrimediabilmente infangati, ma era così esausto che non riusciva più a sentirsi in ansia. Almeno poteva cambiarsi i calzoni.

La bruma aveva lasciato il posto a una nebbia più tiepida, che rese stranamente improvviso lo spuntare del giorno. La nebbia non era una brutta cosa. Perlustrò il giardino sul retro in cerca di impronte e solchi. Solo quando la luce ebbe quasi raggiunto la massima intensità, Andreas tornò alla veranda per rimuovere la corda. C’era più sangue di quanto si aspettasse sui gradini, meno vomito di quanto temesse sui cespugli accanto alla balaustra. Vedeva ogni cosa come attraverso un lungo tubo. Riempì più volte un annaffiatoio al rubinetto esterno per lavare via il sangue.

L’ultima cosa che fece fu controllare se c’era qualcosa fuori posto in cucina. Trovò solo un po’ d’acqua nel lavandino da cui aveva bevuto. Prima di sera si sarebbe asciugato. Uscì dall’ingresso principale, chiuse a chiave la porta e s’incamminò verso Rahnsdorf. Alle otto e mezzo era di nuovo nel seminterrato della canonica. Mentre si toglieva il giubbotto si accorse di avere ancora in tasca il portafoglio e i gioielli del morto, ma sarebbe volato sulla luna piuttosto che sbarazzarsene adesso; riuscì a malapena a slacciarsi gli scarponi infangati. Si sdraiò sul letto ad aspettare la polizia.

Non venne nessuno. Non quel giorno, quella settimana o quella stagione: la polizia non venne mai.

E perché non venne? Una delle ipotesi meno plausibili era che lui e Annagret avessero compiuto il delitto perfetto. Era senz’altro possibile che i suoi genitori non avessero notato il disastro che aveva combinato nel giardino della dacia; la settimana dopo era caduta la prima grossa nevicata della stagione. Ma nessuno sul treno aveva notato quella ragazza di indimenticabile bellezza? Nessuno nel suo quartiere aveva visto lei e Horst camminare verso la stazione? Nessuno aveva controllato dove fosse andata nelle settimane precedenti alla scomparsa di Horst? Nessuno l’aveva interrogata per farla crollare? L’ultima volta che Andreas l’aveva vista, sarebbe crollata con una piuma.

Un’ipotesi un po’ più plausibile era che la Stasi avesse interrogato la madre di Annagret, facendo venire a galla i furtarelli e la tossicodipendenza. La Stasi si sarebbe sicuramente interessata alla scomparsa di un collaboratore informale; se la madre era stata arrestata da loro, la domanda non era se avrebbe confessato di aver ucciso Horst (oppure, a seconda di come la Stasi decideva di giocarsela, di averlo aiutato a fuggire all’Ovest), ma quante torture psicologiche avrebbe sopportato prima di confessare.

O forse i sospetti della Stasi si erano concentrati sulla figliastra residente a Lipsia. Oppure sui colleghi di Horst alla centrale elettrica, quelli che lui spiava. Forse uno di loro era già in prigione per il delitto. Dopo l’omicidio Andreas aveva sfogliato i quotidiani tutti i giorni, per diverse settimane. Se il caso fosse stato affidato alla polizia criminale, avrebbero sicuramente pubblicato la foto dell’uomo scomparso. Ma non era mai comparsa nessuna foto. L’unica spiegazione realistica era che la Stasi stesse tenendo la polizia fuori dal caso.

Supponendo che avesse ragione su questo, Andreas aveva un’altra ipotesi: la Stasi aveva fatto confessare Annagret, lei li aveva condotti alla dacia e loro avevano scoperto a chi apparteneva. Per non gettare pubblico discredito sul Sottosegretario, avevano accettato la violenza sessuale come circostanza attenuante e si erano accontentati di spaventare a morte Annagret. E per torturare Andreas con l’incertezza, per rendergli la vita un inferno di ansia e circospezione, lo avevano lasciato in pace.

Andreas odiava quell’ipotesi, ma purtroppo era più sensata delle altre. La odiava perché c’era un modo semplice per verificarla: trovare Annagret e chiederlo a lei. Ormai non passava nemmeno un’ora senza che provasse il desiderio di cercarla, e tuttavia, se la sua ipotesi era sbagliata e lei era ancora sospettata e controllata, vedersi sarebbe stato disastroso per entrambi. Solo lei poteva sapere se il pericolo era cessato.

Tornò a fare il consulente per i giovani a rischio, ma ora dentro di lui c’era un vuoto che non lo abbandonava mai. Non insegnava più la leggerezza. Adesso era a rischio anche lui: a rischio di piangere quando ascoltava le loro storie tristi. Era come se la tristezza fosse un elemento chimico di tutto ciò che toccava. Soffriva soprattutto per Annagret, ma anche per il suo vecchio io spensierato e libidinoso. Si sarebbe aspettato che il suo sentimento principale fosse una paura febbrile di venire scoperto e arrestato, ma la Repubblica sembrava decisa a risparmiarlo, per qualche ragione malata, e lui non riusciva più a ricordare perché un tempo avesse deriso il paese e la sua mancanza di gusto. Ora gli sembrava più che altro la Repubblica della Tristezza Infinita. Le ragazze bussavano ancora alla sua porta, interessate a lui, forse ancora più affascinate dalla sua aria addolorata, ma anziché pensare alla loro fica Andreas pensava alla loro giovane anima. Ciascuna di loro era un’incarnazione di Annagret; la sua anima era in tutte loro.

Nel frattempo in Russia c’era la glasnost, c’era Gorby. La piccola e fanatica Repubblica, sentendosi tradita dal padre sovietico, diventò più severa con i propri dissidenti. La polizia aveva fatto irruzione in una chiesa sorella di Berlino, la Zionskirche, e in Siegfeldstrasse i livelli di coscienziosità e presunzione erano altissimi. Nelle sale riunioni c’era un’atmosfera di guerra. Isolandosi nel seminterrato come sempre, Andreas scoprì che il dolore non lo aveva guarito dal solipsismo megalomane. Semmai glielo aveva intensificato. Gli sembrava che la sua infelicità fosse dilagata in tutto il paese.

Nella tarda primavera del 1989 l’ansia ritornò. Da principio l’accolse quasi con sollievo, come se fosse la compagna della sua libido perduta, risvegliata dalle notti tiepide e dagli alberi in fiore. Andreas si sentiva attratto dal televisore nella sala comune della canonica, dove la ZDF trasmetteva le notizie della sera senza censure. Gli individui imbarazzanti che le guardavano insieme a lui esultavano, prevedendo il crollo del regime entro dodici mesi, ed era proprio la prospettiva del crollo del regime a rendere ansioso Andreas. Parte dell’ansia era semplice paura da criminale: sospettava che solo la Stasi potesse tenere a bada la polizia, che solo la sopravvivenza del regime potesse garantirgli la sicurezza, che la Stasi fosse (paradosso dei paradossi) la sua unica amica. Ma c’era anche un’ansia più grande e diffusa, soffocante come una nube di acido cloridrico. Mentre la Polonia legalizzava Solidarnosc, mentre le Repubbliche baltiche diventavano autonome, mentre Gorbacëv si lavava pubblicamente le mani dei figli adottivi del Blocco Sovietico, Andreas sentiva la morte avvicinarsi sempre di più. Senza la Repubblica a definirlo, lui sarebbe stato una nullità. I suoi importantissimi genitori sarebbero stati nullità, anzi, meno che nullità, squallidi residui corrotti di un sistema screditato, e l’unico mondo dove lui valeva qualcosa sarebbe crollato.

Durante l’estate la situazione peggiorò. Andreas non sopportava più di guardare i notiziari, ma anche se si chiudeva nella sua stanza udiva la gente in corridoio chiacchierare degli ultimi sviluppi, l’emigrazione di massa dall’Ungheria, le manifestazioni a Lipsia, le voci di un colpo di stato imminente.

Un martedì mattina di ottobre, dopo che a Lipsia si era svolta la più grande manifestazione mai vista, il giovane vicario bussò alla sua porta. Avrebbe dovuto essere giubilante, ma c’era qualcosa che lo preoccupava. Invece di sedersi a gambe incrociate si mise a camminare avanti e indietro. – Avrai sicuramente sentito le notizie, – disse. – Centomila persone per le strade e niente violenza.

– Urrà? – disse Andreas.

Il vicario esitò. – Devo confessarti una cosa. Avrei dovuto dirtelo tanto tempo fa… sono stato un vigliacco. Spero che mi perdonerai.

Andreas non avrebbe mai sospettato che fosse un informatore, ma il preambolo sembrava andare in quella direzione.

– Non è quello che pensi, – disse il vicario, leggendogli nella mente. – Però ho ricevuto una visita della Stasi, circa due anni fa. Due tizi in tenuta regolamentare. Mi hanno fatto delle domande su di te, e io ho risposto. Hanno insinuato che mi avrebbero arrestato se tu avessi scoperto che erano stati qui.

– Ma adesso salta fuori che hanno pistole caricate a semi di margherita.

– Hanno detto che stavano indagando su un crimine, ma non hanno specificato di che tipo. Mi hanno mostrato la foto di quella ragazza che era venuta qui. Volevano sapere se avevi parlato con lei. Gli ho risposto che poteva darsi, visto che sei il consulente psicologico. Non ho detto niente di preciso. Ma volevano anche sapere se ti avevo visto una certa sera. Ho risposto che non potevo dirlo con certezza, visto che passi tanto tempo da solo nella tua stanza. Sono sicuro che tu eri qui mentre parlavo con loro, ma non hanno voluto vederti. E non sono più tornati.

– Tutto qui?

– Non è successo niente, né a te né a nessun altro di noi, e così ho immaginato che fosse tutto a posto. Ma mi sentivo in colpa per non averti detto che avevo parlato con loro. Volevo che lo sapessi.

– Il ghiaccio si scioglie, i cadaveri salgono in superficie.

Il vicario s’inalberò. – Siamo stati generosi con te. C’è stata una buona intesa. Probabilmente avrei dovuto dirtelo prima, lo so. Ma il fatto è che abbiamo sempre avuto un po’ paura di te.

– Vi sono grato. E mi dispiace se vi ho creato dei problemi.

– C’è qualcosa che vorresti dirmi?

Andreas scosse la testa, e il vicario lo lasciò solo con la sua ansia. Se la Stasi era venuta in chiesa, voleva dire che Annagret era stata interrogata e aveva parlato. Voleva dire che la Stasi conosceva almeno una parte dei fatti, forse tutti. Ma se centomila persone si radunavano liberamente per le strade di Lipsia, era chiaro la Stasi aveva i giorni contati. Di lì a poco i VoPos avrebbero assunto il controllo, la vera polizia avrebbe svolto il lavoro che le spettava…

Saltò giù dal letto e s’infilò il cappotto. Ora, se non altro, sapeva di avere ben poco da perdere nel vedere Annagret. Purtroppo, l’unico posto dove gli veniva in mente di cercarla era l’Erweiterte Oberschule più vicina al suo vecchio quartiere, Friedrichshain. Gli sembrava inconcepibile che si fosse iscritta a una EOS, eppure che altro poteva fare? Uscì dalla chiesa e percorse in fretta le strade, ricavando un po’ di consolazione dal loro persistente grigiore, finché non raggiunse l’ingresso principale della scuola. Al di là dei finestroni, gli studenti continuavano a imparare la biologia marxista e la matematica marxista. Al termine dell’ultima ora, Andreas osservò il fiume di ragazzi che si riversava fuori dalla scuola. Lo osservò finché il fiume non si trasformò in un rivoletto. Era deluso ma non del tutto sorpreso.

La settimana dopo trascorse i pomeriggi e le serate nel vecchio quartiere di Annagret, gironzolando davanti ai judo club, ai centri sportivi e alle fermate dell’autobus. Alla fine di ottobre aveva ormai perso ogni speranza di trovarla, ma continuava a vagare per le strade. Setacciava i margini delle manifestazioni, organizzate e spontanee, e ascoltava comuni cittadini che rischiavano la prigione chiedendo giuste elezioni, la libertà di viaggiare e la neutralizzazione della Stasi. Honecker se n’era andato, il nuovo governo era in crisi, e ogni giorno che passava senza violenza rendeva meno probabile una repressione in stile Tienanmen. Il cambiamento stava arrivando, e Andreas poteva solo aspettare che lo sommergesse.

E poi, il 4 novembre, un miracolo. Mezza città era scesa coraggiosamente in strada. Andreas si aggirava con metodo tra la folla, osservando le facce, sorridendo nel sentire la voce della ragione amplificata che rifiutava la riunificazione e chiedeva invece riforme. In Alexanderplatz, verso il retro sfilacciato dell’assembramento, tra i claustrofobici e gli indecisi, il suo cuore sussultò prima che il cervello sapesse perché. C’era una ragazza. Una ragazza con i capelli corti ritti sulla testa e una spilla da balia come orecchino, una ragazza che nondimeno era Annagret. Teneva sottobraccio una tizia acconciata come lei; entrambe avevano un’espressione vuota, aggressivamente annoiata. Non era più una brava ragazza.

DOBBIAMO TROVARE LA NOSTRA STRADA, DOBBIAMO IMPARARE A PRENDERE IL MEGLIO DAL NOSTRO SISTEMA IMPERFETTO E DAL SISTEMA CHE ABBIAMO COMBATTUTO.

Come per cercare sollievo dalla noiosa voce amplificata, Annagret si guardò intorno e vide Andreas. Spalancò gli occhi. Lui sorrideva in modo incontrollabile. Lei non ricambiò il sorriso, ma avvicinò la bocca all’orecchio dell’altra ragazza e si staccò da lei. Mentre si avvicinava, Andreas vide più chiaramente com’era cambiato il suo comportamento, com’era improbabile che lo amasse ancora. Si fermò fuori portata di abbraccio.

– Posso parlare solo per un minuto, – disse.

– Non dobbiamo per forza parlare. Basta che mi dici dove posso trovarti.

Lei scosse la testa. Il drastico taglio di capelli e la spilla da balia all’orecchio non riuscivano a offuscare la sua bellezza, ma l’infelicità sì. I lineamenti erano gli stessi di due anni prima, ma la luce negli occhi si era spenta.

– Fidati di me, – disse Andreas. – Non c’è pericolo.

– Vivo a Lipsia, adesso. Siamo qui solo per oggi.

– Quella è tua sorella?

– No, un’amica. È lei che ha insistito per venire.

– Verrò a trovarti a Lipsia. Possiamo parlare.

Lei scosse la testa.

– Non vuoi più vedermi, – disse Andreas.

Annagret si guardò alle spalle con cautela, da una parte e dall’altra. – Non lo so nemmeno. Non ci sto pensando. So solo che non siamo al sicuro. Non riesco a pensare ad altro.

– Annagret. So che hai parlato con la Stasi. Sono venuti in chiesa e hanno chiesto di me. Ma non è successo niente, non mi hanno interrogato. Siamo al sicuro. Ti sei comportata bene.

Andreas si avvicinò. Annagret trasalì e si scostò da lui.

– Non siamo al sicuro, – disse. – Sanno molte cose. Stanno solo aspettando.

– Ma se sanno tanto, allora non importa se veniamo visti insieme. Hanno già aspettato due anni. Ormai non ci faranno più niente.

Annagret si guardò ancora alle spalle. – È meglio che vada.

– Devo vederti, – disse Andreas, solo per sincerità. – Non vederti mi uccide.

Lei sembrava ascoltarlo a malapena; era persa nella sua infelicità. – Hanno portato via mia madre, – disse. – Ho dovuto raccontargli qualcosa. L’hanno messa in un ospedale psichiatrico come tossicodipendente, e poi è andata in prigione.

– Mi dispiace.

– Ma continua a scrivere alla polizia. Vuole sapere perché non hanno indagato sulla scomparsa. Uscirà in febbraio.

– Anche tu hai parlato con la polizia?

– Non posso vederti, – disse Annagret, lo sguardo fisso a terra. – Hai fatto una cosa importante per me, ma non credo di poterti rivedere. Quando ti ho visto ho avuto una sensazione bruttissima. Desiderio e morte e quella cosa. È tutto confuso e orribile. Non voglio più volere una cosa del genere.

– Fammi provare a mandarla via.

– Non andrà mai via.

– Fammi provare.

Annagret mormorò qualcosa che venne soffocato dal rumore. Forse non voglio volerla. Poi tornò di corsa dalla sua amica e si allontanò con lei di buon passo, senza voltarsi indietro.

 

The Republic of Bad Taste
© 2015 by Jonathan Franzen. All rights reserved
Prima pubblicazione 2015 The New Yorker
Traduzione di Silvia Pareschi © Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
Pubblicato in accordo con Luigi Bernabò Associates
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